La difesa della vita come elemento di ricristianizzazione dell’Europa di Marina Casini Bandini

È opportuno leggere ancora le parole potenti di un grande polacco, il Santo Pontefice San Giovanni Paolo II nel cui magistero il tema della vita e quello dell’Europa sono state due componenti costanti ed essenziali. Quanto alla vita, Egli lo promise fin dall’inizio parlando il 22 dicembre 1980 al Collegio cardinalizio: «Di fronte al disprezzo del valore supremo della vita, per cui si giunge a cagionare la soppressione dell’essere umano nel grembo materno […] non mi stancherò mai di adempiere questa che ritengo missione indilazionabile, profittando dei viaggi, degli incontri, delle udienze, dei messaggi a persone, istituzioni, associazioni». Karol Wojtyla ha mantenuto la promessa. Nell’ultimo suo discorso ufficiale rivolto il 10 gennaio 2005 al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede indicò le sfide dell’umanità di oggi: «la sfida della vita, la sfida del pane, la sfida della pace, la sfida della libertà di religione», ma – aggiunse – «la prima sfida è quella della vita» che «si è venuta concentrando in particolare sull’inizio della vita umana quando l’uomo è più debole e deve essere protetto». Dell’Europa San Giovanni Paolo II ha parlato tante volte. Il suo pensiero può essere sintetizzato in ciò che Egli disse a Santiago di Campostela il 9 novembre 1982: «L’identità europea è incomprensibile senza il cristianesimo e proprio in esso si ritrovano quelle radici comuni dalle quali è maturata la civiltà del vecchio continente, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua intraprendenza, la sua capacità di espansione costruttiva anche negli altri continenti in una parola tutto ciò che costituisce la sua gloria».

I due temi, vita ed Europa, si incrociano nel pensiero di San Giovanni Paolo II, Egli invita ad un’approfondita meditazione sul loro collegamento. L’11 ottobre 1985 rivolgendosi al Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, disse: «La introduzione della legislazione permissiva dell’aborto è stata considerata come l’affermazione di un principio di libertà». In realtà – aggiunse – «è stato sconfitto l’uomo, la donna, il medico, lo Stato. L’Europa dovrà meditare su questa sconfitta». Due anni dopo, il 18 dicembre 1987 il Santo Pontefice, intervenendo al convegno “Il diritto alla vita e l’Europa” promosso dal Movimento per la vita italiano, affermò: «È facile notare la stridente contraddizione che c’è tra la legalizzazione dell’aborto ormai in atto purtroppo in quasi tutta Europa, e ciò che costituisce la grandezza della cultura europea […] Col cristianesimo, l’Europa ha scoperto la dignità di ogni singola persona umana, come tale, una scoperta che ha fatto della cultura europea una cultura eminentemente umanistica […] In questo incomparabile patrimonio culturale la legalizzazione dell’aborto si è inserita come elemento estraneo, recante in sé il germe della corruzione […] In verità su questo punto l’Europa sta giocando il suo destino futuro».

Occorre, dunque, meditare sul concetto di dignità umana che non è soltanto di origine cristiana, ma anche laica, al punto che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 lo pone come fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Si legge, infatti, nelle prime parole di questo documento: «Il riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Il cristiano sa bene da dove deriva la dignità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, redento da Dio fattosi uomo integralmente e che continua ad avere un corpo umano perché nell’Ascensione Gesù è salito al Cielo con il suo corpo risorto. La dignità è collegata anche con il destino dell’uomo preordinato all’incontro con l’infinito amore di Dio. Tutto questo ovviamente non è presente nella concezione laica di dignità, però, vi sono anche in essa venature di mistero e di trascendenza. Direttamente collegato con la dignità umana è il principio di uguaglianza, il quale implica una capacità di leggere nell’interiorità di ogni singolo essere umano un valore che contrasta con le apparenze. L’uso dei sensi esterni non può affermare che un malato è uguale a un sano, che un neonato è uguale ad un adulto, uno scienziato uguale ad un incapace di intendere e di volere. Eppure, l’uguale dignità viene affermata come fondamento della libertà, della giustizia e della pace. Questo esige la presenza di un aspetto di fede, come del resto è detto nel quinto capoverso del preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dove si legge che i popoli hanno affermato la «loro fede nei diritti umani fondamentali». Questa fede laica non nasce da una rivelazione divina, ma da un’esperienza storica tragica descritta nel secondo capoverso dello stesso preambolo in cui si afferma che il disconoscimento del valore di ogni singolo essere umano ha portato alla barbarie.

In definitiva, ciò che nel cristianesimo è dimostrato, nella cultura laica è postulato sulla base di una tragica esperienza storica. Si capisce così che il rispetto della dignità umana può essere una strada per ricristianizzare l’Europa, perché la ragione vera della dignità umana è l’esistenza di un Dio creatore e innamorato dell’uomo.

Vi è un collegamento intenso tra l’Europa e i diritti dell’uomo sia con riferimento all’Europa geografica nella quale le nazioni sono collegate nel Consiglio d’Europa, sia in quel più stretto legame che si esprime nell’Unione Europea (UE).

Per quanto riguarda il Consiglio d’Europa, che unisce 47 Stati, cioè tutti quelli dell’Europa geografica, bisogna ricordare che il suo primo e fondamentale atto giuridico è la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, che attualizza la Dichiarazione universale e i successivi trattati universali dei diritti dell’uomo. Per garantire l’osservanza di questa carta è stata costituita la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha sede a Strasburgo. Più stretto ancora è il legame della Unione europea con la dignità umana e i conseguenti diritti. A torto molti credono che l’Unione sia soltanto una organizzazione economica. In realtà essa nasce tra i fiumi di sangue fraterno, le rovine, e i disumani dolori provocati per secoli dalle guerre interne all’Europa, che hanno raggiunto nella prima metà del secolo scorso il vertice dell’orrore, con due guerre mondiali sorte in Europa che hanno contagiato l’intero pianeta. Il progetto dell’Unione è di scrivere la parola fine su questa sanguinosa parte della storia e di aprire un futuro di pace unificando paesi i cui figli per secoli avevano gareggiato per uccidersi. Il pensiero dei padri fondatori (Robert Shumann, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi) fu quello di fare dell’Europa un continente pacificato e pacificatore. Naturalmente il processo di integrazione richiede tempi lunghi, ma è significativo che il primo trattato siglato nel 1951, quello denominato della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) mettesse in comune le materie con le quali si può fare la guerra: il carbone e l’acciaio. Successivamente, di fronte alle difficoltà di una rapida integrazione fu scelta la strada economica, ma non come fine, ma come mezzo per raggiungere il traguardo dell’unità politica pacificata e pacificatrice. L’ultimo trattato sull’Unione è entrato in vigore alla fine del 2009 all’articolo 2 dichiara: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani». In effetti, l’UE mostra apparentemente un rispetto fermo per i diritti umani: nessuna nazione può entrarvi se non li rispetta; ogni anno il Parlamento europeo discute due rapporti, uno sullo stato dei diritti umani nell’Unione e l’altro sulla loro situazione nel mondo intero; il 10 dicembre di ogni anno, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo avviene una solenne celebrazione durante la quale viene assegnato un premio (premio Sakharov) a chi ha testimoniato in modo particolarmente significativo a favore dei diritti umani.

La Carta europea dei diritti fondamentali elaborata nel 2000 a Nizza e divenuta giuridicamente vincolante come disposto dall’art. 6 del Trattato di Lisbona è suddivisa in sei capitoli: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. È significativo che il primo capitolo sia quello della dignità, da cui tutte le successive disposizioni dipendono.

L’Europa vera dovrebbe essere, perciò, non quella dei mercati, dei commerci e della finanza, ma quella della dignità umana. Ma anche a questo proposito, dobbiamo fare echeggiare di nuovo la parola di San Giovanni Paolo II, il quale, al n. 18 della sua enciclica “Evangelium Vitae”: «Giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l’idea dei “diritti umani” — come diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione degli Stati — incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici dell’esistenza, quali sono il nascere e il morire».

Da dove proviene la drammatica contraddizione che oscura la verità dei diritti umani? Proviene dal prevalere degli interessi pratici sulla ragione moderna, perché la scienza di oggi dimostra la piena identità umana dei figli anche prima della nascita. La congiura contro la vita incontra insuperabili difficoltà nel contrastare la scienza e perciò preferisce imporre il rifiuto dello sguardo sul concepito. Possiamo rassegnarci ad una tale situazione? Dobbiamo abbandonare ogni speranza?

Ascoltiamo ancora una volta il pensiero del polacco grande difensore della vita umana, che al n. 5 dell’Evangelium Vitae ha scritto: «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani. Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati». Il riferimento all’Enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII, pubblicata il 15 maggio 1981 è molto significativo, perché quel documento diede inizio alla presenza dei cristiani nella società civile e fondò la moderna dottrina sociale della Chiesa. Allora l’inizio fu lo sguardo rivolto verso la classe operaia, ora un nuovo inizio è possibile rivolgendo lo sguardo verso i bambini non ancora nati. La storia è contrassegnata da violenze disumane, guerre continue, disprezzo della vita altrui, ma una corrente sotterranea ha fatto gradualmente emergere la uguale dignità di ogni essere umano. È questa idea che ha liberato gli schiavi, i neri, le donne e gli stranieri e che giunge a chiedere l’abolizione della pena di morte anche dei condannati responsabili dei più gravi delitti. Appare così inaccettabile l’uccisione dei più poveri dei poveri, come Santa Teresa di Calcutta chiamava i bambini non ancora nati. Il percorso della dignità umana incrocia oggi i figli non ancora nati e il riconoscimento della loro ugualmente grande dignità umana può essere la prima pietra di un nuovo umanesimo che restituisce verità alla famiglia, alla solidarietà verso gli ultimi, alla libertà, ai diritti dell’uomo.

In che modo queste riflessioni si collegano con il tema della ricristianizzazione dell’Europa? Come è noto la Convenzione costituita dopo il 2000 che doveva redigere una Costituzione dell’Unione europea rifiutò di iscrivervi le radici cristiane. Il Presidente della Convenzione Giscard d’Estain rifiutò persino di ricevere una lettera di San Giovanni Paolo II che glielo chiedeva. Ma l’identità cristiana dell’Europa può essere declamata senza essere coerente con i fatti. Può, invece, essere ricostruita dai fatti senza essere dichiarata. In una società i fatti sono la cultura, le leggi, le politiche. Il riconoscimento della piena dignità e del conseguente diritto alla vita di ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, se presente e promossa dalla cultura, dalle leggi e dalla politica, può rendere l’Europa di oggi coerente con le sue radici cristiane.

Continuando a far parlare Karol Wojtyla, rileggo la preghiera finale della Evangelium Vitae rivolta a “Maria, aurora del mondo nuovo” che si chiude con l’invocazione del «coraggio di testimoniare con tenacia operosa per costruire insieme a tutti gli uomini di buona volontà la civiltà della verità e dell’amore». I credenti devono dunque operare insieme ai non credenti. La “buona volontà” implica l’abbandono degli interessi personali per cercare la verità. La ricristianizzazione del continente europeo ha due aspetti, quello personale e quello sociale. Entrambi suppongono lo sguardo sulla vita umana. Quella nascente, sofferente e morente sta di fronte a noi, come in un esperimento di laboratorio: liberata di ogni qualità aggiuntiva (successo, salute, potere, bellezza, intelligenza, eccetera), essa è soltanto vita e chiede di essere valutata dalla storia. In particolare, quella appena comparsa all’esistenza è la più povera di tutte e la sua contemplazione apre una strada verso Dio. Infatti, che cosa può vedere lo sguardo che la congiura contro la vita vuole impedire?

In primo luogo vede la creazione in atto, se creazione significa passaggio dal nulla all’esistenza. Anzi, si tratta della venerazione, perché l’universo – dicono i moderni astronauti – è scoppiato (big bang) miliardi di anni fa nella forma di un punto che ha cominciato una continua espansione. Ma se l’universo ha un significato, esso può essere individuato nel comparire dell’uomo. In secondo luogo, lo sguardo vede la meraviglia delle meraviglie, perché se tutto l’universo è perfetto, più grande è la perfezione dell’uomo e dei meccanismi che ne determinano l’origine e lo sviluppo. Infine, lo sguardo intuisce il timbro dell’amore posto sull’inizio della vita umana. La gravidanza può essere interpretata come un abbraccio intimo di molti mesi della madre per il figlio, un abbraccio che è segno di amore perché la gestante sa che la gravidanza comporta modificazioni del suo corpo, necessità di cambiare abitudini e programmi di vita e dolori fisici non piccoli al momento del parto.

Naturalmente non tutti possono essere introdotti da queste considerazioni sulla via verso Dio, ma è una strada possibile. Comunque, ciò che dal punto di vista della coscienza individuale resta una ipotesi, dal punto di vista sociale rende certo che l’incontro tra la dimostrazione esaltante della dignità umana è il postulato della dignità determinato dalla paura di ciò che è accaduto in passato rende possibile una nuova società in cammino verso la centralità dell’uomo e quindi una società ricristianizzata.

 

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