La difesa della vita nell’Unione Europea: esperienze del passato e prospettive del futuro di Marina Casini Bandini

Se riflettiamo in profondità, l’Unione Europea (UE) nasce per difendere la vita. L’Europa è stata insanguinata per secoli da guerre fratricide che hanno raggiunto il vertice della disumanità nella prima metà del secolo scorso, con la prima e la seconda guerra mondiale. Proprio queste due guerre sono chiamate “mondiali”, perché l’Europa ha contagiato l’intero pianeta. All’inizio dell’UE vi è la decisione di una pace definitiva che metta fine a tante terribili violenze.

La pace significa non distruggere più vite umane e dunque l’UE nasce con l’intento di difendere la vita umana. Per altro alla fine della seconda guerra mondiale il continente europeo era diviso in due parti contrapposte e vi era il rischio di una terza guerra mondiale.

Il muro di Berlino era il simbolo della divisione dell’Europa geografica. La parte orientale era caduta sotto l’oppressione dell’Impero comunista, mentre quella occidentale si vantava di essere l’area della libertà e dei diritti umani. In effetti il fondamento dell’Impero comunista era il materialismo teorico, cioè l’idea che tutta la realtà fosse quella visibile e materiale. La distruzione delle chiese e l’oppressione nei confronti dei cristiani erano le conseguenze del materialismo teorico. L’UE nasce anche come opposizione al materialismo teorico. In questa contrapposizione la legalizzazione dell’aborto era un segno significativo perché esso fu legalizzato per la prima volta nella Russia Sovietica nel 1920, proprio all’inizio della rivoluzione comunista e la sua permissione legale fu estesa a tutti gli stati che poi entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica (nel 1956 in Polonia, Bulgaria e Romania; nel 1957 in Cecoslovacchia; nel 1970 in Jugoslavia) e ne dovettero accettare il fondamento del materialismo teorico.

Nell’Europa occidentale, salva l’eccezione della Svezia e dell’Islanda, l’aborto legale è comparso per la prima volta in Inghilterra nel 1967. Da qui è rimbalzato oltre l’oceano negli Stati Uniti d’America dove la sentenza Roe contro Wade del gennaio 1973 gli ha dato una autorità particolarmente forte tanto da ritornare in Europa e convincere gradualmente tutti gli Stati ad accettarlo.

Il cedimento in Occidente è causato anch’esso da una visione materialistica, chiamiamola materialismo pratico, che non riesce più a vedere il mistero dell’uomo: Dio non viene negato, ma interessi pratici impediscono di rivolgere lo sguardo verso la dignità umana del più povero tra i poveri, come santa Madre Teresa di Calcutta chiamava il bambino non ancora nato.

Nella visione del materialismo pratico si corrompe anche il concetto di libertà che non è più considerata la capacità di amare (non può essere amore quello costretto), ma diviene autodeterminazione, cioè facoltà del singolo di fare ciò che egli vuole anche a costo di opprimere gli altri. L’autodeterminazione ha inquinato anche il moto storico di liberazione della donna, di per sé giusto e fondato sul mistero della dignità umana, perché l’uguaglianza suppone la percezione del mistero dell’uomo in quanto i sensi sanno vedere solo le differenze materiali. Un femminismo de relato è stato ed è una spinta decisiva verso la legalizzazione dell’aborto di cui ora chiede il riconoscimento come diritto umano fondamentale.

Il rifiuto dello sguardo verso il concepito è stato reso ancora più forte dal diffondersi della procreazione artificiale. Con un embrione generato in una provetta non ha più neppure la difesa del corpo materno ed è nelle mani dell’equipe medica che lo ha prodotto per in sostanza nella società, che può farne quello che vuole, selezionarlo, sottoporlo a sperimentazioni distruttive, scartarlo.

Il processo di oscuramento del valore del figlio prima della nascita ha trovato qualche resistenza nelle leggi di qualche Stato che ha limitato la liceità dell’aborto a casi estremi. Penso alla Polonia liberatasi dal giogo comunista e all’Irlanda, nella quale, però, un recente referendum ha aperto la strada alla liberalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza. Un significativo filo di resistenza è ravvisabile in Germania. Nella sentenza della Corte Costituzionale tedesca occidentale del 15 febbraio 1975 si legge: «A fondamento della Costituzione si trovano principi di struttura statale che possono spiegarsi soltanto con l’esperienza storica e con il contrasto morale e spirituale rispetto al precedente sistema del Nazionalsocialismo. Di fronte all’onnipotenza dello Stato totalitario che pretendeva per sé il dominio senza limiti su tutti i settori della vita sociale per il quale il rispetto anche per la vita del singolo, di principio, non significava niente in confronto al conseguimento dei suoi fini statali, la Costituzione ha costruito un sistema di valori che pone il singolo uomo, nella sua dignità, al centro di tutte le sue norme».

Dopo l’unificazione delle due Germanie si pose il problema di unificare anche la legge sull’aborto. Ancora una volta intervenne la Corte Costituzionale tedesca indicando come compromesso la sostituzione della difesa penale della vita nascente con la tecnica del consiglio e dell’aiuto alla gestante in difficoltà. Ma è significativa l’affermazione della piena identità umana del concepito. Vi si legge, infatti: «con riferimento al nascituro ci troviamo di fronte ad una vita individuale, già determinata nella sua identità genetica e perciò nella sua unicità ed inconfondibilità, non più separabile, che nel processo della crescita e del dispiegamento di sé non solo si sviluppa in un essere umano, ma anche in quanto essere umano».

Nella stessa decisione si formulano dettagliate indicazioni sul compito, sulla metodologia e sulla composizione dei consultori. «La concezione imperniata sulla consulenza si fonda sulla valutazione – si legge nella sentenza del 1993 – secondo cui nella prima fase di una gravidanza la vita prenatale può essere difesa meglio insieme alla madre». Resta però il «divieto costituzionale di sottovalutazione del bene che si deve proteggere, la vita umana, senza che sia possibile fare distinzioni temporali nell’ambito della gestazione».

«La consulenza – continua la sentenza- è finalizzata alla salvaguardia della vita, da realizzarsi attraverso il consiglio e l’aiuto in favore della gestante alla luce del sommo bene della vita (…). Le operatrici e gli operatori devono lasciarsi guidare dallo sforzo teso ad incoraggiare la gestante alla prosecuzione della sua gravidanza ed a dischiudere prospettive per una vita insieme al figlio».

Anche la giurisprudenza costituzionale polacca è altamente significativa, ma ho preferito indugiare su quella tedesca per il suo valore simbolico: è proprio dalla Germania che la teoria e la pratica della discriminazione insieme al germe di una disumana violenza che ha insanguinato il mondo ha preso le mosse. Tuttavia il panorama complessivo degli Stati membri dell’Unione è uniforme nel riconoscere la legalizzazione dell’aborto. Si capisce, perciò, che anche nelle strutture dell’Unione, in primo luogo il Parlamento, predomina la dimenticanza del diritto alla vita del bambino non ancora nato. Questo panorama affida alla Polonia la missione di restituire all’Europa la verità sul significato della sua unione. L’Unione Europea è inquieta perché salva sempre le leggi che consentono la distruzione degli esseri umani prima della nascita e, addirittura, fornisce contributi economici rilevanti alle organizzazioni internazionali (International planned parenthood and Mary Stopes) che eseguono e propagandano l’aborto in tutto il mondo, sostituendo così le restrizioni che prima Busch e poi Trump hanno deliberato riguardo ai finanziamenti a favore dell’aborto, ma in nessun documento dell’Unione è scritto che il concepito non è un essere umano. In sostanza l’unione è attualmente abortista, ma non ha il coraggio di esprimere l’unica ragione che giustificherebbe l’uccisione dei bambini non ancora nati. Viceversa ogni tanto sotto la cenere appaiono delle scintille positive. Ad esempio nel 1989 furono approvate dal Parlamento due risoluzioni sull’ingegneria genetica e sulla procreazione artificiale umana nelle quali si invitavano gli Stati membri a regolare queste materie tenendo conto del diritto alla vita del concepito. Inoltre nel 1998 l’Unione ha approvato una direttiva che vieta la brevettazione di invenzioni che suppongono la distruzione di embrioni umani. In seguito a tale direttiva due sentenze della Corte Europea di Giustizia (Bruste-Greenpeace del 18 ottobre 2011 e Stem Cell Corporation contro Comptroller General of parents, Designs and Trade Marks del 18 dicembre 2014) hanno affermato che «l’embrione nel diritto europeo è definito come qualunque ovulo fecondato fin dalla fecondazione, sicchè è impossibile distinguere diverse fasi dello sviluppo idonee a giustificare una protezione inferiore dell’embrione nelle fasi iniziali della sua esistenza».

Quella che abbiamo chiamato inquietudine dell’Europa mostra qual è l’argomento destinato a riuscire vittorioso: il riconoscimento dell’essere umano anche appena concepito come uno di noi. Questo è stato il titolo della prima iniziativa dei cittadini europei sottoscritta da quasi due milioni di persone che chiedeva almeno la cessazione di finanziamenti europei per distruggere la vita. Purtroppo anche questa volta la Commissione Europea ha rifiutato lo sguardo sul concepito e non ha preso in considerazione l’iniziativa. Nello stesso modo si è comportato il Tribunale Europeo di Lussemburgo. Ora pende il ricorso dinanzi alla grande camera della Corte di Giustizia, quale ne sarà l’esito? L’impegno principale resterà quello di proclamare l’uguale dignità di ogni essere umano anche del più piccolo e più povero qual è il concepito. Si tratta di restituire la verità ai diritti dell’uomo e su questo l’Europa non può essere insensibile.

Un secondo aspetto strategico deve essere segnalato. La cultura abortista è stata fortemente sospinta dal femminismo. Eppure la grande maggioranza delle donne conservano l’innato coraggio e amore per la vita che nella gravidanza trova un’espressione particolarmente significativa. La gravidanza, infatti, è un abbraccio di molti mesi di una madre per il figlio ed implica accettazione sacrifici e dolori che la grande maggioranza delle donne accetta. È necessario perciò un nuovo femminismo che tragga alimento dal privilegio della maternità e che renda inascoltabile il vetero-femminismo che considera un privilegio della donna l’uccisione del figlio.

 

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