La persona, dietro il nome: Jane Roe, dalla legalizzazione dell’aborto alla prima linea del movimento prolife negli Stati Uniti di Giovanna Sedda

La possibilità di ribaltare la sentenza Roe vs Wade che ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti è al centro del dibattito politico statunitense. In pochi però si chiedono come quella sentenza abbia cambiato la vita della protagonista: Jane Roe, una donna controversa e controcorrente, che ha combattuto la disperazione senza perdere l’ironia. Prima di tutto il nome: il vero nome di Jane Roe è Norma McCorvey nata nel 1947 in Louisiana. La giovane Norma conosce il movimento pro-aborto negli anni sessanta, quando gli attivisti che spingono per l’abrogazione del divieto di aborto (introdotto a fine Ottocento sotto la pressione della American Medical Association) sono a un bivio: usare la via legislativa, cioè cercare il sostegno dell’opinione pubblica e del parlamento per cambiare la legge, oppure la via legale cioè ottenere una sentenza della Corte Suprema che abolisca il divieto.

È in questo crocevia che la strada di Norma, che ora vive in Texas, si incontra con quella degli attivisti pro-aborto. Norma vive combattendo i propri demoni «al gradino più basso della società americana», come dirà nella sua autobiografia. Ha ventuno anni quando è incinta per la terza volta.

In una intervista racconta: «ero sola, senza un posto per vivere né un lavoro. Nessuno al mondo mi avrebbe aiutato». Va da un medico per abortire, confesserà, senza sapere nemmeno cosa fosse l’aborto: «semplicemente non volevo avere questo bambino». Norma inventa anche che la gravidanza è il frutto di una violenza sessuale, circostanza che in altri Stati le consentirebbe di abortire, ma non in Texas. Si rassegna quindi a far nascere il bambino e darlo in adozione.

Proprio l’avvocato che cura la pratica la presenta a Sarah Weddington e Linda Coffee, due attiviste pro-aborto. Nel 1969, dopo tre appuntamenti, a cui partecipa perché offrivano pizza e birra, Norma firma l’affidavit e diventa Jane Roe, l’eroina femminista pronta a scontrarsi con l’avvocato distrettuale Henry Wade. Ma la battaglia è solo immaginaria, perché il caso sarà portato avanti, fino alla Corte Suprema, soltanto da Weddington e Coffee. Norma non parteciperà a nessuna delle udienze e ne scoprirà l’esito, dopo quattro anni, leggendo i giornali. Nella sua autobiografia scriverà: «non ero né la persona sbagliata né quella giusta per diventare Jane Roe. Ero soltanto la persona che è diventata Jane Roe».

Nel gennaio 1973 la Corte Suprema nel caso Roe contro Wade rende legale l’aborto negli Usa entro il terzo trimestre della gravidanza: sette giudici favorevoli, due contrari.

In quel momento Norma si sentì «amareggiata»: «pensavo di essere stata tradita, ma tutti ci sentiamo così qualche volta nella vita». Norma finisce a lavorare in una clinica abortiva, una tra le tante create dopo la sentenza. Qui tocca con mano la violenza e la sofferenza dell’aborto, con in più il senso di colpa costante per aver innescato tutto: «mentre stavo passando davanti una scuola vidi quelle altalene vuote. Rimasi sconvolta. Pensai: tutti i giochi sono vuoti, tutti i bambini sono morti ed è per colpa mia. Lo raccontai al mio dottore e lui mi disse: Norma è estate, la scuola è chiusa».

È il 1995. Norma incontra spesso Emily, sette anni, figlia di una coppia pro-life che gestisce un centro di aiuto alle mamme di fianco alla sua clinica. Emily la invita ogni volta a incontrare la sua famiglia finché, a corto di scuse, Norma accetta. La mamma di Emily le racconta che anche lei è stata sul punto di abortire, scappando quando l’appuntamento era già fissato. Durante un pomeriggio trascorso in giro a comprare mobili per il centro di aiuto, la piccola le corre incontro felice, Norma legge un adesivo sul paraurti dell’auto…un raggio di luce fa esplodere la conversione nel suo cuore. Il senso di colpa e le difficoltà però non la abbandonano. In un’intervista per un quotidiano locale dichiarerà: «anche se penso di essere stata perdonata da Dio, a dire la verità, il più delle volte non posso perdonare me stessa».

Norma lascia la clinica e inizia a lavorare nel centro di aiuto alle mamme, spendendosi nelle principali campagne prolife. In particolare, quella per ribaltare la Roe vs Wade alla Corte Suprema. Nel 2003 lancia una petizione per ottenere un riesame della sentenza, ma non viene ascoltata. Nel 2009 è in prima fila sulle scalinate di Washington a contestare la nomina dell’ennesimo giudice supremo pro-aborto, Sonia Sotomayor. Nel 2017 Norma muore senza riuscire a vedere le ultime due nomine alle Corte Suprema: Gorsuch e Kavanaugh, entrambi prolife. Oltre dieci casi legati all’aborto stanno per essere discussi dalla Corte ora che i giudici pro-aborto sono in minoranza. Forse l’ultimo desiderio di Norma è a un passo dall’avverarsi: no more Roe, mai più Roe.

 

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