L’Ungheria e la crisi demografica Simone E. Tropea

Uno dei paesi, che più di altri, manifestano come il problema demografico non coinvolga soltanto una certa porzione d’Europa, ma rappresenti invece l’andazzo di un continente che sembra aver smarrito il gusto della vita, è l’Ungheria.
Il tasso di natalità è sotto la media europea, la mortalità invece su livelli più alti. Come l’invecchiamento della popolazione, che non a caso arretra inesorabile, dai 10,7 milioni nel 1980 ai 9,8 milioni di oggi, con stime che – perdurante la politica di zero-immigrazione – vedrebbe calare la popolazione ungherese a 8 milioni nel 2050 (-17%), e così pure quella polacca (da 38,1 a 32,8 milioni, -13,9%) e quelle ceche e slovacche (entrambe di un 10% abbondante).¹
Questo dato deve farci aprire gli occhi sul fatto che l’edonismo, la cultura della comodità, della paura del futuro, di un’incertezza lavorativa utilizzata come alibi per ritardare o eludere scelte di vita definite e coraggiose, è alla radice di un vero e proprio suicido demografico europeo, per il quale occorrono misure politiche e proposte culturali forti.
Il MpV italiano difendendo e promuovendo la cultura della Vita vuole essere ed è un faro per l’Europa. Una voce fuori dal coro che grida la bellezza e la necessità storica dell’apertura alla Vita come luogo in cui si realizza il futuro e quindi il senso del presente.
Ci vuole coraggio a mettere al mondo un figlio, ma ci vuole molto più coraggio (potremmo dire amaramente) per negarsi a questa sfida, rinchiudendosi in un individualismo egotista sterile, in cui la vita è privata della sua trascendenza, dell’incalcolabile, di un Oltre che la fondi e la giustifichi come premessa e promessa di una eterna novità.

¹ G. FERRARI, in: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-terzo-e-voluto-default-dell-ungheria

 

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