Sperimentazione umana, tra anarchia e fake news Simone E. Tropea

Il ricercatore cinese He Jiankui, ha suscitato non poco sconcerto, insieme ad altrettanti dubbi e perplessità, per aver annunciato l’avvenuta nascita delle prime due bambine “geneticamente modificate”.
Il genetista, a suo dire, avrebbe eliminato il gene responsabile dell’HIV dal codice genetico delle gemelline.
In realtà non si può dire se questo risultato, che anche qualora fosse vero sarebbe opportuno valutare eticamente con prudenza e una buona dose di buon senso, sia stato effettivamente raggiunto dal professore di Hong Kong, il quale lo ha trasmesso via youtube e non in una rivista ufficiale (ragion per cui siamo e si è molto scettici).
Quello però che si può dire con certezza, è che questo episodio, sia o no una fake news, riapre un dibattito bioetico e politico che in realtà risulta ancora ben lontano dal trovare una soluzione. Come si può limitare o comunque contenere in un marco etico la ricerca scientifica?
Come bisogna comportarsi per esempio con quei paesi, come la Cina, dove la ricerca è svincolata da qualsiasi senso etico ma appartiene al campo della pura tecnica, considerata una dimensione sostanzialmente “a-morale” ?
Il documento di Helsinki, cioè l’insieme dei principi etici (e scientifici) scritto da alcuni esponenti della comunità medica internazionale proprio per ciò che concerne la sperimentazione umana, non ha un valore legale nella legislatura internazionale, ma rappresenta piuttosto una criteriologia rispetto alla quale ogni ricercatore può scegliere di conformarsi o meno.
Questa arbitrarietà emerge prepotentemente, ancora una volta nel caso delle “presunte” gemelline cinesi nate con una modificazione genetica.

 

Sperimentazione umana, tra anarchia e fake news (.pdf)