Biotestamento: un bilancio dopo un anno dall’approvazione Massimo Magliocchetti

Era il 14 dicembre 2018 quando il Parlamento ha approvato la legge sulle Dat, inserendo nel nostro ordinamento il principio della disponibilità della vita umana. Dalle colonne del mensile Si alla Vita, per sei lunghi mesi – periodo in cui il dibattito è entrato nel vivo della discussione – abbiamo provato a spiegare le molteplici storture di questa infausta legge. Dopo un anno dalla sua promulgazione è tempo di fare un primo bilancio.

7 cittadini su 10 non conoscono la legge. – Secondo i dati diffusi pochi giorni fa dal Sole 24Ore emerge che, secondo una ricerca Focus Management per Vidas sulle percezioni relative al testamento biologico, su un campione di 400 cittadini lombardi Solo 3 cittadini su 10 pensano al fine vita. Ma il dato ancor più importante è che 70% degli intervistati è mediamente favorevole al biotestamento. Il 63% teme che sia uno step verso l’eutanasia. Nella strategia di propaganda un ruolo determinante l’ha giocato la televisione: l’82% è venuta a conoscenza della legge tramite il piccolo schermo.

Il nodo nella NIA. – Uno degli aspetti ancora più controversi è la qualificazione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali sempre come trattamenti sanitari, quindi rinunciabili dal paziente. Sul punto è bene ricordare il monito lanciato nel 2003 dall’autorevole Comitato Nazionale della Bioetica, che in un suo parere sul tema ebbe a sottolineare che «il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e di volere, non è un diritto all’eutanasia, né un diritto soggettivo a morire che il paziente possa far valere nel rapporto col medico». Pochi anni più tardi, nel settembre 2005, lo stesso Comitato Nazionale per la Bioetica, in un parere relativo all’alimentazione e all’idratazione dei pazienti in stato vegetativo persistente (SVP), sottolineò che idratazione e nutrizione di pazienti in SVP vanno ordinariamente considerate un sostentamento vitale di base indispensabile per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere. Sono quindi atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente). Infatti è da considerarsi irrilevante la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata.
La legge sulle Dat in vigore dal 31 gennaio 2018 sembra non aver neanche preso in considerazione questi aspetti, frutto della sintesi di vari saperi scientifici di cui si compone il Comitato.
Anche nel caso in cui si riconoscesse a tali atti la natura di trattamenti medici, il giudizio sull’appropriatezza e idoneità degli stessi dovrebbe dipendere solo dall’oggettiva condizione del paziente (cioè dalle sue effettive esigenze cliniche misurate sui rischi e benefici) e non da un giudizio sulla sua qualità di vita, attuale e futura. Qui il nodo fondamentale: la sospensione di tali pratiche va dunque valutata non come la doverosa interruzione di un accanimento terapeutico, ma piuttosto come una forma di “abbandono” del malato. Unici limiti obiettivamente riconoscibili al dovere etico di nutrire la persona in SVP sono la capacità di assimilazione dell’organismo o uno stato di intolleranza clinicamente rilevabile collegato all’alimentazione.
Il fatto che il 63% degli intervistati dal sondaggio della Focus Management per Vidas abbia dichiarato che quella della Dat è una legge che apra al rischio di eutanasia è sintomatico. Già oggi, con la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali in pazienti disabili ma stabili si configura una azione eutanasica omissiva.

Le Dat come apripista per il suicidio assistito. – Il Movimento per la Vita aveva presagito anche questo terribile aspetto: con la legge sulle Dat si sarebbe prestato il fianco per una legge sul suicidio assistito. Dopo un anno possiamo dire che avevamo ragione. Addirittura anche la Corte Costituzionale, nel decidere (di non decidere) sulla legittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, norma che vieta e sanziona l’istigazione o l’aiuto al suicidio, ha aperto a questa possibilità. «Il recente pronunciamento della Corte Costituzionale – ha commentato Gian Luigi Gigli, ex Deputato che ha combattuto eroicamente contro questa legge – lascia presagire che, per via legislativa o con un intervento demolitivo della Corte stessa, entro la fine dell’anno prossimo sarà legalizzato in Italia il suicidio assistito».

 

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