George Bush Sr, il Presidente che cambiò idea Giovanna Sedda

Nei giorni scorsi gli Stati Uniti si sono fermati per l’ultimo saluto al loro 41°  presidente,  George  Bush Sr.
L’appellativo “senior”, d’obbligo dopo la presidenza del figlio George Bush Junior, mal si concilia al suo motto “morire giovane, il più tardi possibile”. Il senso del dovere è stata una cifra costante del suo carattere. Appena diciottenne aveva rimandato gli studi universitari per arruolarsi in Marina il giorno dell’attacco giapponese a Pearl Harbor.
Ideale tornato dominante quando, nel gioco di pesi della politica americana, accettò la nomina  a direttore della CIA da parte di G. Ford: nei fatti una brusca frenata nella sua ascesa politica. Ascesa coronata solo anni più tardi nel 1988 seguendo le orme di Ronald Reagan nell’ufficio ovale. Da membro del Congresso, durante gli anni Sessanta, la sua posizione sui temi etici era differente da quella che avrebbe contraddistinto la sua esperienza presidenziale. Favorevole alla pianificazione familiare, Bush Sr. avvallò scelte pro-choice e fu membro di Planned Parenthood. La sua posizione andò, tuttavia, mutando insieme alla carriera politica, fino a dichiararsi assolutamente pro-life alla vigilia della corsa per la presidenza: “se c’è una questione in questa campagna che è assolutamente chiara, è la questione dell’aborto […] io supporto fermamente la posizione pro-life, non sto imponendo il mio punto di vista, l’ho detto apertamente nella corsa per la presidenza e non ho intenzione di cambiare idea”. K. Rove racconta che la posizione pro-life di Bush Sr. sia maturata leggendo le statistiche sull’aborto a Washington D.C., la capitale della nazione: “il numero degli aborti eclissava quello delle nascite. Questa insensibilità lo disturbo profondamente e iniziò ad essere ancora più convintamente pro-life” (Courage and Consequence, K. Rove, 2010). La difesa della vita entrava così nella sua definizione di senso del dovere.
Da Reagan, Bush Sr. ha ereditato, e poi esteso, la Mexico City Policy, la principale direttiva pro-life di tutta la politica degli USA, bloccando di fatto ogni finanziamento pubblico alle organizzazioni che praticano o promuovono l’aborto come metodo di pianificazione familiare, in primis Planned Parenthood. Il presidente è rimasto coerente anche quando, nel 1990, ha nominato giudice della Corte suprema David Souter, favorevole a ribaltare la precedente sentenza della Corte (Roe vs Wade) che aveva legalizzato l’aborto negli USA. Proprio alla Corte Suprema chiese di consentire ai singoli Stati di approvare leggi a difesa dei bambini non nati in quanto “la protezione della vita umana, dentro o fuori dal grembo, è certamente il più alto interesse che lo Stato può avere”.
Tuttavia, non potendo agire direttamente sulla Corte si concentrò sul versante legislativo, ponendo il proprio veto sulle proposte che avrebbero agevolato l’aborto. Tra queste il “Freedom of Choice Act”, che avrebbe instaurato un regime di aborto su richiesta, o l’importazione dalla Francia della pillola abortiva RU-486.
La difesa della vita umana durante la presidenza di Bush Sr. è stata accompagnata da scelte coraggiose e spesso contro corrente. Tra queste, ricordiamo la presa di posizione contro la diffusione delle armi, da sempre spalleggiata dal suo partito, la firma di provvedimenti contro l’inquinamento ambientale e a favore di disabili e malati, come l’Americans With Disabilities Act, la prima legge a tutelare i malati di HIV da ogni forma di discriminazione. Tante sono le critiche che la Presidenza Bush Sr ha avuto e non si può certo affermare che sia stata totalmente impeccabile. Certo è che da Presidente, Bush Sr. è stato capace di un approccio a tutto tondo a difesa della persona che raramente abbiamo visto nei suoi successori.

 

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