Il presepio di Giuseppe Simone E. Tropea

Anche quest’anno il Natale, la festa della Vita che nasce per dare Vita ad ogni vita, torna a portare nelle nostre case una porzione di storia, di tradizione, di fedeltà ad un’attesa che ci prepara ad accogliere l’Eterna Novità del Dio fatto Uomo, un’icona della concretezza ordinaria che è predisposta, senza saperlo, all’evento più decisivo della storia. L’espressione dell’arte domestica più semplice ed alta, nella sua mistica della tavola e dell’attesa è: il presepio.
Giuseppe il falegname è la seconda figura sulla quale vorremmo soffermarci per entrare con attenzione nel segreto dell’accoglienza della Vita, che il presepio offre, discreto e sapiente.
Giuseppe è una figura onirica. Viene strappato al sogno di una vita tranquilla, caratterizzata per quanto ne sappiamo dall’assenza di particolari preoccupazioni, per entrare nel sogno di Dio, che é il sogno di una chiamata che prepara e spinge verso un cammino.
Giuseppe è il custode della sua sposa, Vergine, e del figlio che Lei porta in grembo.
Non comprende. Anche per lui, come per Maria, qualcosa di più grande, un fatto che supera la sua intelligenza, sta avvenendo.
Strappato al suo lavoro di falegname dall’editto imperiale che lo obbliga a farsi censire a Betlemme, città di Davide da cui proviene, conoscerà il disinteresse, il cinismo, l’umiliazione del vedersi rifiutato un tetto. L’incapacità di compiere quella missione di sposo e di padre, ci verrebbe da dire, come Dio comanda.
Il suo erede, che non è poi così suo, nascerà in mezzo agli animali. Come un agnello. Il casto Giuseppe.
Qual’è la qualità di Giuseppe? Cosa dice a noi la sua figura, che è icona della paternità custodita nel mistero santo della notte di Natale?
Una cosa semplice ed elementare, paradossale come solo le verità più semplici sanno essere: non esiste nessuna paternità senza “castità”.
Il mistero della paternità è un mistero che possono vivere solo quegli uomini disposti ad essere “casti”, cioè fedeli ad una missione, responsabili verso un progetto affidato a loro, che ha un peso nella storia del mondo ed ha un volto concreto, nulla di astratto o disincarnato: la missione del padre ha il volto di una donna precisa e risponde al pianto di un neonato.
Senza farsi troppe domande, Giuseppe rischia e segue la ragione del cuore più che quella del diritto ebraico dell’epoca, accoglie Maria così com’è, prende tutto e se lo carica sulle spalle in silenzio. Questa umile, virile, coraggiosa risposta alla chiamata di Dio che passa per l’amore casto ad una donna, diventa il luogo della rivelazione.
Non è un idealista il falegname di Nazareth, ma è un sognatore, questo sí. Sempre nel sogno, dopo la nascita del bimbo, gli verrà rivelato come continuare la sua missione di custode della vita, ancora fragile e minacciata, del Figlio, non suo, che gli è stata affidata. Fuggirà da Erode portando la sua famiglia in terra straniera, terra di schiavitù, dove un altro Giuseppe, secoli prima aveva accolto Israele.
Poi le sue tracce si perdono, come in un sogno, perché la sua missione è compiuta nel momento in cui il figlio, adesso è padre, ed iniziando la sua vita pubblica si fa carico di una moltitudine di figli. Ricalcando, fino all’estremo, quell’esempio di offerta di sé, di casto dono di sé, che dal padre terreno, aveva ereditato.
Giuseppe è la seconda icona del presepio sulla quale, grati, particolarmente grati e stupiti, ci fermiamo

 

Il presepio di Giuseppe (.pdf)