E’ vita, è futuro, la 41° Giornata per la Vita Giovanna Abbagnara

La Giornata per la Vita, che quest’anno è giunta alla sua 41esima edizione, rappresenta una provvidenziale occasione per riflettere insieme sul valore della vita umana, di ogni vita. La vita interpella tutti, credenti e non credenti: nessuno può chiudersi nelle proprie certezze, la vita è un bene che riguarda tutti. “È  vita, è futuro” e il futuro richiama un’azione presente. Istituendo questa Giornata, i Vescovi non hanno pensato solo di parlare ai cattolici ma anche di creare occasioni di dialogo con quanti non sono ancora rassegnati e intendono reagire ad una cultura di morte che si manifesta in forme sempre più inquietanti. È un invito ad aprire gli occhi per prendere coscienza del male ma nello stesso tempo è un invito ad aprire il cuore alla speranza per ritrovare il coraggio di intervenire e di cambiare.
Costruiamo oggi, pertanto, una solidale «alleanza tra le generazioni», come ci ricorda con insistenza Papa Francesco” scrivono i vescovi italiani nel Messaggio per la 41° Giornata per la Vita. Un’alleanza che faccia da contraltare a una vera e propria congiura contro la vita cominciata più di quarant’anni fa. All’epoca dei fatti e precisamente agli inizi del 1977, dopo che la Camera aveva approvato un progetto di legge sull’aborto, Giorgio La Pira scrisse a Paolo VI: “Questa nuova ondata contro la Santa Sede non deve farci paura. È vero che la Chiesa anche in questa occasione ha preso posizione per il bene e la salvezza dell’umanità, difendendo i bambini e con essi il domani. Forse anche in sede politica si potrebbero ancora salvare le cose se ci fosse il convincimento che la salvezza dei bambini è il valore assoluto da difendere oggi” (Abbattere i muri, costruire ponti. Lettere a Paolo VI, Cinisello Balsamo 2015). La Pira, cristiano impegnato per la pace, mai avrebbe immaginato che in un contesto internazionale così carico di tensioni, il mondo occidentale avrebbe iniziato una guerra contro i bambini, i più piccoli e indifesi tra gli esseri umani. Una guerra figlia di un’ideologia che presenta l’aborto come un impegno civile, un dovere al quale lo Stato non può sottrarsi. Un dovere che ha trasformato il male dell’aborto in un diritto difeso e tutelato da una legge, la 194 del 1978. Una legge che in quarant’anni ha mietuto 6 milioni di vittime, trasformando il grembo materno nel posto più pericoloso al mondo dove vivere.
Il luogo deputato alla protezione, alla cura, alla crescita e allo sviluppo di un individuo, unico e irripetibile, il luogo dove dall’inizio del mondo si protrae nei secoli l’abbraccio tra una madre e un figlio, il luogo dove compiere la traversata più importante verso la luce, è diventato troppo spesso il luogo del buio e della morte e non c’è nessuna operazione Mare Nostrum pronta ad intervenire, i clandestini vanno rispediti in patria.
L’esistenza è il dono più prezioso fatto all’uomo” scrivono i vescovi nel Messaggio. Questa verità purtroppo non trova grandi riscontri. Non tutti sono concordi nel ritenere che la vita dell’uomo, di ogni uomo, ha un valore inestimabile ed è un dono da custodire e trasmettere alle nuove generazioni.
Nelle ultime settimane abbiamo seguito con attenzione la tragica vicenda del piccolo Julen, il bambino di due anni caduto in fondo ad un pozzo artesiano in Spagna. Siamo stati tutti con il fiato sospeso per giorni, nella speranza di ritrovarlo in vita. Nessuno si è posto il problema se valeva la pena impiegare tante risorse, uomini e cose, per salvare la vita di Julen. È stato naturale e doveroso.
Quando si tratta di salvare una vita mettiamo in campo tutte le doverose e necessarie azioni. Lo percepiamo come un dovere della nostra coscienza. Perché questo non viene fatto per il bambino nel grembo materno?
Il rispetto per la vita, per ogni vita è assoluto o dipende da particolari condizioni? È questa la domanda decisiva. La vita dell’uomo ha un valore assoluto perché dipende unicamente dal fatto che egli è persona. Perché questo principio non è applicato per la vita nascente?
“Esiste una vita umana concepita, una vita in gestazione, una vita venuta alla luce, una vita bambina, una vita adolescente, una vita adulta, una vita invecchiata e consumata – ed esiste la vita eterna. Esiste una vita che è famiglia e comunità, una vita che è invocazione e speranza. Come anche esiste la vita umana fragile e malata, la vita ferita, offesa, avvilita, emarginata, scartata. È sempre vita umana”. Ha detto Papa Francesco, rivolgendosi ai partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia della vita che si è tenuta nel luglio 2018. Al concepito dobbiamo dunque riconoscere la stessa dignità che viene attribuita ad ogni essere umano. Come potrebbe diventare uomo chi non lo è ancora? Questa coscienza appare oggi offuscata, la vita del bambino nel grembo materno viene bilanciata con altri interessi – la salute della madre, la pace della famiglia, l’indifferenza della società – e risulta perdente. Ma l’uomo, anche quando “è piccolissimo e invisibile come il bambino non ancora nato, nascosto nel seno materno o racchiuso in una provetta di laboratorio di biologia, è una persona”. (Carlo Casini, già presidente del Movimento per la Vita italiano).
A volte basta una parola di incoraggiamento per far comprendere che quella nuova vita che si porta in grembo è una creatura innocente che ha il diritto di nascere e di vedere la luce del sole. Lo confermano i colloqui dei volontari dei Centri di aiuto alla Vita distribuiti su tutto il territorio nazionale. Quante donne sono invece lasciate sole con il peso di una nuova gravidanza! Quante famiglie, soffocate da mille problemi, rifiutano la vita perché pensano di non poter dare a quel bambino tutto ciò di cui ha bisogno. “Sono scelte personali” dice qualcuno lavandosi le mani ma l’aborto non può essere considerato un fatto privato, qualcosa che attiene alla coscienza insindacabile di ciascuna persona. Ci riguarda. “Il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita – con i piedi ben piantati sulla terra – e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide», antiche e nuove” dice il Messaggio invitando ad una seria e concreta solidarietà.
Il compito della società – di tutti e di ciascuno, dei singoli e delle istituzioni – è quello di favorire la dinamica della solidarietà sostenendo con opportune misure l’alleanza originaria tra una madre e il suo bambino. Una cultura che invece esalta il dominio dell’uomo sul suo simile – in questo caso della donna sul figlio – favorisce la soppressione di un essere umano, rompe quella naturale solidarietà che vi è tra le persone e promuove una convivenza fondata sul conflitto degli interessi individuali. Dove la vita vince, invece, si rafforza la solidarietà nella famiglia, tra gli sposi e tra questi e i loro figli. L’accoglienza della vita, soprattutto nei casi difficili, genera una nuova e più intima solidarietà anche nella società. Un bambino che nasce, fosse anche segnato dall’handicap, è sempre un invito alla solidarietà.
Nell’enciclica Evangelium vitae san Giovanni Paolo II chiese “una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico per mettere in atto una grande strategia a favore della vita” (EV 95). L’impegno culturale ed educativo deve essere coniugato con una effettiva solidarietà per evitare che l’affermazione rigorosa e limpida dei principi venga offuscata dal sottile e insopportabile velo dell’ipocrisia. Questo impegno interpella l’intera società ma in modo particolare chiama in causa la comunità ecclesiale. “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” (Gc 2,14): l’interrogativo dell’apostolo Giacomo inquieta anche oggi la coscienza del cristiano. Servire la vita per noi cristiani significa servire Gesù se davvero crediamo alle sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

 

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