Il progetto Sanu Thoppa, dalla citazione di Madre Teresa di Calcutta Massimo Magliocchetti

Il progetto Sanu Thoppa – in nepalese piccola goccia, dalla citazione di Madre Teresa di Calcutta – nasce postumo al terremoto del 2015. Call Of Rights è uno spettacolo che porta in scena i diritti dei bambini e si propone di devolvere il ricavato a favore di quelle madri che hanno sperimentato il terremoto sulla loro pelle. È un’iniziativa patrocinata dal Comune di Finale Emilia, in cui sono coinvolti i gruppi Movimento per la Vita, Centro di aiuto alla vita, Manitese Finale Emilia, TersicoreDanza, Coro Sorridi con Noi, Young Prolife, Un Cuore per la vita, Amici dei Bambini, One of Us, Heartbeat International, ed è il primo vero passo verso Kathmandu.
Un viaggio in Nepal agli albori della sessione non è  stato  certamente  il frutto di una scelta ragionata, né tantomeno di un piano stilato ora per ora. Non avevo nemmeno aspettative per il semplice fatto che non c’era nulla di certo di ciò che avremmo fatto una volta arrivati a Kathmandu. Neppure quando le tre ore di scalo a Doha stavano per scadere riuscivo a rendermi conto della pazzia che avevo fatto.
Non appena giunti all’hotel, ho iniziato a sentire la tensione del viaggio scendere e la stanchezza avanzare, ma il primo pensiero dopo la doccia è stato quello di organizzare l’incontro con Soman Elisha Rai, fondatore di Voice of Fetus, un uomo gentile, un padre di famiglia amorevole e un marito che fa spazientire sua moglie che ha già preparato il pranzo, mentre lui ancora ci parla della sua missione per la vita (è incredibile come certe dinamiche si ripetano ovunque nel mondo; nonostante la diversità delle lingue e delle culture, alcune situazioni sono costanti all’interno di determinati contesti).
La conversazione è stata preceduta dalla visita alle camere della casa d’accoglienza chiamata “Crown of Beauty Maternity Home”. Non era difficile indovinare lo zelo con cui    i volontari curavano quella casa, ordinata e pulita – il contrario di altri spazi nel centro città. A quel punto ci attendeva un tè con latte attorno al tavolino nell’ingresso, alle cui pareti erano appese alcune foto come quella del primo bambino accolto nella CBMH – il cui significa “a lungo atteso” – e quelle di madri bellissime che indossano una corona di fiori come da tradizione nella Casa dopo il rituale della nascita.
Soman aveva preparato per noi una presentazione accompagnata da un discorso che esaurisse le nostre curiosità su come il loro servizio viene svolto e quali sono i loro ideali. Non ha mancato di sottolineare che ciò in cui crede è che la vita sia tale dal concepimento e non più tardi, né ha esitato a interrogarci su quale fosse la nostra posizione. Questa sua puntualità ci ha rassicurati e rallegrati, così come si sono rallegrati i loro volti alla vista dei piccoli aiuti che siamo riusciti a portare fino a quel villaggio nella valle di Katmandu: valigie piene di tutine calde per i neonati, detergenti intimi per le madri e per i figli, medicinali e perfino un misuratore di pressione e una bilancia per il bambino.
Soman e la volontaria che ci ha accolti insieme a lui erano quasi increduli – probabilmente nemmeno sapevano dove riporle tutte queste cose.
Ci spiegano poi che ciò di cui avrebbero bisogno sono culle, un’incubatrice, un ecografo: tutte cose che noi ci auguriamo di poter spedire presto. Da qui l’idea di vendere alcune pashmine nepalesi, per raccogliere alcuni fondi anche per le più piccole necessità.
Tutti i giorni, con mio grande stupore, sono stati scanditi dall’alternarsi di incontri ricercati e inattesi, da sorrisi timidi e sinceri, da mani che ci indicavano la giusta direzione da prendere o perfino da gambe che non esitavano a muoversi per accompagnarci al luogo da noi ricercato. Io che così tanto temevo una giornata affrontata senza un piano preciso e puntuale, non mi sono lasciata scoraggiare dalle ore in taxi per il traffico estenuante di Katmandu né dai conseguenti ritardi: avevo la costante percezione che ogni cosa andasse esattamente secondo un piano a noi sconosciuto ma certamente ben preparato appositamente per noi.
Il nostro obiettivo era incontrare Soman nella sua Maternity Home, ma a questo incontro ne sono succeduti altri, come quello con le suore di Madre Teresa di Calcutta, donne forti e sempre sorridenti che ci hanno accolti nella casa dove effettuano il loro servizio ad anziani e portatori di handicap. La conversazione con loro ci ha fatto rendere conto della difficoltà che hanno a ricevere aiuti, essendo impossibilitate ad accettare qualsiasi tipo di donazione in denaro.
Sorridiamo alla vista della foto di un benefattore italiano che poco a poco è riuscito fare pavimentare tutto l’ambiente in cui le persone accolte nella casa vivono, e pensiamo che “step by step” – come dice la suorina con un sorriso smagliante mentre incrocia le braccia soddisfatta – è davvero possibile raggiungere una meta che ora ci pare lontana. Goccia dopo goccia, possiamo davvero riempire un oceano di vita, aiutando chi già ha riempito un po’ di giare.
Ammiro come, nel loro piccolo, Soman e i volontari spendono la loro vita per organizzare incontri informativi e prendersi cura di quelle donne a cui nessun altro avrebbe consigliato di non abortire. Custodi, sentinelle silenziose della vita, che danno ogni giorno quanto hanno a chi non chiede altro che un appoggio morale per compiere una scelta d’amore. Un appoggio che di certo non puoi ricevere dalle famiglie, specialmente se sei stata stuprata e la gravidanza potrebbe compromettere la tua immagine agli occhi degli altri, della società che la stessa famiglia della donna sceglie di mettere al primo posto, noncuranti di quelle che sono le esigenze della donna.
La parte più triste resta invece quella dell’adozione, che ancora oggi resta la via più scelta a causa proprio di questa mentalità che ti spinge a credere che non sia adeguato crescere un figlio se questo è nato fuori dal matrimonio o peggio da una violenza. Ma alla violenza non puoi rispondere con altra violenza, scegliendo una strada che, sebbene possa sembrare la più semplice, si rivela tragica non solo per il bambino, ma anche per chi resta con il vuoto di una vita persa. I progetti che ci auspichiamo di avviare sono figli della nostra volontà di intraprendere un cammino di dialogo, mutuo sostegno, crescita e confronto con chi dall’altra parte del mondo condivide con noi il servizio alla vita.
Non dimenticherò mai i volti che ho visto, i loro modi di atteggiarsi, di scuotere la testa per dire “va bene”, i loro abiti bellissimi e colorati, i bambini sempre timidi, i falò sul ciglio della strada la sera, il concerto in piazza la notte di capodanno, i loro tè al burro, il cibo gravido di sapori intensi e speziati, le vie trafficate, la strada rotta verso la montagna, gli animali per la strada, la vista dalle pendici dell’Himalaya. Un panorama mozzafiato quello che si ammira da Nagarkot, dove i 2000 metri e l’aria fresca ti fanno davvero sentire di essere arrivati in cima a una scalata lunga. Eppure l’Everest ci guardava in mezzo a quella catena di monti sempre un po’ più in alto dell’obiettivo che abbiamo raggiunto.
La paura di volare, l’incertezza nelle mie capacità di recuperare i giorni di studio, la mancanza di un piano preciso non hanno certo vinto l’aspirazione di essere una fra i primi a fare un piccolo passo, a versare una sanu thoppa. Poter contribuire a portare alcuni aiuti e anche solo la nostra presenza sul “tetto del mondo”, far sapere che ci siamo e che sappiamo del loro impegno sono le poche cose che mi hanno convinta che ne valeva la pena. Mentre ero in aereo da Milano a Doha, tentavo invano di studiare, mentre i pensieri su quello che sarebbe stato il viaggio avanzavano insieme ai dubbi. Per ovviare a una crisi di panico ho iniziato a scrivere sull’ultima pagina del libro di Psicologia sociale una poesia breve e semplice di cui avevo scordato l’esistenza:

Maria è stata colei che ha
accolto la Vita
Imboccando la Via
quella più stretta
per giungere alla Verità
della salvezza;
un bimbo donato
dal Cielo,
un altro profeta.
Il lume che regna,
che chiede solo di amare,
di accogliere l’altro.
Il più piccolo,
l’indifeso,
il sordo,
il cieco e chi non ha voce

Myriam Romano

 

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