La vita è un dono Giovanna Sedda

La crescente specializzazione della scienza, così come della medicina ha senza dubbio il merito di una maggiore comprensione del funzionamento del corpo umano e dunque della sua cura. Questo sforzo, condiviso da molti è basato sulla riduzione dell’uomo a oggetto-di-studio così che la sua osservazione ci restituisce un insieme di conoscenze analizzabili e condivisibili. D’altra parte, questa crescente complessità restituisce l’idea che la vita umana sia un dato, una informazione. In questa antropologia particolare, tuttavia, corriamo il rischio di perdere la chiave della nostra esistenza e cioè che prima di essere un dato, la vita umana è data.
Questo avviene, a volte, per indifferenza e comodità, quando la scienza trova più efficace accantonare la riflessione etica per non rallentare la sua corsa nella competizione globale dei risultati. Altre volte avviene con le peggiori intenzioni, laddove la scienza baratta la sua necessaria antropologia particolare in favore di una ideologia particolare: uno scientismo che come ogni ideologia rinuncia volentieri, se non addirittura contrasta apertamente, la profondità e il carattere relazionale della vita umana. In entrambi i casi, la vita umana viene restituita all’uomo ridotta nei suoi minimi termini, come un oggetto il cui valore viene assegnato sulla base della sua utilità.
Come denuncia Papa Francesco nel suo Messaggio per la 27° Giornata mondiale del Malato l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione dell’“albero della vita”. L’antidoto alle visioni dell’uomo disumanizzanti, se non dichiaratamente anti-umane, del nostro tempo, passa per un percorso di consapevolezza e umiltà. Papa Francesco ci ricorda come “in ogni fase e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui”. Attraverso la relazione con l’altro che facciamo esperienza del dono, e proprio “il dono va posto come il paradigma in grado di sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea”.
Questa proposta semplice quanto radicale è stata mirabilmente vissuta da Madre Teresa, che proprio nella città che ospiterà la celebrazione della giornata mondiale del malato si è spesa nella “accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata”. Madre Teresa si è resa una testimone credibile della misericordia divina costruendo una comunicazione visibile tra cielo e terra. Ricorda ancora Papa Francesco, “la sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri”. Allo stesso tempo, l’esempio della umile suora di Calcutta ricorda al mondo della scienza e della medicina la necessità della relazione e dell’apertura alla trascendenza dell’uomo, perché, prendendo in prestito le parole di Henri-Marie de Lubac, “dove non c’è Dio, non c’è neppure l’uomo”.

 

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