L’aborto in Francia (passato e presente) Simone E. Tropea

Alla luce della marcia di Parigi, ci sembra interessante ripercorre a grandi linee, la storia di come l’aborto sia divenuto legale in Francia. Soprattutto perché il caso della Francia, oltre ad essere paradigmaticamente significativo per tutta l’Europa, perché mette in risalto quelle contraddizioni logiche che sono alla base del degrado morale e culturale che esprime la legalizzazione dell’aborto, manifesta anche quella che è la radice di tutte le grandi incomprensioni che caratterizzano il dialogo tra i difensori dell’aborto, come diritto o come supposta necessità poco importa, e chi invece non può accettare che un innocente venga arbitrariamente soppresso nel grembo materno.
Alla radice dell’incomprensione c’è: l’ipocrisia. Diventa manifesto in Francia, perché proprio nel paese  della “libertà”  si è arrivati a pensare di punire con una multa di 30.000 euro, e, addirittura con il carcere, chiunque intralci il “diritto” (che naturalmente non è un diritto) della donna ad abortire. Nel paese della “fratellanza”si esplica l’odio più incomprensibile verso quei fratellini toccati da una qualsiasi forma di patologia, che pertanto sono ritenuti dei poveri sfigati ai quali è meglio risparmiare l’orrore di essere diversi (perché questo è il ragionamento, ed è questo, naturalmente, ad essere orribile). E in ultimo, nella patria “dell’uguaglianza”, evidentemente, tutta la retorica dei diritti fondamentali della persona umana si sgretola come un castello di sabbia troppo secco, nel momento in cui si tocca l’illogicità fondamentale su cui poggia tutto, cioè il fatto che la “persona” non è nessuna realtà definita (e guai a definirla, “sarebbe una violenza culturale”, sbraitano i difensori dell’astratto )  ma solo un nome indefinito che oggi si applica a questo, domani a quello, tendenzialmente  però, mai all’embrione (che ci vuoi fare.)
<Lo dico con tutta la mia convinzione: l’aborto deve restare un’eccezione, l’ultimo appello per situazioni senza altra soluzione (…) nessuna donna ricorre con gioia all’aborto.>
Queste le parole dell’allora ministro francese Simone Veil, che di fatto diede il nome alla legge entrata in vigore Oltralpe oramai 45 anni fa.
Come si comprende dalla citazione, per la ministro (Simone, in Francia naturalmente, è un nome femminile) era fortissima la consapevolezza che l’aborto non potesse assolutamente diventare una prassi comune, né tantomeno che potesse un giorno essere considerata addirittura un diritto.
Infatti, quando nel 2014, una parte del parlamento francese (infatti erano presenti solo 151 deputati su 577), votò una risoluzione dove si affermava il “diritto della donna all’aborto” si levó un deputato, il sindaco Jean-Christophe Fromantin, che insieme ad altri sei soltanto, aveva avuto il coraggio di andare controcorrente, e disse:
<Nel testo originario di cui celebriamo l’anniversario si parlava di derogare al principio di protezione dell’essere umano dal principio della sua vita. Era necessario, ma la stessa Simone Veil riconosceva il carattere eccezionale e drammatico di questa decisione(…). Sono sconvolto che solo 151 deputati fossero presenti per un testo come questo e anche chi mi critica per il mio voto non era presente. Che cosa resta dei convincimenti di una parte e dell’altra se un tardo pomeriggio di un mercoledì, su un testo altamente simbolico, più di 400 deputati sono assenti dall’emiciclo? Perché i politici fanno mostra di coraggio sulle grandi riforme di cui la Francia ha bisogno e poi rinunciano ad affermare le loro convinzioni? Credo che queste domande meritino di essere poste a tutti coloro che danno grandi lezioni di morale e si rifugiano nel pensiero facile.>[1]
Pensiero facile, ipocrisia, ingannevole buonismo: codardia. Incapacità di assumersi la propria responsabilità. Manipolazione sistematica del linguaggio.
Queste le ragioni della deriva abortista in Francia (che in questa linea ha segnato un cammino perverso per l’Europa continentale) che ha toccato un picco significativo con le cifre di questi ultimi anni.
Il 33 per cento delle donne francesi, ciò si parla di quasi una donna su tre, secondo l’Ined (Istituto nazionale studi demografici), in Francia ha praticato l’aborto. In occasione dei 40 anni dalla legge, nel rapporto  presentato dall’Ined  infatti si  legge:
<L’interruzione volontaria di gravidanza è diventata ormai un diritto, più che una soluzione estrema. Nel 2011 ci sono stati circa 210 mila aborti. Dopo un calo tra il 1975 e il 1995, il ricorso all’aborto è leggermente aumentato prima di stabilizzarsi alla fine degli anni 2000…Negli anni 70 solo un aborto su 10 era ripetuto. Dopo gli anni 80, gli aborti ripetuti hanno cominciato ad aumentare e diventare sempre più frequenti.>
Oggi, circa il 10 per cento delle donne ha fatto ricorso due volte all’aborto, mentre circa il 4 per cento delle donne tre volte o più. Tra le ragioni, come fa notare Leoni Grotti, c’è anche la diffusione della cultura della pianificazione familiare:
<Oggi c’è un’età giudicata ideale per restare incinta e anche lo scarto di tempo giudicato ideale per avere un secondo figlio. Per avere un bambino, si attende anche di mettersi a posto con il lavoro. Spesso si ricorre all’aborto perché una nascita è in contrasto con la pianificazione familiare>.
Ma sta di fatto che si tratta di numeri impressionanti. Per chiudere il cerchio sulla storia dell’aborto in Francia, come storia di una (per il momento) vittoria dell’ipocrisia sul buon senso e sul coraggio, si ricordi però un dettaglio storico, che mostra chiaramente quanto questo atteggiamento rappresenti veramente l’unica condizione entro la quale si può realizzare un fenomeno così desolante.
Bisogna ricordare infatti, che prima della legge Veil, gli abortisti avevano presentato in parlamento la legge “Peyret”, con la quale si intendeva legittimare la soppressione dei feti sospettati di essere affetti da patologie.
Per giustificare le proprie argomentazioni, la fazione abortista tentò di utilizzare addirittura gli studi genetici del servo di Dio Jerome Lejeune, ma non appena questi lo venne a sapere, la notizia suscitò in lui una reazione fortissima, che si tradusse in un discorso acceso, pieno di verità e passione per la professione medica e la missione della cura della vita.
Discorso che tenne  davanti all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli costò il Nobel per i suoi studi sulla trisomia 21, ma gli valse una bendizione eterna. Sta di fatto che oggi, nella  Francia del presente continuano a venir elaborate le argomentazioni piú ipocritamente fondate, nella retorica del male minore e l’aborto continua a mietere vittime innocenti. Si vuol limitare la libertá dei medici e dei farmacisti, ma e lo diciamo con gioia, allo stesso tempo si mobilita un popolo innamorato della vita, che nello spirito di Lejeune grida il suo no all’ipocrisia.

 

[1] Le affermazioni del deputato francese sono riprese dal giornalista Leone Grotti, in un suo articolo sulla rivista Tempi, del 28 novembre 2014.

 

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