L’ideologia transumanista e il mito del XXI secolo – 1° parte Simone E. Tropea

C’è una corrente di pensiero che va diffondendosi a macchia d’olio ed in modo sempre più pervasivo, in tutte le dimensioni dell’agire e su tutti i fronti della conoscenza scientifica. Questo processo culturale, che il papa Francesco a suo tempo ha definito “colonizzazione ideologica”, si realizza in modo terribilmente semplice.  Come un cattivo pensiero che va infiltrandosi serpentino, tanto nelle sue implicazioni pratiche quanto in quelle teoriche, erigendo i suoi slogan a  paradigmi di un nuovo e contraddittorio cattivo/buon senso oramai sulla bocca e nella testa di molti.
In pochi sanno davvero riconoscere la radice malata da cui proviene questo frutto tossico per i comuni mortali, di cui, più o meno involontariamente, ci stiamo ingozzando tutti, fino ad avvertire un leggero e vago, ma persistente e crescente malessere interiore.
Perché è un piatto che ci viene quotidianamente servito in TV, nei social media, a scuola, negli annunci pubblicitari, nei libroni “divulgativi” di pseudo-geni che spacciano per scienza quello che  in realtà è pura ideologia. Negli spazi d’influenza diretti ed indiretti che frequentiamo si nasconde, sostanzialmente, un suggerimento ostinato a pensare che: Il MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE.
Dove il meglio in questione non è l’esperienza migliore che faremo al livello personale o collettivo ,ma il meglio della materia organizzata (che finora, scioccamente, diciamo con amara ironia, credevamo di essere noi uomini).
Questa corrente di pensiero, alla quale tra un po’ daremo un nome,  scaturisce dall’idea (fondata) che l’umanità stia attraversando una fase evolutiva inedita ed irreversibile, grazie alla radicalità ed alla velocità accelerata degli sviluppi tecnologici e bio-tecnologici, che si concluderà, almeno in una prima fase, con l’estinzione del genere umano nella sua configurazione biologica e psicologica attuale, e la comparsa dapprima del “Cyborg”, cioè a dire un nuovo soggetto risultante dall’ibridazione tra uomo e macchina, tra uomo e computer, e poi di una nuova specie di abitanti del pianeta terra e potenziali abitanti di altri pianeti, perché non più composti di carbonio (cioè povere creature organiche quali siamo noi) ma di silicio, gestite dallo spettro faustiano delle AI, le Intelligenze artificiali.
Credete che sia fantascienza?
Niente affatto. E’ invece il futuro prossimo, anzi, il presente prossimo che si realizzerà in tutta la sua ingestibile ed imbarazzante concretezza in un domani racchiuso in appena una manciata di anni.
A meno che l’attenzione pubblica non si rivolga almeno un po’ ai laboratorio ed ai centri di ricerca che servono questo progetto e non inizi a mostrare, quanto meno, qualche leggero segno di interesse e forse, ci auguriamo, anche di preoccupazione.
Quindi, a meno che non si scelga insieme, di dirigere la forza persuasiva del corpo sociale , una volta redento da questa apatia congenita che sembra essere la cifra del nostro presente  storico, verso un progetto di pressione politica che imponga alla classe dirigente di svincolarsi dalla trappola delle discussioni infinite sull’inessenziale. Discussioni mediatiche che forse, ma ormai neanche più tanto, servono a raccattare voti, ma impediscono al nostro tempo di trovare soluzioni efficaci ai problemi più stringenti, o meglio, “al problema più stringente”, che è appunto quello bio-politico.
In tre brevissimi momenti cercheremo di entrare in merito al nucleo ideologico fondamentale di questa specie di malattia del pensiero, che definiamo senza timore così, non fosse altro perché  il credo espressamente  professato dai suoi iniziatori (possiamo utilizzare questa parola dato che in fondo è una corrente culturale che ha ormai assunto tutte le caratteristiche proprie alle strutture religiose, compresi miti, riti e sacerdoti) si risolve chiaramente nella volontà di farla finita con l’essere umano. Almeno con l’essere umano, homo sapiens sapiens, così come lo conosciamo (e siamo) noi.
Per fare questo però dobbiamo prima porre una premessa storica, che rappresenterà anche la prima parte di questo nostro viaggio alla scoperta del transumanesimo (ecco svelato il nome della corrente) e del modo in cui le mamme (e i papà) del futuro, lo bloccheranno, se saranno disposti a combattere contro il mostro ideologico, rivendicando con forza, e concretamente, il diritto ad essere precisamente, mamme e papà.
Cioè la testimonianza più concreta di un’arcaica, fragile e meravigliosamente liberante dipendenza originaria.
La premessa è questa:
Tutta la modernità si basa su una rivoluzione “epistemologica” e su una nuova visione “antropologica”.
In un certo senso possiamo dire che il cambiamento antropologico è direttamente relazionato a quello epistemologico, cioè possiamo affermare, per tentare di capire meglio ciò di cui stiamo parlando, che un nuovo modo di vedere le cose, ha determinato, in concreto, un nuovo modo di vedere l’uomo.
L’uomo si vede e si concepisce in modo assolutamente diverso da prima. Non più come un soggetto “relativamente” libero, quindi capace di scrivere in modo originale la propria storia ma sempre all’interno di alcuni limiti dati, quali per esempio, la lingua e il paese di nascita, la religione, ecc., che era il modo in cui  l’uomo medievale concepiva sé stesso (semplificando estremamente), ma come un soggetto “assolutamente” libero, cioè un ente all’interno della realtà che prescinde da qualsiasi tipo di determinazione extra-soggettiva.
Questo passaggio culturale va sotto il nome di :  “umanesimo”.
Cioè a dire un momento storico in cui l’Assoluto, l’orizzonte ultimo di senso e il riferimento morale  estremo dell’agire e del pensare, non è più Dio, vale a dire un principio esterno all’uomo, per quanto astratto questo principio  potesse essere o per quanto svariati modi ci fossero di considerarlo, ma è invece l’uomo stesso, metro e misura, si diceva una volta, di tutte le cose.
Come fa notare il filosofo francese Alain Finkielkraut [1], l’uomo moderno, ovvero l’uomo in quanto moderno, cioè l’uomo del “modus”, dell’ora, dell’adesso, della pura e astratta possibilità di essere qualcosa in un tempo che non ha né argini, né confini o rifermenti stabili, fa la sua comparsa nel 1482 con l’Oratio de hominis dignitate scritta da Pico della Mirandola.
In quest’opera il filosofo italiano dalla memoria prodigiosa riprende un passo del libro della Genesi, il momento della creazione. L’autore descrive Dio nel momento di assegnare ad ogni creatura un posto ed uno scopo preciso all’interno del creato, e mette in bocca al Padre Eterno queste parole, che immagina Egli diriga all’uomo/Adamo:
«Non ti abbiamo dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio, né una prerogativa peculiare affinché avessi e possedessi come desideri e come senti la dimora, il sembiante, le prerogative che tu da te stesso avrai scelto. Agli altri esseri una natura definita è contenuta entro le leggi da noi dettate. Tu, non costretto da alcuna limitazione, forgerai la tua natura secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti ho posto in mezzo al mondo, perché di qui potessi più facilmente guardare attorno tutto ciò che vi è nel mondo. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che preferirai. Potrai degenerare nei esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini».O somma liberalità di Dio Padre, somma e mirabile felicità dell’essere umano.Al quale è concesso avere ciò che desidera, essere ciò che vuole…»[2]
Quindi è chiaro, nella prima parte del nostro viaggio alla scoperta del transumanesimo, che la visione dell’uomo come un qualcosa di assolutamente indefinito, amorfo, malleabile, e quindi un ente da definire, a cui dare la forma che più ci piace, un soggetto da malleare e manipolare, sta all’origine della modernità, come un programma, che culmina e va realizzandosi in modo più compiuto, negli ultimi due secoli.
Il modo in cui questa visione dell’uomo come pura potenzialità, e quindi come pura progettabilità passa dall’indicare la chiamata a compiere un itinerario di crescita spirituale e intellettuale (che era in fondo il senso in cui  Pico della Mirandola pensava il principio di potenzialità, ci è dato supporre)  all’imperativo scientifico di superare ogni forma di limitazione e di creare un modello umano, perfetto e perfettamente funzionate secondo i criterio dell’efficienza e dell’autoconservazione, quindi non più umano ma appunto transumano, questo cercheremo di capirlo nei prossimi articoli.

[1] Cfr. ALAIN FINKIELKRAUT, “Nous autres, modernes”, Ellipses/École Polytechnique, Paris, 2005

[2] Cfr. PICO DELLA MIRANDOLA, E.Garin (a cura di) , “Oratio de hominis dignitate”, Scuola Normale Superiore, Pisa, 2012

 

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