L’ideologia transumanista e il mito del XXI secolo – 2° parte Simone E. Tropea

In che modo, una visione dell’uomo inteso come pura potenzialità o pura possibilità  di essere qualcosa, quindi pura ed assoluta libertà, si è trasformata in una ideologia secondo la quale è quasi un obbligo morale per l’uomo, che oggi ha i mezzi bio-tecnologici per farlo, superare definitivamente quella fase di limitazione strutturale che ancora caratterizza la sua esperienza esistenziale, per lasciare il suo posto al vertice della catena alimentare,  ad un nuovo soggetto, geneticamente modificato, tecnologicamente implementato, ed in ultima analisi, evolutisticamente trans-umanizzato?
Il secondo passo del nostro viaggio tocca un altro momento storico fondamentale per capire come si è arrivati a compiere questo salto abissale dall’accezione dantesca di “trans-umanar”[1], come superamento della natura umana e approdo alla vita divina, dopo la morte, all’accezione moderna di “transumanesimo”, che vuol dire esattemente la stessa cosa, ma non in senso mistico o meta-temporale, invece in un senso estremamente storico e materiale.
L’uomo vuole essere dio, oggi. Qui ed ora.
Un dio senza Dio.
Il secondo momento storico di cui dobbiamo parlare brevemente è quello della rivoluzione scientifica, che ha avuto luogo con Copernico e Galilei. La rivoluzione scientifica non consiste, in realtà, in un cambiamento chissà quanto sensibile dell’antica configurazione scientifica del mondo.  Naturalmente il passaggio del geocentrismo all’eliocentrismo ha determinato un cambiamento, anche psicologico potremmo dire, importante, per quanto ci sarebbe da fare tutta una serie di precisazioni sulla grande contraddizione della modernità scientifica che invece di adottare come attitudine peculiare l’umiltà, di chi sa di scrutare il creato da una prospettiva sempre marginale,  ha acquisito la superbia inspiegabile di chi si ritiene l’unico detentore della verità delle cose, valutata e scoperta, addirittura, a prescindere dalle cose stesse.
Andiamo con ordine.
Siccome la percezione immediata dei dati, con la grande rivoluzione eliocentrica, si rivela apparentemente fallace, perché ci porta a pensare una cosa diversa dalla realtà dei fatti, ecco che il dato in sé smette di essere prioritario, e diventa invece più importante, la “lettura” del dato fenomenologico, cioè “l’interpretazione” scientifica del dato.
Dove quel scientifico significa “matematico”. Il calcolo è la prova della “verità” o della falsità di una tesi.  La verità sta nella matematica. Poiché la grande tesi di Galileo è quella che Dio, creando il mondo lo “matematizza”, ecco che tutto il creato è misurabile. La verità coincide con la misurabilità e con la coerenza di una proposizione scientifica alle regole della matematica. Un mondo integralmente geometrizzato è il mondo dello scientifico moderno. Quindi tutto ciò che non è matematicamente comprensibile non appartiene al perimetro della verità, né della realtà in senso stretto.
E questo è un dramma (che naturalmente Galileo non voleva minimamente produrre e non produsse lui direttamente), un dramma che si può capire soltanto se si pensa quanto sia assurdo ritenere che LA VERITA’, sia  una questione di coerenza algebrica, o che la realtà, integralmente intesa, si possa racchiudere nella sua complessità, in formule.
L’intangibile, l’immateriale, l’incommensurabile, viene escluso dall’orizzonte dello scienziato moderno, e relegato nell’ambito della poesia, considerata una pseudo-logica assolutamente inattendibile da un punto di vista rigorosamente intellettuale.
Mentre è la poesia, cioè è proprio l’immensurabile ciò che rappresenta la sapienza autenticamente umana.
La matematica è un metodo, un approccio, non è la verità.
Possiamo dire che è uno strumento che non può essere confuso con il fine.
La matematizzazione del mondo rinchiude l’uomo che si relaziona alla realtà nella gabbia del metodo. Non è infatti l’incontro con il dato nella sua immediatezza fenomenologica, ciò che interroga e conserva lo stupore e la meraviglia dell’uomo, ma è l’ansia di ricondurre la realtà in uno schema interpretativo in sé stesso coerente, quello che angoscia il moderno.
Questo atteggiamento, genera una conseguenza molto interessante: l’ideologia come disprezzo per la realtà e asservimento allo schema.
Cioè paradossalmente, involontariamente, la rivoluzione scientifica ha determinato  il più anti-scientifico degli atteggiamenti.
Infatti, la validità di una proposizione scientifica risiede nel fatto che essa è coerente con quei presupposti epistemologici da cui parte l’osservatore. Ma questa non è “LA VERITA’”, è semplicemente una lettura della realtà o di una determinata porzione di realtà coerente con dei criteri ermeneutici che io osservatore ho utilizzato per leggere la realtà stessa. Insomma con le regole che mi sono dato.
Ma la verità non sono le regole, è anzi, tutto ciò che non è la regola.
Il sapere scientifico non è mai vero, al massimo è coerente.
Quindi parlare di verità scientifica è fare “pseudo-scienza”, parlare di coerenza scientifica, è fare scienza.
Non si può ridurre la verità alla biologia, ma non si può dire che una cosa è vera se biologicamente non quadra, non si può parlare di verità scientifica in qualcosa di finito in generale, la verità è trascendente.
La verità è la capacità di scorgere in ogni realtà, una ulteriorità rispetto a se stessa.
Per questo la verità è simbolica, dialogica, e dinamica.
È aperta. Non è relativa, è relazionale.
Si fa la verità, non si possiede.
L’inganno della scienza moderna, e di tutta la narrazione maniacale sul progresso scientifico come unico orizzonte di senso possibile, quindi unico progetto socio-politico difendibile, ha portato ad un distacco progressivo e radicale dalla realtà extra-soggettiva, e al cedimento nell’asservimento totale alla propria idea  individuale ( si consideri un individuo anche l’Io collettivo di Vero, di buono, di giusto, di valido).
La realtà ha iniziato a deperire sotto i colpi sferzanti della pseudo-scienza moderna intrappolata nel girone infernale dell’astrattezza.
Della disattenzione alla realtà concreta e inapprensibile con i soli strumenti della matematica e della geometria, del mondo e dell’uomo.
Ecco il paradosso della rivoluzione scientifica. Per spiegare l’uomo, con l’ansia di ridurlo ad una sua interpretazione, ha finito con il porre le premesse fattuali perché questo strano animale razionale, nella sua concretezza più oggettiva, potesse essere negato a favore di una “idea di uomo”, in grado di sostituirlo.
Questa sostituzione viene ad essere realizzata attraverso un salto ulteriore, che spiegheremo nel prossimo capitolo, in cui appare l’ultimo elemento che precede, spiega e rende credibile il transumanesimo: la matematica al servizio della tecnica, la tecnica al servizio dell’idea!

[1] Dante, Paradiso, I, 70

 

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