Prima valutazione della relazione annuale, sull’attuazione della legge 194 presentata il 31 dicembre 2018 dal Ministro Giulia Grillo Carlo Casini

Il relatore per la maggioranza favorevole alla legge Giovanni Berlinguer, nella sua dichiarazione di voto disse: «Sarebbe assai utile e opportuno un impegno di tutti i gruppi promotori a riesaminare, dopo un congruo periodo di applicazione, le esperienze positive e negative di questa legge […] Dovremmo riesaminare le esperienze pratiche, le acquisizioni scientifiche e giuridiche e assicurare da parte di tutti i gruppi parlamentari l’impegno di introdurre nella legge le necessarie modifiche […] ciò può garantire che vi sia, successivamente all’approvazione della legge, un lavoro comune sia nell’applicazione che nella revisione del testo. Dobbiamo ripartire continuamente dall’idea che il problema, per la sua complessità e delicatezza, richiede da parte di ciascuno di noi un alto senso di responsabilità, ed anche una profonda capacità di vedere, ciascuno alla luce delle esperienze, idee e concetti che sembrano ora acquisiti e quasi cristallizzati». Evidentemente nell’animo del relatore, nel momento stesso in cui chiedeva l’approvazione della legge, vi era un dubbio sulla sua giustizia. La risposta a questo dubbio è l’art. 16 della legge che fa obbligo al Ministro della salute e a quello della giustizia di riferire sull’attuazione della legge. La relazione è indirizzata al Parlamento ed ha evidentemente lo scopo di suscitarne una approfondita riflessione. Purtroppo, non risulta mai esserci stato un dibattito assembleare sulle relazioni annuali.
Il Movimento per la Vita (MpV) italiano fin dall’inizio ha sempre predisposto una suo rapporto critico nei riguardi della relazione del Ministero della salute. Come è ovvio, tutte le critiche sono partite dal riconoscimento del diritto alla vita del concepito. Ora è giunto il tempo di cambiare, perciò le critiche sono formulate in forma di domanda, sia al ministro, sia ai singoli parlamentari, nella speranza di ottenere risposte conformi alla coscienza di ciascuno. Speriamo così di avere un dialogo fruttuoso. Il crollo della natalità e la ricerca di nuovi assetti politici da parte dei partiti potrebbero favorire il dialogo.
In sintesi la relazione del Ministro Grillo manifesta soddisfazione per la diminuzione degli aborti legali e per il regolare funzionamento del servizio di “IVG”, ma le domande che proporremo contestano una tale soddisfazione.
Domanda n. 1: gli aborti sono diminuiti oppure sono aumentati in misura elevata? Secondo la relazione ministeriale gli aborti legali nel 2017 sono stati 80.733 con una diminuzione anche rispetto al 2016, quando furono 84.926. A parte il fatto che il crollo della natalità ha diminuito anche il numero delle donne anche in età feconda, il punto decisivo su cui bisogna riflettere è quanto detto dalla relazione ministeriale a pag. 7: molto probabilmente ha inciso anche l’aumento della “contraccezione di emergenza” (Norlevo a base di Levonogestrel, pillola del giorno dopo; EllaOne a base di Ulipistral acetato, pillola dei cinque giorni dopo). Secondo la stessa relazione ministeriale (pp. 12 e 13), nel 2017 sono state vendute 224.432 confezioni di EllaOne e di 335.649 confezioni di Norlevo, per un totale di 560.081 con un aumento esponenziale nel corso degli ultimi anni. Per questi prodotti l’uso è prescritto dopo un rapporto sessuale non protetto avvenuto nel periodo presumibilmente fecondo. Per qualificarli come contraccettivi bisogna sostenere che essi impediscono il concepimento ritardando l’ovulazione della donna. Ma è noto che oltre a procrastinare l’ovulazione, sia la pillola del giorno dopo, sia quella dei cinque giorni dopo provocano un’alterazione della parte interna dell’utero (endometrio) con l’effetto di impedire che l’embrione già formato sia accolto nel corpo materno provocandone così la morte. Questo è l’effetto prevalente. Secondo l’ultima ricerca pubblicata il 18 gennaio 2019 su European Journal on Contracceptives and Reproductive Health Care (Mozzanega B. et al.), l’effetto di ritardare l’ovulazione sarebbe determinato soltanto nel 15% dei casi. Già il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nei pareri del 28 maggio 2004 e 25 febbraio 2011 e il Consiglio Superiore di Sanità nel parere del 10 marzo 2015 avevano sempre ipotizzato che l’effetto prevalente delle suddette “pillole post-coitali” è l’alterazione dell’endometrio con l’effetto di impedire l’annidamento nell’utero materno dell’embrione già formato e di cagionarne così la morte, cosa che costituisce un occulto aborto precocissimo e dunque clandestino.
Il MpV ha fornito un’ampia informazione sugli effetti abortivi della contraccezione d’emergenza nell’XI rapporto sulla legge 194 del gennaio 2018 pubblicando un documento della Società Italiana per la Procreazione Responsabile (www.sipre.eu) del 3 ottobre 2017 e l’indagine pubblicata nel maggio 2017 su Molecular and cellular Endocrinology (Lira-Albarrán S. et al.). È significativo che l’azienda produttrice di questi prodotti post-coitali, dopo aver segnalato il loro effetto sull’endometrio ed aver abbandonato questo giudizio per ragioni commerciali, cioè per vendere di più, sia tornata in un rapporto del 29 giugno 2017 ad affermare che questi prodotti, assunti nei giorni più fertili del ciclo, non impediscono mai l’ovulazione: essa avviene regolarmente e può seguirne il concepimento.
La tesi della efficacia esclusivamente contraccettiva del Levonogestrel e dell’Ulipistral acetato si fondava sulla distinzione tra embrione e pre-embrione; distinzione totalmente abbandonata dalla Convezione di Oviedo del 4 aprile 1997 e respinta dalla Corte europea di giustizia nella sentenza del 18 ottobre 2011 (causa Greepeace contro Oliver Brustle). Anche di questo il MpV ha dato ampia documentazione nel suo X rapporto sulla legge 194 presentato il 7 dicembre 2016. Questa situazione impone allo Stato due obblighi: in primo luogo, quello di applicare il principio di precauzione generalmente accolto in materia ecologica tanto più da applicare quando è in gioco la vita umana. Quando un naufragio disperde in mare dei naufraghi, o un terremoto seppellisce sotto le macerie degli esseri umani le loro ricerche devono continuare finché sussiste l’ultima speranza che qualcuno sia in vita.
In secondo luogo, gli utenti devono essere informati sugli effetti abortivi possibili dei prodotti qualificati “contraccezione di emergenza”.
Domanda n. 2: il concepito è un essere umano? La risposta impegna la ragione e la scienza ma in questa sede è opportuno cercarla all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, soprattutto a livello costituzionale.
Per cinque volte il CNB ha dichiarato che l’embrione umano è un essere umano a pieno titolo. Lo ha affermato la prima volta nel 1996 nel parere su “Identità e statuto dell’embrione umano”, lo ha ripetuto nel 2003 nel parere sulle cellule staminali e ancora nel luglio 2005 nel documento concernente l’“ootide”; successivamente, il 18 novembre 2005, nel parere sull’ “adozione per la nascita degli embrioni crioconservati” e, infine, nel parere del 16 dicembre 2005 sull’aiuto alla donna in gravidanza e depressione post partum. Ben più importanti sono le indicazioni costituzionali. Nella stessa sentenza n. 27 del 1975, che aprì la strada alla depenalizzazione dell’aborto, si legge: «la tutela del concepito ha fondamento costituzionale precisamente nell’art. 2 della costituzione che riconosce e garantisce i diritti dell’uomo tra cui non può non ricomprendersi sia la situazione giuridica del concepito». Il concepito dunque è riconosciuto come un essere umano. Con una motivazione ampia e approfondita la sentenza costituzionale del 1997 ha affermato che addirittura nella legge 194 il concepito è riconosciuto come un essere umano. Vi si legge tra l’altro che ha «fondamento costituzionale la tutela del concepito la cui situazione giuridica si colloca tra i diritti inviolabili dell’uomo riconosciuto dall’art 2 della Costituzione, denominando tale diritto alla vita oggetto di specifica salvaguardia costituzionale». La conclusione della sentenza è che nell’art. 1 della legge è ribadito il diritto alla vita del concepito.  In due recenti sentenze la n. 229 del 2015 e la n. 84 del 2016 si afferma che il concepito non è una cosa. Dunque se non è una cosa è qualcuno, un essere umano. Per chi conserva qualche dubbio è richiamabile ancora una volta il principio di precauzione: il cacciatore non può essere autorizzato a sparare contro un cespuglio se non ha la certezza ce non vi è nascosto un essere umano.
Dal riconoscimento del concepito come un essere umano derivano due conseguenze. La prima riguarda la valutazione dell’aborto. Esso è una delle più grandi ingiustizie perché è diffuso non meno di altri disumane violenze sull’uomo e perché il concepito è il più povero, piccolo e innocente tra gli esseri umani che dovrebbe essere difeso proprio da coloro che invece ne decidono la morte. Inoltre, l’aborto non è lontano da noi come attualmente le guerre e le morti in mare dei migranti.
La seconda conseguenza è che il Ministro della salute e il Parlamento dovrebbero interrogarsi se, in un sistema di depenalizzazione, è stato fatto tutto il possibile per ridurre l’ingiustizia. Il Ministro mostra soddisfazione per la diminuzione degli aborti legali, ma deve chiedersi se è stato fatto tutto il possibile per proteggere la vita dei concepiti. A questo riguardo, la relazione ministeriale dovrebbe riferire anche sul volontariato che in quaranta anni ha aiutato a nascere oltre 200.000 bambini non contro e madri ma insieme ad esse. La recente delibera del consiglio comunale di Verona dovrebbe essere accolta come esemplare e non sottoposta a dura critica e censura.
Domanda n. 3: il riconoscimento del concepito come un essere umano, un figlio, uno di noi, è il più efficace mezzo di prevenzione dell’aborto volontario?
Fino ad ora la prevenzione è stata affidata esclusivamente alla contraccezione. Alla pagina 17 della relazione ministeriale vi è una tabella che riporta i tassi di abortività in quasi tutti i paesi del mondo. Quello italiano è più basso di quelli della Francia, dell’Inghilterra, degli Stati Uniti e di quasi tutti gli altri paesi, ma è pensabile che in questi paesi la contraccezione sia assai più diffusa che in Italia. Sorprende che in Germania l’abortività sia meno diffusa che in Italia. In Germania sono chiarissime le indicazioni pubbliche che riconoscono l’essere umano nel concepito. Di conseguenza, si afferma che occorre rafforzare il naturale istinto materno con chiarezza e forza, indicando che il concepito è uno di noi. Questo impegna lo Stato attraverso tutti i suoi organi di consulenza e progetti educativi e scolastici, le informazioni dei mezzi di comunicazione sociale. Si legge nella sentenza costituzionale tedesca del 28 maggio 1993: «con riferimento al nascituro ci troviamo di fronte a una vita individuale, già determinata nella sua identità genetica e perciò nella sua unicità ed inconfondibilità, non più separabile, che nel processo della crescita e del dispiegamento di sé non solo si sviluppa in un essere umano, ma anche in quanto essere umano».
Ne deriva – scrive la citata sentenza – che «Gli organi dello Stato, sia a livello federale che a livello di Land, devono schierarsi riconoscibilmente a favore della tutela della vita. Ciò riguarda in particolare i programmi di insegnamento scolastico. Gli istituti e gli enti pubblici che svolgono l’informazione in materia sessuale sono tenuti in generale a rafforzare la volontà di difesa della vita prima delta nascita […]. Le emittenti televisive sia di diritto pubblico che private sono tenute al rispetto della dignità umana […], La loro programmazione è tenuta, quindi, a prendere parte al compito di tutela della vita prima della nascita».
Per l’Italia derivano due efficaci conseguenze: un ripensamento sulla funzione dei consultori che dovrebbero essere soltanto strumenti di prevenzione dell’aborto e non più di accompagnamento verso l’ “IVG” e il sostegno organico del volontariato a servizio della vita e della maternità.

 

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