Storia dell’aborto negli United States Giovanna Sedda

Il caso giuridico americano per eccellenza inizia quasi per caso: Norma è una ragazza sola, senza un posto per vivere né un lavoro, ha appena ventuno anni e aspetta il terzo figlio, incontra due avvocati a cena, sono gentili e offrono la pizza, chiedono di firmare un documento, poi scompaiono…
Quella firma darà il via a un contenzioso lungo quattro anni contro lo stato del Texas arrivando fino alla Corte Suprema. Da qui, con la sentenza Roe vs Wade, segnerà la legalizzazione dell’aborto nel paese. Era il 22 gennaio 1973. Una data che ha segnato la vita pubblica americana come uno spartiacque.
I dati ufficiali registrati all’epoca parlano di oltre 15 aborti per 1000 donne in età fertile, un dato destinato a raddoppiare nel giro di appena sette anni e che solo quarant’anni dopo tornerà al livello iniziale. I dati assoluti del Centers for Disease Control and Prevention sono ancora più rattristanti: nell’anno della legalizzazione il numero di aborti eseguiti supera i 615.000. Durante il 1990, con un picco di 1,5 milioni di aborti, il paese ha perso lo 0.6 % della sua popolazione. Solo recentemente il numero è tornato vicino al punto di partenza (638.000 nel 2016).
Prima della sentenza Roe vs Wade l’aborto era considerato illegale nella maggioranza degli Stati. Alcuni stati prevedevano eccezioni in caso di violenza, pericolo per la vita della madre o possibili malformazioni. Il divieto di aborto si era consolidato nella società americana a cavallo tra ‘800 e ‘900. Secondo la storica, L. J. Reagan (When Abortion Was a Crime, 1996) intorno alla metà dell’ottocento metodi e improbabili composti abortivi divengono sempre più diffusi e pubblicizzati, suscitando la battaglia anti abortista della influente American Medical Association (AMA). Da una parte le nuove scoperte sul concepimento permettevano di superare l’impostazione delle leggi coloniali che vietavano l’aborto dopo la percezione dei movimenti del bimbo; dall’altra, quanti praticavano l’aborto (intervento contrario al giuramento d’Ippocrate) erano al di fuori della professione medica e con questa entravano in diretta competizione.
Oltre queste motivazioni, il movimento anti-aborto era alimentato anche da argomenti antifemministi e, paradossalmente, anti-cattolici: si temeva infatti che i gruppi di immigrati recenti più fertili (da Irlanda, Polonia, Italia, Messico ecc.) potessero superare la popolazione originaria – intesa come quella della prima colonizzazione [sic]. Nel 1868 il medico protestante H. Storer, leader della campagna antiaborto dell’AMA, si chiede se l’Occidente “sarà popolato dai nostri figli o da quelli di questi stranieri [cattolici]?”. Un argomento che talvolta torna anche oggi e che dovrebbe suscitare più di un interrogativo nei pro-life.
A partire dall’inizio del Novecento, a fronte della nuova legislazione, non mancano però i riscontri sulla pratica dell’aborto proprio da parte dei medici. Di fatto, per la L. J. Reagan la criminalizzazione dell’aborto aveva più un carattere di moralizzazione sociale che di proibizione legale: lo svolgimento di processi pubblici serviva a incutere il timore di gravidanze inattese più che a punire la pratica in sé. La coesistenza tra molti modi per accedere all’aborto a fronte di pochi processi (e altrettanti scandali) continua indisturbata fino agli anni Cinquanta quando l’applicazione del divieto di aborto inizia a essere sempre più stringente.
Nel Dopoguerra, l’unico grimaldello legale di fronte all’inasprimento dei controlli sull’aborto illegale rimase, dove consentito, l’uso dell’aborto “terapeutico”, la cui definizione rimaneva generica e soggetta a interpretazioni contrastanti.
Durante le contestazioni sociali degli anni Sessanta le richieste per la legalizzazione dell’aborto tornano a riecheggiare pubblicamente fino a fare breccia nel primo stato, quello di New York, che abolisce il divieto nel 1970. In varie città sorgono gruppi che promuovono l’aborto e gestiscono cliniche clandestine. In questo clima, la decisione sul caso Roe Vs Wade rappresenta una vera e propria forma di “attivismo giuridico”.
La sentenza votata da sette giudici su nove di cui ben cinque nominati dai repubblicani, rivelò il ruolo chiave della Corte Suprema. Da qui in avanti i futuri Giudici sarebbero stati attentamente valutati sotto il profilo delle scelte etiche, nel tentativo di raggiungere una maggioranza di membri pro-life e ribaltare la decisione. La sentenza Roe, sulla scorta del diritto alla privacy della donna, riconosceva la possibilità di intervenire ai singoli stati solo dopo il raggiungimento dell’autosufficienza da parte del nascituro. Da qui i prolife hanno iniziato l’approccio delle “restrizioni”, arrivando ad approvare oltre mille leggi statali per limitare il più possibile il ricorso all’aborto, nonostante una ulteriore sentenza abbia vietato le limitazioni non giustificate.
In questo nuovo scenario di aborto legale, la strategia delle restrizioni è stata affiancata dalla strategia del de-finanziamento. Grazie a una serie di sentenze del 1977, gli stati hanno visto cancellato ogni obbligo di sostegno pubblico all’aborto. Questo ha contribuito da una parte alla ulteriore limitazione dell’aborto, dall’altra ad accentuare le differenze geografiche tra stati a seconda che i rispettivi governi fossero pro-life o pro-aborto. Il de-finanziamento è stato poi esteso all’amministrazione nazionale dal presidente Reagan, nel 1984, attraverso la Mexico City policy che vieta il finanziamento pubblico delle organizzazioni che promuovono l’aborto. Da allora tale tipo di finanziamento viene concesso e sospeso a seconda di chi arriva alla Casa Bianca (erogato da Clinton e Obama, interrotto da Bush e Trump).
La sentenza Roe, ha lasciato gli Stati Uniti in un contesto magmatico in cui la legislazione sull’aborto muta geograficamente e nel tempo con il mutare dei partiti. Da una parte il numero di cliniche abortive continua a ridursi sotto la spinta delle restrizioni nella maggioranza degli stati, dall’altra le differenze interne continuano a crescere. Proprio questa settimana, lo stato di New York ha voluto segnare l’anniversario della Roe Vs Wade estendendo la possibilità di abortire incondizionatamente fino al momento della nascita. Sullo sfondo di questo scenario, anche l’opinione pubblica inizia a cambiare: un sondaggio appena rilasciato (condotto da Marist Poll) mostra come la metà della popolazione sia favorevole a tornare al sistema di restrizioni precedente alla sentenza Roe, mentre solo un terzo vuole mantenerla. Chissà che con la nomina di due giudici supremi pro-life da parte di Trump, dopo quarantasei anni, sia giunta l’ora per una nuova sentenza a favore della vita.

 

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