Curare la fragilità. Una visita al centro di cure palliative di Laguna (Madrid), il secondo più grande d’Europa Simone E. Tropea

È un martedì pomeriggio come tanti altri, mi accingo a varcare la soglia di una struttura che all’apparenza non è dissimile in nulla da un qualsiasi altro centro ospedaliero. Tuttavia qualcosa di particolare si nota già nell’architettura, nel respiro calmo degli ambienti interni, nei dettagli che affiorano, se solo si presta un po’ d’attenzione, attraversando i corridoi, poi nelle sale d’attesa, infine nelle stanze dei pazienti.
Quella che sorge al centro del quartiere madrileño di “Laguna” non è una clinica come tutte le altre. I pazienti sanno, così come lo sanno i loro familiari, che quel contesto così caldo è l’anticamera del passaggio. Quelle sale ospitali, che nulla, in realtà, hanno in comune con tante costruzioni anonime e grige, gli ospedali inospitali delle nostre città, piantate come spine di ferro nel corpo urbano, quelle stanze impregnate di silenzio e attesa sono scrigni che custodiscono la fragilità suprema.
Fragilità accolta,  interrogata, rifiutata, insopportabile o amica: la consapevolezza che la vita fisica si spegne, e solo un uscio di silenzio   li separa dall’incontro, che forse in tanti fino a quel giorno hanno voluto rimandare, con l’interlocutore segreto che pure lì, nella loro fragilità nascosta era sempre stato.
È alla fonte dell’ansia e della speranza che mi avvicino discreto, come pregando,mentre sfioro gli ospiti del centro.
Malati oncologici in fase terminale, persone affette da malattie degenerative che hanno consumato in fretta i loro giorni felici, anche bambini, si, bambini che i loro genitori non possono difendere, ragioni spietate contro le quali la pietà e la supplica di padre e madri impotenti non servono. Giovani, anziani, uomini, donne, poveri e ricchi. Tutti hanno il diritto di essere amati fino in fondo.
Non si paga il pedaggio, si passa accompagnati, presi per mano dall’amore gratuito di volontari, medici e infermieri, supportati nel loro lavoro dall’aiuto proporzionato dalla fondazione Vianorte-Laguna.
Un uomo, un prete, per qualcuno un santo, di nome Josè María Escrivà de Balaguer lavorò in questo quartiere molti anni fa, scoprendo che proprio in questa zona si concentrava la maggiore densità di abitanti con il tasso di anzianità più elevato della capitale spagnola.
Volle che il suo lavoro, che la sua speranza restasse lì, trovasse una forma, un’eco, una concretizzazione.
Così nel 2006 fu creato il centro. Settantadue posti letto accolgono i pazienti adulti. Piú di venti bambini vengono presi a casa ogni giorno, e riaccompagnati a casa, sempre con l’ambulanza, alla sera.
Il centro, per quanto legato ad una fondazione privata, è comunque un centro convenzionato, motivo per cui arrivano pazienti da tutta la Spagna. Vengono curati senza alcun tipo di discriminazione economica, religiosa o culturale.
La vera novità rappresentata da un centro come questo, si presenta però nelle sale di studio e nelle aule al piano terra.
La ricerca infatti accompagna la pratica clinica. Perché la grande sfida è che espressioni come questa della cultura del rispetto e dell’amore all’uomo, dal momento della fecondazione a quello della morte, non restino sporadiche o puntuali, ma si integrino e rendano così integro (moralmente integro) il sistema sanitario.
La cultura della morte, che vede nell’eutanasia, nelle sue più diverse applicazioni, l’unica risposta possibile di fronte alla manifestazione esplicita della fragilità, che coincide  con  la diagnosi più o meno precisa dell’imminenza del decesso, nega che si possa aggiungere vita ai giorni se non ci si limita ad aggiungere giorni alla vita, ma si cerca invece di regalare ad ogni giorno la speranza, la luce, l’energia, per sperimentare che in una frazione di tempo può davvero essere contenuto e vissuto tutto il tempo del mondo.
C’è un po’ di eternità nei corridoi di questa clinica. C’è dolore, tanta sofferenza e confusione, ma c’è un silenzio che permette di ascoltare una voce amica che dice : Non avere paura. Vivi ancora, fai piano, riconciliati, chiedi perdono, lascia le zavorre prima d’imbarcarti.
La terapia del dolore rende gli ultimi giorni di vita di malati spesso provati da malattie molto violente, un tempo sollevato, vivibile, umano.
La cura dell’umanità, della dignità del paziente e l’ascolto anche dei suoi familiari, delle loro ansie, della loro angoscia, del loro limite, sono il cuore della cultura del centro. Ci auguriamo che si conosca e si valorizzi sempre di più la cultura delle cure palliative, dei benefici morali, materiali e sociali che comporta per tutti, perché si sappia che l’eutanasia non è affatto una pratica compassionevole, ma anzi, la perdita di una possibilità infinitamente importante per un malato terminale e per la sua famiglia. La possibilità di ascoltare questo silenzio che precede il passaggio, per poterlo riempire con quelle parole di gratitudine, di benedizione e anche di perdono, che forse per tanto tempo non si è osato pronunciare.
Questa l’esperienza dei pazienti che raccolgo e riporto così come l’ho ascoltata. Discreto sempre, spero,come pregando.

 

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