Dall’umanesimo al transumanesimo. Il nichilismo (A) 5° parte Simone E. Tropea

Per Adorno e Horkheimer, l’illuminismo come ontologia critica, ritorna criticamente su se stesso, e osando spingersi fino alle gelide estremità del suo corpo convulso, cioè quelle ambiguità che abbiamo analizzato negli articoli precedenti, apre di nuovo la strada ad una forma di oscurità molto particolare.
Un’oscurità qualitativamente distinta da quella che potremmo definire l’ombra pervasiva del pregiudizio metafisico-religioso, così presente secondo i moderni nel pensiero medioevale. L’Illuminismo voleva combatterla (vi ricordate Kant?), e facendo questo, almeno nelle sue estreme conseguenze, arriva all’idea che l’unica verità oggettiva sia solo il movimento caotico e insensato della pura materialità.
La carne di questa nuova e primordiale oscurità coincide con il risveglio di quelle potenze arcaiche, addirittura pre-mitologiche, o meglio ancora, preistoriche (posto che la Storia, secondo gli illuministi, è un argomento che trova fondamento solo nell’illuminismo) che rappresenta l’eruzione magmatica della barbarie (nel senso proprio di indicibilità, inintellegibilità, incontrollabilità) come unica forma originale e caotica di tutto ciò che esiste.
L’oscurità  disvelata  che s’impossessa del metodo, ergendosi a sistema, sempre secondo i francofortesi (Adorno e Horkeimer appartengono infatti al gruppo dei filosofi di Francoforte, per quanto la loro attività accademica si sia sviluppata principalmente negli Stati Uniti), è il totalitarismo da una parte, e la mercificazione, o comunque la reificazione del corpo dall’altra.
Le due espressioni si sovrappongono nella cultura consumistica e capitalistica, ed il corpo, come mero organo di consumo, viene ridotto alla stregua di una macchina finalizzata alla produzione e alla consumazione, appunto, bulimica e ossessiva, di cose e situazioni. L’idolatria del corpo, propria dell’industria del fitness e della chirurgia plastica, nasconde in realtà il più radicale disprezzo per la corporeità. Il fare, che è un “farsi” da sé, nella società contemporanea é perverso, perché non vi può più essere progresso in senso lineare (del progresso se vi ricordate abbiamo parlato in un articolo precedente), ma solo ripiegamento sull’unico “ora” sospeso nel vuoto, nell’assenza di riferimenti morali minimi o massimi, incastrato nella pura apatia del piacere (come alienazione), come fuga eversiva dall’ipocrisia inerente alla vita sociale. La virtù è privata, anarchica, il bene è diventato soggettivo.
Per Horkeimer e Adorno, il solipsismo narcisistico della vita del moderno si manifesta in tutta la sua portata nell’opera di Sade, e, più avanti, in quella di Nietzsche come rottura di ogni possibile convenzione, di ogni sistema di convivenza regolato dall’esterno.
In fondo è vero quello che scrive Benjamin Constant:
Gli antichi definivano la libertà, come partecipazione attiva e costante alla cosa pubblica. La nostra idea di libertà, di noi moderni, coincide con il godimento pacifico dell’indipendenza privata”*.
Ma l’affermazione dell’Io, nella logica della dialettica dell’illuminismo(che è il libro in cui essi esprimono la loro tesi), coincide con il suo sacrificio, la sua consumazione.
Consumazione dell’esistenza personale, “…l’Io deve se stesso al sacrifici dell’istante, per il  futuro”**  ma soprattutto il sacrificio della coscienza morale nell’adorazione primordiale, cioè nell’accrescimento, di quella forza che presiede all’auto-conservazione, intesa come il principio inerziale che sostiene l’esistente: il dominio.
Gli  uomini  pagano  l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ció su cui lo esercitano. L’illuminismo si rapporta alle cose come il dittatore agli  uomini: che conosce in quanto è  in grado di manipolarli (….)  Nella trasformazione l’essenza delle cose si rivela ogni volta come la stessa: come sostrato del potere”.
La dialettica dell’illuminismo sta in questo: che pensiero e manipolazione coincidono tanto da co-implicarsi costantemente in un processo interminabile, che è la storia dei rapporti tra uomo e uomini, tra uomini e mondo, in modo tale che il soggetto-uomo e il soggetto umanità non possono che ritrovarsi sempre più lacerati, perché natura che consuma e manipola se stessa, consumando e manipolando il mondo, ormai privo di qualsiasi altra direzione, finalità, telos (il telos in greco è la finalità), che non sia il ripiegamento dell’Io su se stesso. Ovvero l’accrescimento del dominio.
Come possiamo intendere noi, l’atto di violenza che un bimbo è costretto a subire, se non come l’espressione di questa emersione della barbarie come puro esercizio del potere del più forte? Questo è il punto. Tutti vengono distrutti e schiacciati dal meccanismo. Innanzitutto chi indirettamente lo sostiene.
Qui appare la domanda: si può davvero vivere e pensare la propria vita, prescindendo dalla domanda sul senso?
Perché è solo in questa domanda che si sviluppa una particolare antropologia, sulla quale poi eventualmente, si struttura anche un discorso etico. Molte volte il nostro errore è ritenere che si possa criticare un aspetto  del sistema culturale in cui viviamo senza però comprendere che tutto è strettamente connesso e correlato, che per esempio il sistema economico o l’andazzo politico rispetto al quale magari proviamo antipatia, ma che non cerchiamo di comprendere fino in fondo per criticarlo in modo lucido e ben strutturato, tutto questo ha un impatto diretto con la cultura della vita. E la cultura della vita, per contro, rappresenta un’alternativa antropologica concreta che ha un impatto su tutti gli altri livelli della società. Dall’economia alla politica, dall’estetica al diritto.
Ma se non si fondano nella domanda di senso e non riportano a questa, gli argomenti della cultura della vita, che non sono cause, ma conseguenze di una determinata risposta data alla domanda: che senso ha la storia e la mia storia? saranno deboli.
Il bene che possiamo fare alla nostra società, passa dal grado di studio e di profondità che saremo disposti ad acquisire.

*Cfr. B. Constant, De la liberté chez les Modernes, Hachette, Le livre de Poche, 1980

** M. Horkheimer, T. W. Adorno, Odisseo o, mito e illuminismo, pag. 58, in: Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, 2010

*** M. Horkheimer, T. W. Adorno, Il concetto di illuminismo, pag. 19, in: Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, 2010

 

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