Dall’umanesimo al transumanesimo. L’illuminismo (A) 3° parte Simone E. Tropea

Lo scorso mese abbiamo visto che l’uomo moderno concepisce se stesso come il costruttore della Storia, perché la Storia per lui non esiste se non come “ora” di possibilità e rivelazioni, che sono il presupposto delle rivoluzioni politiche e la conseguenza di quelle scientifiche. L’uomo scopre il continente Storia (L. Althusser), e soprattutto sa di essere lui l’artefice di tutto.
“La liberazione dalla superstizione (Aberglaube) si chiama illuminismo (Aufklärung), perché sebbene questa denominazione si applichi anche ai pregiudizi in generale, la superstizione merita il nome di pregiudizio in senso eminente, in quanto la cecità in cui essa getta, che essa anzi addirittura esige come un obbligo, rende eminentemente noto il bisogno di
venire guidati da altri, e quindi lo stato di una ragione passiva”*.
Introdurre l’uomo nel cerchio del sapere, che vorrebbe raggiungere una circonferenza tanto ampia da abbracciare l’umanità intera, cioè aiutarlo ad acquisire la capacità, “l’arte”, di abitare criticamente l’ora, significa proporgli come stile di vita, l’avventura particolare di una coscienza attenta ad un concreto sempre inafferrabile. Questo è quello che fanno gli illuministi. Non si può generalizzare, ma il desiderio di liberare l’uomo dai pregiudizi e una nota comune a tutti i pensatori di questo periodo. La disalienzazione è l’itinerario dell’intelligenza adulta che secondo Kant, è divenuta tale perché ha ormai la capacità di riconoscere autonomamente che ogni momento o elemento puntuale della conoscenza, che ogni sapere contingente, conserva sempre un’ulteriorità rispetto a se stesso. Questo itinerario dell’intelligenza è l’unico cammino possibile per realizzare l’esodo dalle tenebre del bigottismo, dell’ipocrisia, della diseguaglianza, alla terra promessa della tolleranza, della verità (che è ricerca libera, tensione inesauribile) e della giustizia sociale.
Il   senso   della   trascendenza nel moderno, in particolare in questa fase, si spiega perciò non più in verticale, come esperienza o intuizione di un’Alterità radicale, quindi conoscenza di Dio (o meglio: possesso e asservimento ad una certa idea di Dio), ma in senso invece orizzontale, come coscienza di una ulteriorità radicale, quindi conoscenza tout court. La trascendenza del moderno e nel moderno non si misura nel senso dell’altezza ma in quello della profondità, che significa capacità di assumere la realtà a partire dalla sua complessità. A partire, è più esatto dire, dall’intuizione fondamentale della sua complessità. La coscienza della complessità del reale, delle interconnessioni strutturali tra le parti apparentemente più slegate della realtà, e la scoperta (lenta e faticosa) che il “centro” unitario verso cui tutto sembra tendere non è altro che l’osservatore stesso, queste due dimensioni, nel micro (chimica- anatomia) e nel macro (fisica), sono le ascisse e le ordinate che definiscono la natura proporzionalmente espansiva della trasfomazione storico-culturale di cui stiamo parlando.
Il punto fondamentale è questo: l’ora è il dominio della “ratio”, e della ratio che vuole trasformare, che scompone e ricompone la realtà ridefinendone la forma.
Perché il confronto con la realtà, cioè la scoperta della radicale problematicità dell’ora, non è, né può più essere sufficientemente vissuto nell’attività disincarnata della mera lettura del già (memoria), o come semplice contemplazione del non ancora (fantasia), ma si delinea ormai come responsabilità, appunto, “storica” verso il proprio “ora”,assunto come problema (ragione).
L’uomo, gli uomini, non possono attendere l’intervento di una Provvidenza che scenda a stabilire le sorti del mondo, o ingannarsi che sia essa, questa forza astratta, a stabilire, con una sua inquestionabile e trascendente decisione, gli equilibri di potere e le gerarchie che determinano la vita politica dei popoli, o piuttosto i sovrani che incarnano l’idea irrazionale di un diritto non-umano (ed a tratti disumano) che presiede i rapporti tra le parti riconducendo sempre i molti all’Uno.
La realtà, come modernità, come capacità di abitare l’ora, il “modus”, è lo spazio della ragione che interroga, critica e sceglie.
Nello sforzo intellettuale, ed ancor prima esistenziale (credo sia questo il cuore della questione che ci poniamo) di comprendere la genesi e la natura intima di un presente culturale concreto (nel senso proprio di concrescere), diventa possibile il movimento e il progresso, perché è solo nel momento in cui l’ora si dispiega come scoperta critica, o piuttosto, disvelamento critico del già, quindi vittoria sulla staticità delle forme cristallizzate di un presente non informato dall’ora stesso, perché intrappolato negli schemi di una trascendenza astorica, che il presente agisce e respira, spingendosi verso quel non ancora che tocca ai suoi abitanti, e a nessun altro, costruire (Montesquieu-Diderot-D’Holbach).
Ecco il contenuto fondamentale della modernità, e la mettiamo in parole semplici per i non addetti ai lavori: L’uomo è pura libertà che definisce di volta in volta il suo limite.
Di per se però il discorso sulla libertà e sull’invito ad usare la ragione da parte degli illuministi non è un male, anzi, è un fattore di sviluppo culturale assolutamente positivo.
Allora dov’è il problema etico che vogliamo far emergere in questa puntata del nostro viaggio alla scoperta del transumano? Il problema sta nel fatto che l’uomo è libero, certamente, ma non è “pura libertà”. È condizionato, è limitato, contestuale, relazionale. Il che vuol dire che c’è una logica nelle cose, c’è un ordine, un bene e un male, una serie di cose che all’uomo convengono ed altre che lo distruggono, ed è questa l’unica luce nella quale si può davvero guardare alla libertà come un dono. Altrimenti è un precipizio. Il dramma della modernità coincide a tratti con la sua ricchezza.
Vale a dire che tutto sta nel come si pensa la libertà. Se la pensiamo come puro arbitrio, commettiamo un errore che legittima tutte le derive e le perversioni possibili, tutti i mostri che costruiamo, i mostri sociali e gli orrori giuridici, ma anche i danni che facciamo agli altri ed a noi stessi.
Ma se invece la si pensa come responsabilità, cioè risposta a questo “dato”, che è la realtà che ci ospita (perché la parola responsabilità come sapete viene proprio dal latino “respondeo”, cioè rispondo) ecco che ha tutto un altro significato.

 

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