Dall’umanesimo al transumanesimo. L’illuminismo (B) 4° parte Simone E. Tropea

La libertà, nella modernità, si configura come progresso. Ma a questo punto occorre domandarsi: dove va il progresso? Ovvero: verso dove progrediamo? Quale punto, quale meta teorica orienta e motiva il nostro andare?
Tutte queste domande ne nascondono un’altra ancora piú importante, che dobbiamo necessariamente porci esplicitamente, come volontari e come amici del Movimento per la Vita, se vogliamo avere degli argomenti davvero validi per rispondere agli attacchi superficiali di chi non si rende conto che l’atteggiamento retrogrado e bigotto, non è quello di chi difende la vita e il futuro, ma piuttosto quello di chi li disprezza. Senza amore per la vita non c’è davvero progresso, ma soltanto una sua caricatura.
Sul perché le cose stanno così ci interroghiamo ora, sperando che vogliate ancora seguire questo percorso di riflessione storico-filosofica che stiamo proponendo.
Scrive, non senza ironia e con uno stile fresco e coinvolgente, l’intellettuale francese Alain Finkielkraut:
Il  tempo cristiano trionfa nei  Tempi moderni, cioè  a dire, nello  stesso momento in cui l’umanità si libera dalla verità  cristiana  rivelata.  Il  paradosso non è che apparente. Perché tornasse a vivere infatti il secolo, nel senso in cui noi lo intendiamo, è stato necessario che cessasse quel disprezzo del secolo  e  fosse abolita la differenza tra storia cristiana e storia sacra. Una abolizione  proclamata  precisamente dalla  prima epoca della storia che pensò laicamente se stessa come epoca, e conseguentemente, arri a concepire come epoche gli altri periodi della storia: i Tempi moderni”*.
Quindi non sbagliamo se affermiamo che il primo elemento progressista o progressivo dell’età dei Lumi, originato da una sostanziale transgressione rispetto ad una tradizione ermeneutico teologica precedente, risiede proprio nella scoperta o nell’invenzione del progresso svincolato da quasiasi rapporto con la trascendenza.
Prima della modernità, alla radice del nostro venire al mondo, così come della storia del mondo nel suo insieme, c’è chiamata, c’è escatologica, finalità, c’è un disegno. Con la modernità tutto questo non c’è più.
“Con la categoria di progresso è apparsa, pertanto, la idea di un tempo specificamente umano che trascende la natura”**.
Ma la rivoluzione cronologica, è figlia, per così dire, di quella cosmologica: Fu con  l’apparizione  di  una  nuova scienza  della  natura  che nacquero questi  tempi anch’essi nuovi. La conoscenza già non si  concepisce come qualcosa di fondamentalmente recettivo, l’iniziativa della conoscenza procede  dall’uomo  e non  dall’ordine cosmico: l’uomo, desiderando conoscere, convoca la natura   di fronte al tribunale della ragione. La scienza, interpretata ‘propter potentiam’, vede che le si assegnano nuovi confini (e finalità aggiungiamo noi): la soavizzazione dell’esistenza, la conquista della natura, la dominazione sistematica delle condizioni naturali della vita umana”.
Ed ecco che Finekielkraut ci aiuta a toccare quei livelli in cui il progresso (l’opposto dell’escatologia, perché definizione di un movimento della storia svincolato dall’idea di provvidenza), che già di per se come concetto è figlio dell’illuminismo, si manifesta.
Migliorare l’esistenza significa infatti implementare l’industria e la tecnica, ponendo la matematica e la geometria al loro servizio e strappandole alle regioni aride delle speculazioni fini a se stesse; intensificare la ricerca nell’ambito medico per migliorare l’aspettativa di vita e la salute, il bene più necessario; ma tutto questo passa anche e soprattutto per la conquista della natura nel campo della biologia e della chimica.
Tutto senza soluzione di continuità. In modo ancora più immediatamente evidente, forse, è chiaro che dominare sistematicamente le condizioni naturali della vita umana, significa ripensare in categorie razionali quelle regole empiriche attraverso le quali si organizza la convivenza  sociale, le norme giuridiche che regolano i rapporti e gli equilibri di potere che definiscono  la fisionomia del corpo sociale, desacralizzando e secolarizzando, appunto, la natura di queste regole, mostrandone così il carattere assolutamente positivo e reclamando la libertà di riorganizzare quindi la struttura politica, con la finalità di cercare, custodire promuovere il bene e la crescita morale dei cittadini, e senza servire nessun interesse che non coincida con questo.
In teoria tutto questo lo si può considerare anche come un bene. Ma cosa succede nella pratica quando ad esempio la ricerca scientifica slegata da qualsiasi limitazione o riferimento morale distrugge vite umane, com’è il caso della sperimentazione sugli embrioni? Oppure quando per esempio la maggioranza di un paese decreta, con una legge che viene approvata dalle istituzioni, che un feto (o un ebreo in altri tempi) non è persona?
O dove per esempio, attraverso un uso subdolo del linguaggio per crescita morale si intende “l’indottrinamento dei cittadini”?
È questo progresso, o piuttosto regressione alla barbarie?
Questa è una considerazione che non facciamo noi, ma che è già stata sviluppata e presentata in modo esaustivo da tanti filosofi contemporanei, in particolare Horkheimer e Adorno. Filosofi anche molto lontani dalla cultura cattolica, proprio come quelli che ho citato.
Il tempo, cioè la libertà, l’elemento che per il moderno è assolutamente plastico, è il regno del puro possibile, diventa storia d’orrore e d’orrori se sganciato dalla natura. Il primato è della realtà, non della libertà (in senso deviato e generalista) se si vuol davvero andare avanti anche moralmente.
Altrimenti, nella divergenza sempre più profonda tra morale e prassi, quella che viviamo e vediamo nel nostro tempo, non accade altro che la manifestazione dell’ambiguità strutturale della modernità.
Si può davvero prescindere dall’idea di chiamata quando si parla di progresso?

* Cfr. A. FinkielkrautNous autres, modernes, Ellipses/École Polytechnique, Paris, 2005

** ibidem

 

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