Eluana, 10 anni dopo Eugenia Roccella

Sono ormai passati dieci anni da quando Eluana Englaro è morta, il 9 febbraio 2009. Le ultime, convulse ore passate al Senato per tentare di salvarle la vita con una legge apposita, le ricordo minuto per minuto. Ma nell’opinione pubblica e nella classe politica attuale, di quella generosa, appassionata battaglia si è persa completamente la memoria. Ho scritto questo libro per ristabilire alcune verità, e l’ho scritto oggi, dopo tanto tempo, proprio perché tutta la vicenda sembra essere cancellata e dimenticata, quasi non fosse mai accaduta. Invece è accaduta.
Si era da poco insediato l’ultimo governo Berlusconi.
Io ero sottosegretario al Ministero della Salute, del Welfare e del Lavoro, a quel tempo unificato, e il ministro era il
senatore Maurizio Sacconi. Dal luglio 2008 a quel 9 febbraio del 2009, la politica è stata investita da domande inquietanti, che scuotevano le coscienze: è possibile lasciar morire una persona gravemente disabile sospendendole nutrizione e alimentazione, togliendole cioè cibo e acqua, anche se è stato un tribunale a stabilirlo? È ragionevole che a fare tutto questo siano quelle stesse strutture pubbliche che dovrebbero garantire la cura, la vita e la salute dei cittadini? È giusto che lo stato possa dare la morte?
Erano domande sui compiti, i limiti e il significato del diritto, della politica, delle istituzioni; sul senso della nostra Carta costituzionale, sui valori su cui il nostro paese si fonda, ma soprattutto sul nostro essere comunità solidale.
Una comunità, avrebbe detto Sciascia, di “uomini umani”.
La risposta di un gruppo di persone, che condividevano una passione politica pur con provenienze e visioni differenti, è stata immediata e netta. No, non si può fare, non si deve fare.
Se si guarda adesso ai giornali di allora, ci si stupisce per la ricchezza degli interventi, il loro numero e spessore.
Si pronunciavano professionisti ma anche associazioni, le più diverse; prendevano posizione pubblicamente magistrati, sindaci, cantanti, medici, vescovi, giornalisti e intellettuali, da una parte e dall’altra, con mille differenti sfumature, ma alla fine scegliendo di schierarsi, valutando e giudicando. Davanti alle foto di Eluana sorridente, che nessuno di noi aveva conosciuto, immaginandola nel suo silenzio misterioso, amorevolmente custodito, per anni, dalle suore di Lecco, era impossibile essere indifferenti, voltarsi dall’altra parte.
Non c’erano ancora i social, e la potenza della rete non era dispiegata come lo è adesso, ma quella vicenda ha raggiunto capillarmente tutti, nel paese.
Ognuno aveva un’idea, un’opinione. Quella donna, inerme nel suo letto, affidata a tutti noi, doveva o no morire? Un dibattito pubblico così acceso e intenso oggi sembra lunare, qualcosa che appartiene a una epoca remota e perduta. Con questo libro ho voluto fare una cronaca il più fedele possibile degli eventi, ricostruendo l’incalzante susseguirsi delle iniziative, delle prese di posizione, dei conflitti e delle discussioni incandescenti di quei giorni. Insomma, più fatti che opinioni. L’ho fatto, naturalmente, dal mio punto di vista, quello di chi lottava perché Eluana restasse in vita. Soprattutto ho voluto ricordare che la politica può essere la più alta forma di carità, come la definì Paolo VI, capace di intervenire con coraggio, quando non insegue i calcoli del consenso quotidiano, nascondendosi magari dietro pigri patti funzionali al mantenimento degli assetti di potere.
Non siamo riusciti a salvare Eluana. La politica, nonostante gli sforzi, non è riuscita a restituirle quell’acqua e quel cibo che chissà per quanto tempo ancora le avrebbero consentito di vivere. Ma quella mobilitazione ha lasciato il segno: il nome della giovane donna non è sinonimo di una vittoria per nessuno. Non è diventato una bandiera da sventolare, come qualcuno aveva immaginato e progettato, come è avvenuto, per esempio, nel caso di Piergiorgio Welby. Sono state cercate altre parole, altre strade, altri slogan per far entrare in Italia il diritto a morire, e purtroppo negli anni sono stati trovati, complice l’indebolimento di quella stessa politica che era stata capace di risolutezza e protagonismo nella battaglia per Eluana.
Le tappe del percorso sono state molto chiare: innanzitutto si è cercato – con successo – di cancellare un’esperienza che aveva visto laici e cattolici, ex socialisti, ex radicali, ex missini, convergere attorno a una concezione della società modellata su una versione laica del favor vitae, e sulla centralità della persona.
La distanza con chi ritiene che scegliere la morte sia un diritto come un altro, che vivere o morire siano opzioni che hanno lo stesso valore, è abissale. Non è possibile isolare il diritto a morire dal contesto culturale e antropologico in cui necessariamente si colloca: accettare l’equivalenza tra le due scelte vuol dire spazzare via le basi della fratellanza umana, della solidarietà, della partecipazione.
Se tutto si gioca esclusivamente sul principio di autodeterminazione, e quindi su un individualismo in cui ognuno è una monade autosufficiente che decide di sé, senza tenere conto del tessuto di relazioni e reciproche dipendenze in cui è immerso, è evidente che le ragioni profonde della solidarietà non possono sopravvivere.
Se scegliere di morire è una decisione come un’altra, che attiene solo alla sfera privata del singolo, e non riguarda gli altri, non c’è motivo per tentare di impedire un suicidio, ma nemmeno per considerare le sofferenze altrui come qualcosa che tocca e coinvolge l’intera comunità e la società.
Non resterà che affidarci a un concetto astratto della giustizia sociale, al diritto e alla legge, ma una democrazia che non si fonda su una forte condivisione valoriale è terribilmente fragile.
Semplificare la vicenda di Eluana parlandone come di uno scontro tra pro-life e pro-choice è fuorviante. C’è stato qualcosa di più. Se con altre battaglie su temi eticamente sensibili, per esempio il referendum sulla legge 40 per la procreazione assistita o la protesta contro i DiCo (la proposta del governo Prodi sulle unioni gay), la politica aveva affiancato, o contrastato, una energica presa di posizione pubblica della Cei, nel caso Englaro i ruoli si sono rovesciati. La Chiesa ha fatto sentire la sua voce in modo forte e chiaro, ma l’iniziativa è stata della politica, di alcuni politici in Parlamento, anche seduti nei banchi del governo, che hanno guidato la battaglia servendosi degli strumenti a loro disposizione, in modo molto più determinato e incisivo di prima.
È per questo che bisognava annichilire quell’esperienza politica, ed è stato fatto. Prima con il governo Monti, e poi con il percorso che ha portato alla progressiva dissoluzione del centrodestra come lo abbiamo conosciuto.
La proposta di legge Calabrò sul consenso informato e le dichiarazioni anticipate di trattamento, con cui si voleva ammettere la possibilità di scegliere le terapie nell’ipotesi di una perdita di coscienza, ma evitando di imboccare la strada dell’eutanasia, fu approvata prima al Senato e poi alla Camera da una larga maggioranza.
Ma quando alla Presidenza del Consiglio si insediò Monti, la legge non fu più calendarizzata al Senato per la terza lettura e il voto finale, per evitare problemi al nuovo governo. Un errore che abbiamo pagato nella legislatura successiva, quando negli ultimi giorni utili la sinistra al governo si illuse che una legge sui “diritti civili” avrebbe funzionato da richiamo identitario in vista delle elezioni.
Fra i due testi all’epoca in discussione in Parlamento, lo ius soli e il testamento biologico, il Pd decise per il secondo, approvando in tutta fretta al Senato il 14 dicembre 2017 un testo non solo aperto all’eutanasia, ma che, sul piano meramente tecnico, aveva ancora un evidente bisogno di serie modifiche.
La legge 219 sul testamento biologico include esplicitamente la morte per rifiuto di alimentazione e idratazione, che si può legittimamente ottenere anche se non si è in fin di vita; inoltre non è prevista l’obiezione di coscienza per il medico, che non può più decidere, come si diceva un tempo, in scienza e coscienza, ma è solo l’esecutore della volontà del paziente, e deve compiere gli atti che portano alla morte anche se ripugnano alla sua coscienza. In questo modo si è aperta una “via italiana” all’eutanasia.
Tutto ciò avrebbe meritato una risposta politica da parte di quelle forze che nella legislatura successiva, quella ancora in corso, affermano di ispirarsi ai valori della vita e della famiglia. Almeno sul punto dell’obiezione di coscienza, una correzione sarebbe stata un segnale importante.
Ma già durante la campagna per le elezioni dello scorso 4 marzo, i leader dello schieramento di centrodestra si sono dichiarati indisponibili a modificare le leggi eticamente sensibili approvate durante il regno di Matteo Renzi. E con il governo giallo-verde si è ripetuto lo stesso imperativo di Monti: vietato disturbare il manovratore.
In questo clima si è svolta l’ultima tragedia: il suicidio in Svizzera del dj Fabo, accompagnato a morire dal radicale Marco Cappato il quale poi, autodenunciandosi, ha aperto un nuovo contenzioso giudiziario. A essere messo in discussione stavolta è l’art. 580 del codice penale, che prevede le stesse sanzioni sia per l’istigazione che per l’aiuto al suicidio. La Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi in merito, e lo scorso novembre i giudici hanno dato al Parlamento un anno di tempo per adeguare il quadro normativo, considerando che nel frattempo, con la legge 219 in vigore, tutto è cambiato. La scelta di morire è ormai possibile, con la garanzia di rinunciare ai sostegni vitali, e la legge prevede già “condotte attive da parte di terzi”, cioè il distacco del sondino o di un macchinario, e la somministrazione di una sedazione profonda che renda la morte indolore.
Non si capisce dunque, argomentano i membri della Consulta, perché il malato non possa ricorrere a un aiuto più energico per abbreviare i tempi del trapasso, se questa modalità è ritenuta dal paziente più vicina “alla propria idea di una morte dignitosa”.
Se il Parlamento, per evitare frizioni all’interno della maggioranza, non interverrà, sarà la Corte a farlo, e se ne occuperà nella plenaria fissata per il prossimo 24 settembre.
Un’occhiata al panorama internazionale fa ben capire la direzione verso cui l’occidente si sta muovendo: nel mese di dicembre è stato reso pubblico un report a cura del Council of canadian academies, un autorevole organismo multidisciplinare di esperti, incaricato dal governo di esaminare alcuni aspetti della morte medicalmente assistita, indicata con l’acronimo Maid (Medical assistance in dying). Il panel di studiosi selezionati ne ha approfonditi tre tipi in particolare: la Maid per “minori maturi”; le richieste avanzate di Maid (cioè un testamento biologico in cui si chiede solamente la morte assistita), e la Maid in presenza di disordine mentale.
I titoli sono sufficientemente esplicativi: la morte anticipata per evitare sofferenze insopportabili è ormai depositata in archivio, le frontiere oggi sono ben altre.
Che sia proprio il Canada a gettare le basi per questi nuovi obiettivi è particolarmente inquietante. Come ricorda la nostra stessa Consulta nella sua ordinanza sul caso Cappato, nel 2015 la Corte suprema del Canada ha dichiarato l’illegittimità di una norma penale, chiedendo al Parlamento di legiferare sul tema. Dopo 18 mesi il Parlamento canadese ha quindi emanato una legge che consente il suicidio assistito e l’eutanasia. La Corte suprema italiana, dunque, si è esplicitamente ispirata alla sua omologa canadese, e c’è da sperare che il Parlamento affronti la questione e non abdichi, per opportunismo, alla sua funzione, ma lavori per arginare i danni prodotti, più che dalla Consulta, dalla legge renziana sul testamento biologico. Al di là della politica, devo confessare che il mio coinvolgimento nella vicenda Englaro ha le sue radici non solo nei miei più profondi convincimenti, ma anche nella mia esperienza personale.
Quando, nel 2005, il caso di Terri Schiavo (un caso avvenuto negli Usa, simile a quello della Englaro, in cui però il marito era a favore della morte, mentre i genitori erano su posizioni opposte) inondò le pagine dei giornali di tutto il mondo, mia madre era in stato vegetativo. Non era la prima volta, era già accaduto molti anni prima; allora ne era uscita, sia pure con fatica e infinita pazienza. Stavolta invece sapevo che non c’erano più miracoli da aspettare, segni da osservare con ansia, e che dovevo solo starle vicino fino alla fine. Quando tornavo a casa, la sera, dopo averla lasciata indifesa e tenera nel suo letto, guardavo il telegiornale e vedevo uno sguardo perduto e un sorriso struggente, tanto simili ai suoi, sul volto di Terri Schiavo. Il dolore di quei genitori, che non potevano salvare la figlia, la cui morte era stata decisa da una corte di giustizia, e nemmeno potevano avvicinarsi per farle un’ultima carezza, mi arrivava allo stomaco, diventava il mio stesso dolore. So cosa vuol dire spiare un segnale di risveglio, lottare giorno per giorno per un miglioramento, anche piccolo, anche quasi invisibile. Chi vive accanto a una persona in stato vegetativo e la accudisce, sa che non si tratta di una persona che non c’è più (senza biografia, ha scritto qualcuno, cioè senza più una storia umana, una vita da raccontare), ma che c’è ancora, c’è tutta intera. È la stessa persona che hai sempre amato, soltanto è immersa in un sonno che la scienza non è in grado di indagare e capire fino in fondo.
L’idea di un lungo sonno era anche nel titolo del film del 2012 di Marco Bellocchio, Bella addormentata, che adombrava la vicenda Englaro.
Quel titolo, però, era in totale contraddizione con la tesi pro eutanasia, che pure l’opera in qualche modo appoggiava. La bella addormentata della fiaba, infatti, non deve morire. È lì, nella teca, dove può rimanere ancora tanti e tanti anni, l’importante è che non muoia, e a questo serve l’incantesimo della fata buona. La fata, meno potente della strega cattiva, non è in grado di annullare il maleficio, ma riesce a trasformare la condanna a morte in un lungo sonno. Il sonno non è la morte, e non deve trasformarsi in essa. Il principe, con la spada della verità e lo scudo della giustizia (cito il delizioso film della Disney) combatte contro la strega Malefica, e il bene trionfa. Noi non l’abbiamo vinta, quella battaglia. Forse la vinceranno i medici, le scoperte del futuro.
Spero che ricordare la vicenda di Eluana possa servire a capire quanto sia necessario, per chi ha a cuore la difesa dell’umano, proteggere sempre la vita, e farlo con maggiore forza quando è fragile e minacciata.
Ma questo libro è anche il mio contributo alla politica, perché possa riacquistare la consapevolezza e la decisione che dieci anni fa l’hanno animata, scongiurando la china di morte su cui il nostro occidente si sta velocemente avviando.

 

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