Invito alla lettura: Eluana non deve morire. La politica e il caso Englaro Assuntina Morresi

Sono passati solo dieci anni, ma sembra letteralmente un altro mondo quello descritto da Eugenia Roccella nel suo libro “Eluana non deve morire. La politica e il caso Englaro” (ed. Rubbettino). La più imponente battaglia “bioetica” vissuta dal nostro paese ha coinvolto letteralmente tutti: dal Presidente della Repubblica fino a governatori di regione e sindaci di piccole città, passando per le principali corti – Cassazione, Corte Costituzionale, Corte di Appello di Milano, TAR Lombardia, Corte Europea dei Diritti Umani – e poi società scientifiche, associazioni culturali e organizzazioni di malati, con parlamento e governo al centro del dramma della vita e della morte di Eluana Englaro.
Ed  è  quella  vicenda  che  il  libro ripercorre, vista con gli occhi di una delle principali protagoniste: l’autrice, all’epoca Sottosegretario alla Salute, l’ha combattuta in prima linea insieme al Ministro Maurizio Sacconi, e a politici come Gaetano Quagliariello e a molti altri citati nel testo.
Un altro mondo, dicevamo,  in cui una battaglia per la vita si è combattuta nel modo più alto e coinvolgente, nonostante non fossero in gioco scadenze politiche: confronti altrettanto importanti e aspri, che pure conosciamo, si sono consumati in occasione di referendum su temi particolarmente sentiti come divorzio, aborto, fecondazione assistita, ma mai era successo che la posta in gioco fosse la vita di una persona. Un altro mondo perché, ripercorrendo quelle pagine, si incontra una intensità, sia nel dibattito che nelle iniziative politiche di allora, che adesso appare purtroppo impensabile. Per Eluana la chiesa come istituzione non ha preso iniziativa per prima, pur esprimendo un giudizio pubblico chiaro e netto in proposito, per tutto il tempo, in primis mediante il quotidiano della CEI Avvenire; gli attori principali sono stati innanzitutto politici e personaggi della vita pubblica del nostro paese, e ben pochi hanno rinunciato a prendervi parte e dire la loro.
La vicenda ha seguito per la gran parte un copione predisposto a tavolino da “una squadra ai più alti livelli”, come l’ha chiamata anche recentemente Beppino Englaro, il padre di Eluana: giuristi, medici, docenti universitari, tutti appartenenti ad un medesimo circuito culturale, che non hanno mai fatto mistero di voler replicare in Italia casi come quello di Nancy Cruzan, negli Usa, o dell’inglese Tony Blair, cioè persone in stato vegetativo portate alla morte per interruzione dei sostegni vitali, dopo lunghi contenziosi giudiziari che hanno fatto scuola in occidente. Ma la battaglia raccontata nel libro inizia quando, secondo chi l’aveva costruita, sarebbe dovuta finire. Dopo l’incidente stradale di quel lontano gennaio 1992, il coma e poi lo stato vegetativo da cui Eluana sembra non essere più venuta fuori (sappiamo comunque che un anno dopo l’incidente è stata sentita chiamare “mamma”, e che non è stata mai sottoposta a tecniche diagnostiche più moderne, come la risonanza magnetica funzionale). I suoi genitori chiedono per anni, ai tribunali, l’autorizzazione a interrompere gli unici trattamenti che la tengono in vita, cibo e acqua somministrati con un sondino, l’unica cosa di cui hanno avuto bisogno le suore nei tanti anni di cui si sono prese cura di lei. Nessun’altra “macchina” la teneva in vita. La richiesta viene sempre respinta nei tribunali, finché nell’ottobre 2007 la Cassazione rovescia l’orientamento seguito fino ad allora dalla magistratura e stabilisce che staccare quel sondino si può, purchè si accertino due condizioni: l’irreversibilità dello stato di Eluana, e le sue volontà di non vivere così, che devono essere ricostruite, perché lei non ha lasciato niente di scritto. Nel luglio 2008 la Corte d’Appello di Milano dice che sì, le condizioni richieste sono verificate, e alimentazione e idratazione possono essere sospese, portando a morire Eluana. “Sembra sia rimasto ben poco da fare: complice l’estate, il silenzio sta per calare sulla faccenda”, scrive Eugenia Roccella. Ed è a questo punto che inizia la battaglia pubblica raccontata in dettaglio nel libro, imprevista e imprevedibile.
Una  battaglia che non ha  salvato Eluana, ma che per il solo fatto di essere stata condotta pubblicamente, con tutti i mezzi che la politica poteva offrire, ha impedito che per i successivi dieci anni si approvassero leggi dichiaratamente o implicitamente eutanasiche, fino a che, al termine della scorsa legislatura, un parlamento in uscita ha votato una norma che apre una via italiana all’eutanasia. Si tratta della legge 219/2017 sul consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, in cui è possibile sospendere alimentazione e idratazione artificiale a chi ne fa richiesta, con un consenso attuale o mediante il cosiddetto biotestamento, a prescindere dalla sua situazione clinica. Al momento in cui stiamo scrivendo sappiamo che la Corte Costituzionale, in assenza di una iniziativa legislativa parlamentare dedicata, il prossimo settembre probabilmente depenalizzerà l’aiuto al suicidio.
Dieci anni dopo la battaglia continua, se possibile più cupamente. Bisognerebbe oggi trovare persone disposte a combatterla, con la stessa determinazione con cui si è fatto di tutto per salvare Eluana Englaro

 

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