Invito alla lettura. Giustizia, pace, libertà, uguaglianza e ingresso del concepito nel mondo dei soggetti

Nello scorso dicembre il mondo ha celebrato i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani. Una data indimenticabile, entrata non solo nella storia del diritto, ma nella storia della civiltà dell’uomo. Il mondo usciva da una catastrofe disumana, la guerra dell’olocausto e dell’ecatombe nucleare. Sgomenta, ferita, la comunità umana ricercava il sogno della pace, ne intuiva il nesso con la giustizia, e quest’ultima con la dignità di ogni essere umano senza distinzione; e con i diritti nativi e insopprimibili che ne scaturivano. Rinasceva così una speranza, un cammino segnato da parole grandi, ardenti, come diritto alla vita, libertà, eguaglianza, spirito di fratellanza, sicurezza.
Da allora, in 70 anni, gli abitanti della terra si sono quasi totalmente rinnovati.
Quasi tutti noi siamo nati dopo, in seno a quella speranza. Ma lo spettacolo del mondo che abbiano sotto gli occhi ci sembra ancora la cenere di una speranza morta, una guerra mondiale a pezzi che non finisce mai, stragi e crudeltà, torture e violenze, e odio, e su tutte le ingiustizie l’oppressione dei poveri. Come recuperare un mondo “umano”, per mezzo delle regole del diritto, se non rimettendo alla base di tutti i diritti proclamati nelle Carte il rispetto della vita?
Esce in questi giorni un libro di Carlo Casini e Marina Casini Bandini, dal titolo “La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Capacità Giuridica del Concepito”. È un libro intenso, rigoroso sul piano della scienza e della dottrina giuridica; appassionato e coinvolgente per il suo impianto umanistico.
Per questo, pur traversando con estrema puntualità e completezza la biblioteca delle Carte e delle leggi, è di facile lettura; lucido nella ricchezza delle argomentazioni che corredano l’interpretazione delle norme. E infine, direi, culturalmente ispirato da una sorta di venerazione interiore per la vita nascente. Carlo Casini, uomo di legge e di impegno politico in Italia e in Europa, docente e scrittore fecondo, è l’infaticabile “defensor Vitae” che della tutela del bimbo concepito (“uno di noi”) ha fatto sua vocazione. Marina Casini Bandini, professore aggregato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma e docente di Bioetica e Biodiritto è sua figlia (con la straordinaria sintonia dei figli d’arte). Il libro si sviluppa lungo capitoli che usano la narrazione come veicolo di insegnamento: svelano la negazione della soggettività umana alle categorie oppresse: l’antica vergogna della schiavitù, l’esclusione del profilo umano dei popoli autoctoni conquistati, la discriminazione dei negri, le diseguaglianze (verso la donna, verso i fanciulli), e in sintesi l’oppressione dei deboli che nega la loro stessa personalità. Una spirale in attesa di liberazione, una spirale che culmina nel volto del figlio concepito e non nato, “il più povero fra i poveri” secondo la celebre espressione della santa di Calcutta, madre Teresa. A lui, alla sua dignità, alla sua soggettività, alla sua verità, che nell’età moderna è offuscata da una pratica abortiva che tradisce il diritto alla vita e la promessa mondiale di proteggerla, si indirizzano le ragioni scientifiche, ontologiche, bioetiche, giuridiche di un rispetto profondo come l’amore. Correda il libro una preziosa appendice che trascrive, oltre alla proposta di legge di modifica del primo articolo del codice civile, il recentissimo “Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della dichiarazione universale sui diritti dell’uomo”.

 

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