Invito alla lettura: Le stelle di Lampedusa Elisabetta Pittino

«L’orrore io l’ho visto, l’ho toccato, l’ho dissezionato, ho sentito il suo respiro e ascoltato la sua voce. Me lo sono portato a casa…Lo odio con tutto me stesso, ma talora – ogni volta che ho visto uno spiraglio di luce in mezzo a tutte quelle tenebre, quando ho aiutato una giovane donna a partorire…- l’ho anche amato».

Pietro Bartolo, Le stelle di Lampedusa, Mondadori, 2018

Ho conosciuto il dottor Pietro Bartolo a Lampedusa il 30 maggio 2016, al presidio medico dell’Isola, di cui lui è direttore. Il docu-film “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, in cui Bartolo è protagonista, aveva già vinto l’Orso d’oro a Berlino.
La cosa che mi colpì allora e mi colpisce oggi è la sua capacità di mostrare la persona, trasformando la “massa informe” indefinita dei migranti in persone con un volto, un nome, un cognome, una storia. In fondo è la stessa cosa che cerca di fare il Movimento per la Vita (MpV), “mostrare il volto umano del concepito”. Pietro Bartolo è anche un ginecologo.
Ci portò a vedere la “Porta d’Europa” di Mimmo Paladino. Come Lampedusa è la porta che fa entrare in Europa persone, i Centri di Aiuto alla Vita (CAV) sono la “porta d’Europa” per fare entrare tante donne e tanti bambini. Sono vite inattese.
Ho avuto la fortuna di incontrare Pietro Bartolo altre volte e di ascoltarlo. Di ascoltare la sua umanità e di leggerla in “Lacrime di Sale”, il suo primo libro. Quindi nel 2017 mi raccontò la storia di una bambina – allora la chiamò Susan – conclusasi qualche mese prima, sulla quale gli feci anche un’intervista (http://www.frammentidipace.it/ Pages/Articoli/2887/Storia_di_Susan). Questa storia, vera come vere sono tutte le storie raccontate nei suoi libri, è diventata poi il suo secondo libro, Le stelle di Lampedusa, uscito a ottobre del 2018, e una fiction, che deve ancora uscire, con Sergio Castellitto a fare la parte di Pietro Bartolo.
Susan nel libro diventa Anila, un altro nome di fantasia: una bambina «arrivata a Lampedusa con una motovedetta dopo un naufragio… Ho visto che era da sola, e questo era strano perché di solito i bambini sono accompagnati» racconta il medico.
«Dieci-Undici anni, ustioni chimiche a glutei e genitali. Dopo averla visitata, l’ho portata all’ambulatorio per la medicazione – continua Bartolo –. Non l’ho mandata al centro perché era piccola ed è rimasta con noi. La nostra mascotte. Bellissima, dolce, educata.
Il giorno dopo le ho chiesto perché era venuta qui e lei mi ha detto che era venuta a cercare la sua mamma in Europa… ma non sapeva che cosa fosse l’Europa».
Ogni bambino cerca la sua mamma ma la mamma di Anila era dovuta partire quando lei aveva 2/3 anni, lasciandola con una coppia anziana, conosciuta da poco. La moglie anziana era morta due anni dopo. Anila quindi era rimasta sola. Poi, «quando si è sentita grande», Anila era partita. Aveva 8-9 anni.
«Il viaggio è durato un anno e mezzo, nel deserto…» riprende il medico. Un viaggio che è stato un incubo per la bambina, con violenze.
È arrivata a Lampedusa con un numero di telefono sbagliato. Era impossibile trovare la mamma in Europa, era impossibile che una bambina avesse intrapreso un viaggio così, subendo tanto male. Come faceva Anila a ricordare la sua mamma che l’aveva lasciata vari anni prima ed in tenera età? L’impossibile è diventato possibile. Anila ha trovato la mamma, l’ha anche salvata, con grande fatica e grazie all’aiuto di Pietro Bartolo. La storia è da leggere tutta.
Certo anche la relazione profonda, unica, viscerale tra madre e figlio che si instaura a partire dal concepimento, continua nella fase prenatale e per tutta la vita mostra la forza della maternità.
Nell’Europa della crisi demografica che non fa più nascere bambini, oppure li abortisce, che non è in grado di proporre un’accoglienza per i migranti, il Movimento per la Vita può proporre un modello di accoglienza vincente, quello della maternità.
Perché il “modello della maternità” è accogliere l’altro, è “avrò cura di te” con tutta la creatività che questo porta.
«La vita fragile si genera in un abbraccio» – ricordano i Vescovi italiani nel messaggio per la 41° Giornata per la Vita, precisando che «Alla piaga dell’aborto – che non è un male minore, è un crimine – si aggiunge il dolore per le donne, gli uomini e i bambini la cui vita, bisognosa di trovare rifugio in una terra sicura, incontra tentativi crescenti di respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze».
Le donne straniere assistite dai CAV sono l’82% del totale. Tale dato, in aumento continuo dagli anni 90 (dal 16% del 1990 sul totale delle Gestanti assistite, al 54% del 1997, all’80% del 2016 e all’82% del 2017) mostra già da solo il ruolo di accoglienza, integrazione ed inclusione che i CAV hanno avuto e hanno nei confronti di donne/famiglie straniere, che parte, in modo naturale, dall’accoglienza del bambino nella fase prenatale.
L’incrociarsi ideale di due arrivi, quello del bambino che dal non essere entra nell’essere al momento del concepimento, e quello dei migranti che dal loro paese si spostano verso un altro ci mostra nuove vie. Entrambi, il bambino e chi arriva da lontano, hanno la necessità di essere riconosciuti, accolti, i primi per poter vivere, per poter nascere, i secondi per migliorare la propria vita oppure per poter sopravvivere.
«Il futuro inizia oggi: è un investimento nel presente, con la certezza che «la vita è sempre un bene…Per tutti», conclude la Conferenza Episcopale Italiana. Di fronte alle vite inattese il MpV dice sì.

 

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