L’abortismo è la nuova ideologia globale Giovanna Sedda

Guardando gli argomenti a favore della legalizzazione dell’aborto nelle nazioni più diverse osserviamo una serie di preoccupanti sovrapposizioni. Quando, poi, questi argomenti sono veicolati da organismi multilaterali o da organizzazioni internazionali di natura privata, inizia e delinearsi il perimetro di un vero e proprio sistema ideologico. Una ideologia che, al pari delle più tragiche violenze del Novecento, si materializza in una serie di “minacce programmate in maniera scientifica e sistematica”.
Sono queste le parole con cui Giovanni Paolo II additava il pericolo ai ragazzi riuniti per la Giornata mondiale della Gioventù già nel 1993: le stesse parole furono riprese due anni dopo, nell’enciclica Evangelium Vitae, per denunciare al mondo la “congiura contro la vita” (EV n. 3).
Se da una parte il carattere originale e unico della vita di ogni essere umano fin dal concepimento è un fatto razionalmente incontrovertibile, non stupisce che la promozione dell’aborto abbia assunto caratteristiche ideologiche sostituendo la razionalità con una visione distorta della realtà. Proprio la forma della ideologia ha permesso l’esportazione del pensiero abortista di nazione in nazione e la sua riproduzione nel corso degli anni. Visto il successo, anche recente, di tale “sistema”, vale la pena ricostruirne alcuni degli elementi chiave dal punto di vista della morale individuale e sociale oltre che i punti di contatti con le altre ideologie del Novecento.
Giovanni Paolo II avvertiva nel 1995 che le situazioni di dolore e di violenza possono “eclissare” il valore della vita (EV n. 11). La propaganda abortista ha fatto leva sulla complessità di queste situazioni sfruttando un pietismo complice. Storicamente le prime eccezioni al divieto di aborto sono state garantite nei casi di violenza, facendo leva sul criterio della volontà della donna come elemento dirimente. Allo stesso tempo, la presunzione di uno stato di salute compromesso nel nascituro è stata spesso invocata come giustificazione per sorpassare le norme contro l’aborto. Questo elemento pietistico ha in sé, a ben vedere, la radice di due elementi distintivi dell’individualismo dell’abortismo: l’elemento libertario e quello utilitaristico.
L’elemento   libertario-femminista vuole ricondurre alla libera volontà della madre la scelta di abortire. Ciò avviene, tuttavia, trascurando ampiamente le condizioni che renderebbero effettivamente libera una tale scelta. L’argomento dell’autodeterminazione femminile, partendo dal dissacrante de Sade passando per Simone de Beauvoir, è infine approdato nel famoso saggio “Una difesa dell’aborto” di Judith Thomson del ’71. Paradossalmente, questa posizione è stata sconfessata da un’altra corrente di pensiero abortista, quella utilitarista: in fondo le ideologie sono sempre meno monolitiche di come vorrebbero presentarsi. Il pensiero utilitarista, infatti, oppone al ruolo della volontà individuale una etica alternativa che fonda il valore sulla vita umana su una serie di capacità dell’individuo. Secondo la triade proposta da Peter Singer, gli esseri umani devono essere razionali, autonomi e consapevoli di sé (Practical Ethics, 1993, pp. 175- 217). Secondo questa “etica pratica” se mancano queste capacità non c’è personalità e la conseguente tutela della vita.
Possiamo   considerare  l’avvento della narrativa dei cosiddetti diritti riproduttivi  come  una generalizzazione dell’approccio libertario a livello sociale: sulla scia dell’affermarsi della dottrina dei diritti umani nella seconda metà del Novecento, l’aborto è stato presentato come un diritto della donna inserito in un più ampio insieme di diritti legati alla riproduzione e alla genitorialità. La loro prima formulazione in un contesto internazionale è contenuta nella proclamazione non vincolante di Teheran a margine della International Conference on Human Rights del 1968. E da questo momento che l’elemento umanitario dei diritti riproduttivi passa dal sistema ideologico al sistema politico, imponendosi nell’agenda di alcune agenzie delle Nazioni Unite, prima tra tutte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, spalleggiate da altre organizzazioni internazionali private. L’ideologia abortista costruisce così negli anni ’70 e ’80 il proprio coordinamento internazionale.
Nello stesso periodo, assistiamo allo spostamento sul piano sociale dell’etica utilitarista attraverso il pensiero neo-maltusiano: il controllo delle nascite attraverso l’aborto inizia a essere promosso come una soluzione al problema della sovrappopolazione del pianeta. La prima traccia ufficiale compare nel Rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma nel 1972, ma non mancano aggiornamenti recenti che chiamano in causa anche il contrasto ai cambiamenti climatici. Peccato che proprio la scienza abbia dimostrato che le risorse del pianeta sono più che sufficienti (semmai il problema è il funzionamento del mercato) e che egli effetti dell’aborto costituiscono un problema addirittura peggiore di quello che vorrebbero risolvere (si veda per esempio il lavoro del premio Nobel Amartya Sen). Un presunto carattere scientifico riveste un altro caposaldo dell’abortismo sociale, in cui la corrente utilitaristica si presenta come una nuova eugenetica: l’idea di migliorare la società attraverso la selezione alla nascita risale alla fine dell’Ottocento, sulla scorta della teoria darwiniana della selezione naturale. Sebbene l’assurdità delle proposte eugenetiche siano state ampiamente smascherate dalle tragedie del secolo scorso, l’idea della selezione alla nascita non ha visto mai declino. Per esempio, l’Islanda si è impegnata a divenire una nazione priva di malati della sindrome di Down attraverso la diagnosi prenatale e l’aborto cosiddetto “terapeutico”.
Queste forme di generalizzazione sociale negli anni ’70 e ’80 hanno trasformato il pensiero abortista in una vera e propria ideologia globale: da una parte l’aborto è stato inserito nell’agenda politica internazionale (OMS, ONG, think tank, ecc.); dall’altra l’aborto diviene parte della risposta scientifica ai nuovi allarmismi mondiali (sovrappopolazione, sviluppo, cambiamento climatico, ecc.). Ma l’aborto è stato anche uno strumento al servizio di altre ideologie. In primo luogo per il suo potere distruttivo dell’essere umano (impiegato per eliminare e controllare la popolazione), ma anche per il suo impatto sul tessuto sociale. La carica distruttiva dell’aborto infatti colpisce la coppia, la famiglia, i corpi intermedi, le istituzioni e, ovviamente, la religione lasciando l’individuo solo e indifeso. Non stupisce così che la prima grande legalizzazione dell’aborto sia avvenuta con il comunismo leninista, né stupisce la legalizzazione dello stesso negli Stati Uniti del pieno del boom economico guidato dal consumismo e dal turbo-capitalismo (un punto rilevato profeticamente dal francese M. Houellebecq).
L’abortismo globale ha anche saputo prendere dalle ideologie del passato alcuni strumenti efficaci di propaganda. Primo tra tutti il ricorso all’orwelliana anti-lingua che ha permesso di riscrivere la realtà in un processo di travestimento, edulcorazione e risignificazione. La citata narrativa dei diritti riproduttivi ne è un esempio. Anche in questo ambito il ricorso all’autorevolezza scientifica ha avuto una componente non trascurabile attraverso l’introduzione di nuovi termini tecnici: un esempio su tutti, il termine pre-embrione coniato da G. Grobstein nel suo articolo External Human Fertilization del 1979. In ogni caso, l’elemento più devastante è probabilmente il relativismo morale denunciato da Benedetto XVI che lentamente ha portato la dignità umana ad avere un valore sempre più ridotto, e comunque subordinato, rispetto al “benessere generale”, alla “qualità della vita”, ai “bisogni primari” e – come potrebbe mancare – alla “felicità personale”.
In questo panorama, l’elemento più recente, e  probabilmente  più preoccupante, è il crescente e paradossale assolutismo del relativismo: ovvero la tendenza ad escludere qualsiasi discussione (o semplice possibilità di dialogo) su qualsiasi scelta basata su una presunta morale individuale. Il politically correct da spazio di rispetto delle posizioni altrui diviene sempre più uno spazio di difesa ad oltranza e contro ogni evidenza. Ciò che  oggi  preoccupa è il segno che questo fenomeno  sta lasciando sui giovani. É quanto denunciato recentemente da C. Fox, descrivendo una nuova generazione “fiocco di neve” (I Find That Offensive!, 2016), tanto allineata al pensiero dominante quanto impreparata al pensiero critico. Allo stesso tempo questo ci porta a capire che sono le nuove generazioni il prossimo terreno di battaglia dell’abortismo globale. È questo anche il solo terreno su cui possiamo sperare di veder fiorire “la civiltà della verità e dell’amore”.

 

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