Ostracismo e attacchi a chi aiuta la vita. Un pregiudizio vecchio e amaro Luciano Moia

«Ha parlato male della legge 194». Con questa accusa paradossale il presidente di Federvita Lombardia, Paolo Picco, non potrà partecipare stamattina al convegno sulle denatalità organizzato a Bergamo dal Consiglio delle donne, ente che fa riferimento al Comune. Mercoledì sera, in una riunione dal sapore di collettivo anni Settanta, le rappresentanti di questo consesso hanno votato sull’opportunità di concedere a Picco diritto di parola. Sedici no, quindici sì. D’un soffio han vinto le vetero-femministe. E quindi il Movimento per la vita dovrà tacere.
A questo punto anche il Cav del capoluogo bergamasco, tra l’altro uno degli organizzatori dell’evento, ha deciso di abbandonare la partita. Stamattina, si discutere quindi sul tema  “Nascere  a  Bergamo”,  ma l’associazione che con l’impegno dei suoi volontari ha permesso a 200mila bambini italiani di venire al mondo negli ultimi quarant’anni, non avrà l’opportunità di raccontare la propria esperienza. «Ha parlato male della 194». Non si tratta ora di entrare nel merito della colpa presunta di cui si sarebbe macchiato il presidente di Federvita Lombardia. Lui assicura di non aver mai espresso un giudizio pubblico sulla legge che 41 anni fa introdusse l’aborto. Ma se anche l’avesse fatto? La “194” non è un dogma di fede e neanche un principio costituzionale. E non sarebbe così stravagante che un volontario del Movimento per la vita, da trent’anni come Picco impegnato a dare una mano alle donne che, senza costrizione alcuna, cercano un modo per non spegnere la vita che hanno in grembo, valutasse criticamente una legge che non ha mai mantenuto quello che promette in positivo.
Su queste pagine abbiamo sottolineato centinaia e centinaia di  volte  come  le  garanzie  sulla «procreazione cosciente e responsabile» e poi il riconoscimento del «valore sociale della maternità» siano rimasti vuoti enunciati del primo articolo della legge, mai accompagnati da interventi strutturali per sostenere davvero le donne intenzionate a non abortire ma, talvolta, indotte a farlo per disperazione, solitudine, ricatti, povertà economica e umana. Di quale terribile misfatto si macchiano i volontari che accolgono chi vive questo dramma straziante? Che ascoltano la disperazione di queste donne. Che cercano di trovare soluzioni concrete per non aggiungere all’ingiustizia già grave della povertà e dell’abbandono, anche quella umanamente irrimediabile della soppressione di una vita innocente.
Domanda che vorremmo girare anche ai consiglieri comunali di Modena, che l’altro ieri hanno bocciato una mozione che proponeva il sostegno alle associazioni che «aiutano le madri intenzionati a portare avanti la gravidanza».
E l’hanno fatto con il solito circo di proclami a  difesa  della  194, con striscioni inneggianti all’autodeterminazione della donna e con un farsesco accompagnamento di ragazze in costume rosso da ancelle della fiction ‘Handmaid’s talè. Come se la difesa della vita fosse scelta da esorcizzare con messinscena teatrale e non prassi almeno umanamente ragionevole, visto che evocare valori fondamentali potrebbe essere scambiato per ideologia oltranzista e intollerante.
Reazioni scomposte, richiami a presunti ‘diritti’ in pericolo, che si sono sollevati anche alcuni giorni fa a Milano, dove è stata oscurata una vela con parole di verità sull’aborto, e a Genova, dove in una mozione per la «salvaguardia della vita» presentata dalla maggioranza di centrodestra in Consiglio regionale, si è comunque infilato un emendamento per garantire «l’applicazione del principio di autodeterminazione della donna». Come se la possibilità di ‘autodeterminare’ il diritto di spegnere una vita fosse eticamente più significativo di chi, invece, intende ‘autodeterminare’ la volontà di mettere al mondo un bambino, anche in circostanze difficili e complicate, di abbandono e di marginalità. Perché di questo si tratta.
Se certe femministe fuori dalla storia e dalla realtà avessero la generosità di trascorrere qualche giorno in un Cav, vedrebbero che l’aborto non è mai gesto di liberazione da una soffocante oppressione sociale e antropologica, ma tragico esito di un percorso popolato soprattutto da donne povere, molto spesso immigrate, socialmente svantaggiate, svuotate di speranza e di risorse. Che umanità è quella di coloro che vogliono tacitare la voce di chi offre a queste persone conforto e aiuti?

Data l’importanza dell’argomento, riproponiamo – con l’autorizzazione dell’autore – il seguente articolo pubblicato su Avvenire Online https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-pregiudizio-vecchio-e-amaro

 

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