Una Vita per la Vita. La storia di Cicily Saunders Simone E. Tropea

Il 22 giugno del 1918 nasceva a Barnet in Inghilterra, Cecily Saunders. La vita di questa donna ci regala una delle più belle testimonianze di prodigalità e dedizione medica, di attenzione alla sofferenza e di rispetto assoluto della dignità del paziente.
Ma chi era Cecily Sanders e perché la sua storia può dire tanto alla nostra vita e a quella della nostra società?
La vita di Cecily la si può intendere solo in una logica, potremmo dire, “vocazionale”.Fin da piccola si sente “chiamata” a fare qualcosa per gli altri, per gli ultimi, per i più sofferenti.
Così inizialmente dopo una serie di accese discussioni con i genitori, ed in particolare il padre (un facoltoso impresario nel campo immobiliare, il quale avrebbe voluto che Cecily seguisse le sue orme), si mette a studiare filosofia, economia e scienze politiche. Ma ecco che lo scoppio della seconda guerra mondiale, e il sentimento di impotenza che avverte di fronte all’orrore del conflitto globale, la spingono a farsi infermiera.
Non potendo però esercitare, a causa di una scoliosi che l’affligge da quando è bimba, riprende gli studi sociali e diventa così assistente socio-sanitario. La sua esperienza da infermiera e da assistente sociale sanitario rappresentano il momento probabilmente più decisivo della sua vita. Principalmente tre eventi vanno menzionati per comprendere cosa avviene nell’intimo di Cecily fino a farle maturare una scelta che sarà decisiva per lei e per migliaia e migliaia di persone. Il primo è quando, lavorando nel dipartimento oncologico del St. Thomas’s Hospital, strinse una relazione molto intima con David Tasma, un paziente terminale di origine polacca. Questa esperienza coincise con una evoluzione piuttosto significativa della sua vita spirituale, e cioè con una conversione profonda che la spinse ad entrare nella chiesa anglicana. Ecco che Cecily, attraverso questa ripresa della vita spirituale, e motivata dall’amore per David, comprese che bisognava fare qualcosa di grande e di importante per lenire la sofferenza innanzitutto fisica, ma anche morale, psicologica e spirituale, dei malati terminali.
In questo senso fu importante pure il suo periodo di lavoro al St. Luke, una casa di accoglienza per moribondi. Fu qui dove capì l’importanza di un accompagnamento specializzato e specifico per il paziente, e la necessità della ricerca clinica e farmacologica. A 33 anni, Cecily, sentendosi chiamata a dare un ulteriore passo avanti, mossa dalla necessità di approfondire e migliorare strutturalmente la terapia del dolore, si iscrisse a medicina.
I suoi studi sulla morfina e sull’uso clinico regolarizzato degli antidolorifici segnano una tappa decisivo dello sviluppo e dell’affermazione delle terapie palliative moderne.
Il progetto che accarezzava ormai da tanto tempo, quello cioè di fondare un Hospice dove i malati terminali venissero seguiti e accompagnati in modo integrale, dove la gestione del dolore e il sostegno psicologico fossero i due pilastri della cura, si concretizzò qualche anno più tardi con la creazione del St. Cristopher’s Hospice.
In questa struttura avvenne la seconda esperienza decisiva, l’incontro con un altro polacco: Antoni Michniewicz. L’amore per Antoni, che lasciò un vuoto incolmabile nel suo cuore regalò a Cecily una grande empatia con le famiglie dei malati.
Così l’accompagnamento al St. Cristopher’s, da ora in avanti non era più diretto soltanto ai pazienti, ma anche alle loro famiglie. Mancava un tassello, in effetti, il ruolo sociale del malato e la consapevolezza che la malattia non colpisce mai soltanto una persona, ma una rete di relazioni. Un tessuto reazionale ampio e complesso, che necessita anch’esso di attenzione, accompagnamento, ascolto.
Nel 1980 Cecily sposò il polacco Marion Bohusz-Szysko, del quale resterà vedova nel 1995. La sua vita si spegne a causa di un cancro nel 2005, muore al St. Cristhoper’s hospice, accompagnata dall’amore dei suoi medici, infermieri e pazienti.
La ricordiamo perché le sue intuizioni, la sua passione, determinazione e disponibilità, rappresentino anche per noi, una fonte di ispirazione per comprendere cosa significa difendere la vita sempre e custodirla fino alla fine, oggi, di fronte a tutte le risposte facili al mistero del limite, risposte effimere che nascondo la fuga e l’orrore, è sempre più urgente creare spazi di accompagnamento, efficaci, a livello clinico, sociale e culturale.

 

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