Vaccini da cellule fetali: un po’ di chiarezza Emanuele Petrilli

Circa una settimana fa sono stato interpellato da un amico su una questione: ossia il fatto che vi sarebbero dei vaccini ottenuti da cellule fetali, a loro volta ricavate da dei feti abortiti.
Sparate senza pietà in alcuni siti sedicenti pro-life, questo genere di notizie sembravano a me, a tutta prima, la classica bufala. Una bufala che unirebbe l’ideologia anti-vaccinista e quella prolife, a suggerire, nemmeno troppo velatamente, che sei sei prolife è meglio non far vaccinare i tuoi figli.
Sulle prime, ho rassicurato il mio amico sulla inconsistenza di questa notizia (che poi notizia non è, perché manca della caratteristica essenziale della “novità”) ma non prima di essermi informato.
La verità è infatti un po’ più complessa, e ci dà modo peraltro di vedere quanto subdola sia l’operazione che si tenta di fare.
I vaccini nascono dal principio secondo cui il sistema immunitario ha “memoria” delle precedenti “battaglie vinte” contro virus e batteri, nel senso che identifica quelli che ha in precedenza “sconfitto” in modo da essere preparato per futuri “scontri”. Pertanto, se si offrono al sistema immunitario dei virus o batteri morti, o indeboliti quel tanto che basta da renderli riconoscibili e tenerne così memoria, si prepara l’organismo ad affrontare la vera infezione che potrebbe esserci.
Ora: il problema è come fare a produrre “in serie” questi patogeni. Per quanto riguarda i batteri, è abbastanza facile produrli, dal momento che sono cellule viventi a tutti gli effetti e si riproducono spontaneamente per mitosi (separazione cellulare), soprattutto se trovano il giusto ambiente: si fanno perciò delle colture di batteri ad uso vaccini.
Con i virus, il discorso è più complesso, perché – secondo molti – il virus non è un essere vivente nel pieno senso della parola. Ricordate la lezione spiegata alle scuole elementari? L’essere vivente “nasce, cresce, si riproduce e muore”. Il virus non sarebbe un essere vivente perché manca del terzo requisito: non è in grado di riprodursi. Infatti caratteristica del virus è quella di necessitare di un altro organismo, questo sì vivente, per impiantargli dentro il proprio codice genetico e così, in qualche modo, perpetrare la propria specie.
Alcuni vaccini obbligatori non riguardano malattie causate da batteri, ma da virus. È il caso di malattie altamente contagiose come la varicella, l’epatite A, la rosolia e la poliomielite. Sono malattie abbastanza famose, e hanno effetti non trascurabili. In particolare le ultime due hanno effetti terribili: la poliomielite genera la paralisi infantile, e la rosolia, se contratta in gravidanza, può portare alla morte del feto.
Ora: per far riprodurre il virus indebolito o tramortito che occorre per sviluppare l’effetto immunizzante, servono catene cellulari su cui il virus si vada a replicare. Per far questo, vengono usate cellule fetali umane, perché sennò il corpo le rigetterebbe.
Dunque, la notizia è vera? In realtà, non è proprio così.
Infatti le cellule fetali umane non sono virus, e si possono riprodurre. Non occorre quindi ogni volta prendere cellule fresche da feti abortiti, perché è sufficiente, eticamente meno problematico e soprattutto immensamente più economico far riprodurre quelle che già si hanno.
E infatti, così è andata la storia.
Le cellule fetali in questione furono prese negli anni ‘70, e da allora le  si fanno riprodurre all’infinito per “coltivare” i vaccini contro i virus.
Questo aspetto mette nel nulla la notizia data, il cui scopo era far credere che per ogni dose di vaccino si abusa di un feto abortito: non è così. L’abuso, se c’è stato, è stato operato una volta sola tanti anni fa e non c’è stata necessità di ripeterlo.
Ora, però, un prolife scrupoloso potrebbe chiedersi se anche approfittarsi di un unico abuso su un feto abortito, esercitato molti anni fa e non più ripetuto, non sia in qualche modo eticamente riprovevole, al di là della logica anti-vaccinista.
Vorrei rispondere con un parallelo. Come tutti sanno, durante il periodo del dominio nazista sul mondo vi fu un medico, tale Josef Mengele, che, per amore della scienza, fece dei raccapriccianti esperimenti di sperimentazione umana su pazienti vivi e, ovviamente, non consenzienti, presi con la forza nei campi di sterminio. Forse non tutti sanno che da quegli orrori derivarono però anche delle scoperte scientificamente valide, i cui assunti sono usati anche oggi.
Chissà quali dubbi morali si sarà posto il primo medico che pensò di guardare le scoperte di mediche, e di approfittarne.
Tuttavia, è chiaro che quel medico non fu moralmente reprensibile, perché approfittando delle nozioni non ripeté in alcun modo quegli orrori.
Lo stesso discorso deve valere, mutatis mutandis, per i vaccini per le malattie di origine virale.
Infatti, la riproduzione cellulare all’infinito delle cellule fetali non ripercorre, né tantomeno ripete in alcun modo l’orrore dell’aborto. Chi fa uso di quel vaccino, e anche chi lo produce, può quindi andare tranquillo di non aver incentivato in alcun modo l’aborto, né di essersi in qualche modo giovato, approfittato di esso.
Se si espiantassero delle cellule dal vostro corpo, infatti, ad esempio per ricreare un tessuto, il tessuto è “vostro” nel senso che è biocompatibile.
Ma non fa parte del vostro organismo, quindi non siete ancora voi. Esattamente come un clone del vostro organismo non sareste voi.
Ecco che quindi una cellula replicata per riproduzione di una presa da un feto abortito non può dirsi una cellula di quell’organismo: è un altro organismo, unicellulare, ottenuto per scissione cellulare, ma che in realtà ne è fuori.
Come ricordate bene, noi prolife diciamo sempre che l’embrione fin dal concepimento è un individuo distinto della madre. Il principio è identico: anche se siamo partiti da una cellula della madre (l’ovulo) siamo arrivati ad una cellula (lo zigote) che è un organismo nuovo.
Pertanto, non è vero che l’uso di vaccini ottenuti con la coltura di cellule derivanti da cellule fetali è moralmente incompatibile con la visione prolife, ma anzi, è del tutto compatibile.
Un prolife infatti non è un ottuso esecutore (e banditore) di divieti, ma – ci piace pensarlo – rappresenta una avanguardia morale, e come tale è chiamato a fare ragionamenti più raffinati, e non più grossolani, della media delle persone.
Chissà che  questo  piccolo ragionamento non costituisca una parte di un “vaccino” contro le sparate pseudo-prolife che ultimamente circolano in rete. Me lo auguro proprio.

 

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