Amanda, il miracolo di Paolo VI

Una culla, la paura, un’amniocentesi, la rottura delle membrane…poi una preghiera a Paolo VI al Santuario delle Grazie di Brescia, diagnosi infauste, amnioinfusioni, sofferenze, pensieri di abortire…e alla fine Amanda, una bambina nata il 25 dicembre 2014. Questa storia che ha portato alla canonizzazione di Papa Paolo VI, già beato con un altro miracolo prenatale, il papa dell’Humanae Vitae, è un inno alla vita in senso pieno.
Parla alla donna e all’uomo di oggi, al suo cuore, alle sue emozioni. La storia di Amanda, che è la storia della sua famiglia, i genitori Vanna e Alberto e il fratellino Riccardo, è raccontata interamente in un libro di Andrea Zambrano, Una culla per Amanda. Il miracolo di Paolo VI, ed Ares.
Pubblichiamo uno stralcio di un convegno, Vite Inattese – Amanda, una storia d’amore, svoltosi a Brescia nel febbraio scorso, in cui la giornalista Anna della Moretta ha “intervistato” Anna e Alberto Tagliaferro sulla storia di questo miracolo prenatale.

La santità di Paolo VI è tutta nel sorriso di Amanda, avevamo scritto con il giornale di Brescia a proposito della canonizzazione…. C’è stata questa visita a Brescia al santuario delle Grazie davanti all’immagine di Paolo VI.

Ci racconta questo passaggio da una quasi decisione di abortire a scegliere di accettare la vita, che non è stato solo un sì alla vita ma un sì ad accogliere la vita nel senso più alto del termine, quindi anche la fede?

VANNA: Sì, è stato un accogliere la vita dopo un periodo di tormento atroce e continuo perché quando la scienza abbandona le armi, l’uomo fa fatica se non si affida a qualcosa di superiore. Io ho avuto una storia enorme con Amanda che faccio fatica ancora a raccontare, nonostante siano passati quattro anni dalla sua nascita, perché ha coinvolto me e la mia famiglia, mio marito, il mio bambino [ndr l’altro figlio Riccardo]e tutti i miei parenti. Io decisi di fare un’indagine prenatale, la villocentesi, che è un’indagine invasiva che purtroppo tutti fanno. Al giorno d’oggi tutte le mie amiche fanno villocentesi o amniocentesi perché si va alla ricerca di questo feto sano. Anch’io la feci, solo che fui vittima di una delle complicanze possibili: ruppi le membrane a tredici settimane. Persi tutto il liquido amniotico e mia figlia, che all’epoca era grande come un gamberetto, si ritrovò schiacciata dentro il mio utero senza la possibilità di muoversi e da lì, era il 23 settembre del 2014, è iniziato un periodo nero perché io oltre ad avere questi grandi sensi di colpa per avere provocato la situazione, non avevo nessun modo di poter aiutare mia figlia. Io ed Alberto ci siamo affidati molto alla scienza un po’ perché, essendo infermiera, ho visto la scienza fare miracoli. Però con me non c’era questa possibilità: mia figlia era destinata a morire. Abbiamo girato tutta Italia da nord a sud da Verona a Roma, Monza, Milano… perché lei potesse essere aiutata, ma questo non è stato possibile. Un giorno mi arrivò una telefonata da una mia amica che mi disse: “Tu devi pregare Paolo VI”. E io le dissi: “Chi è?”. Mi rispose: “Un prete”. Il giorno dopo mi richiama e mi fa: “È un papa!”. Questo per farvi capire che non sapevo neanche chi fosse e neppure lei! Da lì dopo una visita brutta che avevo avuta a Verona al policlinico dove è stato fatto un councelling composto da due ginecologi, un neonatologo, uno psicologo per farci capire che interrompere la gravidanza era l’unica cosa possibile perché questa bimba non avrebbe avuto futuro, ci recammo a Brescia al santuario di Santa Maria delle Grazie. Era il 29 ottobre del 2014, dieci giorni dopo la beatificazione di Paolo VI per il primo miracolo prenatale avvenuto in America. Ci recammo là, abbiamo pregato veramente con il cuore e abbiamo chiesto la grazia di questa bambina. In realtà dopo la preghiera la gravidanza non è cambiata, non è che ci sia stato un miracolo in quel momento, ma il miracolo c’è stato dopo la nascita perché Amanda è nata la notte di Natale del 2014 alle 6,58 della mattina con un parto spontaneo. È podalica, rimanendo fuori con i piedi più di venti minuti, con la testa schiacciata praticamente nell’uscita e con un rischio di asfissia pari quasi al 100%.
Anche lì in quel momento nessuno ci aveva dato una speranza, perché comunque lei era destinata a morire. Eravamo a 26 settimane e Amanda era prematura con un peso di 865 grammi, poi c’è stato tutto l’iter dell’estrema prematurità e successivamente il portarla fuori da questo ospedale dopo tre mesi e mezzo di degenza. Lei doveva nascere il 29 marzo del 2015 e la portammo a casa l’11 aprile quasi a termine. La notte del parto non volli avere Alberto dentro, gli dissi: “Vieni a vedere una bimba morta? Stai fuori se no ti rimane un trauma per tutta la vita”.

ALBERTO: Non c’ero al momento del parto, ma forse è stato un bene perché in realtà ero fuori nel corridoio, non vedevo nulla ma la porta era aperta e sentivo tutto. Passai quella mezz’ora – quaranta minuti davanti a questo piccolo presepe adiacente alla sala parto a pregare e ad aspettare. Più pregavo in realtà e più ci pensavo… pensavo e mi facevo forza per il fatto che era proprio il giorno di Natale.
Venivamo da un periodo nero, cupo, molto difficile, di grande sofferenza e angoscia, da mesi in cui avevamo girato ospedali, le avevamo provate tutte… e mi dicevo che se eravamo lì dopo tutto quel tempo, dopo tutto quello che avevamo passato, la notte di Natale non poteva andare male…avrebbe potuto nascere un altro giorno se doveva andare male. In realtà non sapevo ancora se Amanda era viva, perché ad un certo punto sentii dire che era nata e poi un silenzio di tomba. Dopo un po’ di tempo uscirono con la termoculla e mi fecero vedere Amanda… io vidi questi occhietti aperti, si stava guardando attorno.
In quel momento oltre a capire che era viva, capii anche che ce l’avrebbe fatta perché era uno sguardo pieno, di una bambina che era già incuriosita, che stava già guardando il mondo. Quello fu l’apice, però la storia di Amanda inizia prima. Questa è una storia piena di segni, ci sono tante storie nella storia”.

Sono stata molto colpita da un passaggio del racconto, cioè il giorno in cui era trascorso il tempo in cui in base alla legge 194/78 Vanna avrebbe potuto abortire volontariamente, il giorno in cui Vanna ha detto “Amanda sei libera. Ora io non posso più decidere nulla su di te” …è stato un giorno in cui ti sei sentita molto sollevata dopo questo periodo molto combattuto, tormentato, in cui, si legge nel libro, “riaffiora a intervalli sempre più insistenti il pensiero lontano, accarezzato, ma mai del tutto sposato, di imprimere un’accelerazione e di andare ad abortire”…per non far soffrire Amanda, perché la scienza dice che lo devo fare …poi però c’è stato il momento in cui è riuscita a capire che quella non era la strada malgrado tutte le evidenze.

 VANNA: La legge sulla tutela della maternità permette alle donne di abortire con quello che viene definito aborto terapeutico fino a 22 settimane e 6 giorni di gestazione, poi c’è l’obbligo di rianimare il feto. Quindi ho avuto tanto tempo dalla rottura delle membrane. Mi sono trovata a pensare che sarebbe stato meglio abortire… l’ho pensato tanto, l’ho pensato spesso, l’ho pensato un giorno sì e l’altro anche. Devo dire in questo mi ha aiutato molto mio marito Alberto perché quando io parlavo con lui della mia disperazione dicendogli: “Basta, ho deciso, domani mattina prendo il giorno di ferie e andiamo a fare l’IVG, non ce la faccio più perché sto troppo male, perché sto rischiando anche io la vita, perché abbiamo un altro figlio… tutti i perché del momento”. Lui è stato un grande uomo perché non mi ha mai ascoltato, mi diceva: “Sì, va bene, intanto arriva a domani” poi passava la notte…Questa è stata una gravidanza molto dolorosa a livello fisico, perché con la rottura delle acque il cervello pensa che il feto sia da espellere perché dovremmo essere arrivati alla fine della gravidanza, quindi il mio corpo ha sempre cercato di buttarla fuori: sono stata in travaglio costante da allora e sono stata riempita di farmaci di ogni tipo e di ogni genere per cercare di fermare l’espulsione. Lui non mi ha mai accompagnato all’ospedale per abortire. Mi diceva sempre questa cosa: “Se non si arrende lei, non possiamo arrenderci noi, se il suo cuore continua a battere, noi non possiamo non ascoltarlo”. Anche se in realtà durante le centinaia di ecografie che ho fatto per vedere se era viva, perché non c’era altro modo per vederlo, questo cuore ce lo facevano sentire per pochi secondi… forse per non farci affezionare perché il cuore che batte è il sinonimo della vita e lì c’era la vita.

 Tu però avevi un aggeggio….

VANNA: Si…la mia amica Sabrina, che mi aveva detto di pregare Paolo VI, siccome ad un certo punto era diventato troppo faticoso andare a fare l’ecografia a giorni alterni facendo 5 km in macchina, perché a ogni buca mi sembrava di partorire, mi regalò questo aggeggio, praticamente un ecografo portatile, dove io mi mettevo delle cuffie per sentire se lei era ancora viva. Ero riuscita ad imparare a distinguere l’arteria uterina che aveva una frequenza dalla frequenza del suo cuore. Ogni volta che lo sentivo, ce l’ho ancora nelle orecchie questo cuore che batteva, tiravo un sospiro di sollievo …”è ancora qua… è passato un altro giorno”.

Amanda è nata sana. Questa bambina è stata anche fonte di una tua rinascita…come vedi questa bimba che è diventata un po’ un simbolo e che avrà un’eredità importante, da trasmettere, per il ruolo che ha avuto anche nella storia dell’umanità. Ecco tu hai mai riflettuto su questo?

VANNA: Ci ho riflettuto tanto perché dal non dover esserci ad essere lì senza nessun tipo di problema mi ha fatto capire sicuramente che Dio esiste seriamente e io questa cosa la vorrei gridare in tutte le lingue e a tutto il mondo. Dopo che io sono stata toccata così da vicino, da persona normalissima, dove pensavo che il miracolo avesse la probabilità di capitare alle persone come la vincita dei sei milioni di euro della lotteria dell’Epifania, adesso posso dire che, secondo me, i miracoli esistono e sono tanti. Questo è venuto alla luce per caso. La mia pediatra, quando Amanda compì un anno, mi disse: “Guardi signora che questa è una storia meravigliosa da raccontare, che può dare coraggio a tante mamme. Se vuole ho un amico giornalista che può scrivere un articolo che può dare speranza”. Fu un articolo, uscito sull’Arena [ndr quotidiano di Verona], di ringraziamento per tutti i medici, e nelle ultime 4 righe scrissi che pregai al Santuario di S.M. delle Grazie di Brescia e che sarei tornata per ringraziare Papa Montini perché aveva interceduto per noi. Questo articolo andò nelle mani di don Antonio Lanzoni, vice postulatore della causa di Papa Paolo Vi, che mi chiamò. Seguì la causa di canonizzazione dove tutti, dopo avere esaminato la ricca documentazione, dissero che per le conoscenze scientifiche attuali questa sopravvivenza non era spiegabile.
Amanda è tremenda! Tutti e due sono abbastanza vivaci…lei è speciale perché è normale. Questa cosa ha stravolto completamente l’idea che avevo io sulla vita e sulla vita nascente. Tutte le mamme sono preoccupate che il loro figlio non possa stare bene, per questo c’è questo giro di miliardi sulle indagini prenatali che poi scartano solo 2 o 3 cose: il bambino può nascere disabile anche dopo un’indagine prenatale. Il mio momento di conversione, che poi è stato nel letto di Riccardo, perché andavo lì a piangere da sola per non disturbare mio marito e mio figlio. A quel punto avrei accettato qualsiasi tipo di vita. Ero totalmente proiettata ad una figlia disabile e quindi da aspirare perché non sarebbe riuscita a respirare bene, da nutrire in modo artificiale, mi immaginavo il susseguirsi di carrozzine….e pensavo che alla fine forse il mio essere infermiera era destinato lì. Dicevo: “Faccio l’infermiera, sono in grado di seguire questa bambina e probabilmente questo è quello che mi aspetta”. Mi sono aperta ad accettare una vita non sana ed è stato lì uno dei cambiamenti perché qualsiasi vita ha diritto di essere vissuta, come dice sempre Alberto, ogni bambino ha diritto di essere amato. Vedermela lì così, sana, che corre per casa, che vuole tutti i giochi, anche quelli più in alto…che si arrampica… capisco che è proprio un miracolo! Anche perché io nelle mie preghiere non ho mai chiesto una figlia sana.
Chiedevo una grazia, ma forse più per me, per riuscire a superare quello che poi mi sarebbe stato dato. “Tu dammi quello che vuoi basta che io riesca a mantenere fermo il cervello per poter superare la cosa e proseguire nella vita”..
Paolo VI ha fatto tantissime cose importanti durante il suo papato, ma secondo me i due miracoli sulla vita nascente mostrano che lui vuole essere ricordato per l’Humanae Vitae che è un inno alla vita a partire dagli sposi. Questo di Amanda è un miracolo sulla famiglia, sulla nostra famiglia, indipendentemente da quella che poi è stata la vita di mia figlia.
In fondo le prime righe di quest’Enciclica dicono “Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio“, quindi è indirizzata agli sposi, poi ai medici, ai ginecologi che devono cercare di salvaguardare la vita e… ai sacerdoti che devono cercare di portare avanti questa enciclica e spiegare alle coppie come noi l’esistenza di questa enciclica, un grande regalo.

 

Amanda, il miracolo di Paolo VI (.pdf)