E’ ancora più facile abortire a New York Gino Soldera

Ha fatto notizia la decisione presa dall’Amministrazione dello Stato di New York di estendere, affievolendo i controlli e le sanzioni, il diritto di aborto dopo la 24 settimane di gravidanza, in caso di rischio per la salute della donna o in caso di grave malattia del figlio, impropriamente chiamato da noi aborto terapeutico. Inoltre, è stata data la possibilità d’intervento ad altre figure sanitarie, insieme al medico, per garantire alla popolazione delle aree rurali l’utilizzo di questa pratica.
I Vescovi di quello Stato hanno accolto con molta tristezza questa notizia, anche perché ritengono che vada in direzione opposta a quella auspicata della tutela e della salvaguardia della vita. Queste scelte, riproposte in un paese dagli alti valori e ideali democratici, sembrano quasi voler confermare che l’aborto sia in grado di risolvere tutti i problemi connessi con la generazione di un figlio, secondo lo slogan: “via il figlio, via il dolore”.
La scelta fatta dall’Amministrazione per aggiornare la legislazione, per renderla in apparenza moderna, avanzata e a passo con i tempi e con le conquiste tecniche e scientifiche, nei fatti contrasta con il desiderio da sempre presente nell’uomo di amare e di dare la vita, con il suo impegno di dare un senso autentico alla propria esistenza, ma soprattutto con la sua volontà di bene che egli cerca di manifestare per contribuire al bene della società. Ad una indagine più approfondita si osserva che questa decisione fa propria la dilagante cultura della morte, presente nella nostra epoca, quale segno della deriva decadente della nostra civiltà. Infatti, essa preferisce affrontare le criticità, come quella della maternità a rischio, scegliendo la via più breve e semplicistica, data dalla soppressione di un essere debole ed indifeso, piuttosto che tutelarlo e accorrere in suo aiuto, con i tanti mezzi a disposizione. Volutamente vengono dimenticate le implicazioni negative cui è soggetta la madre, legate alle conseguenze del post- aborto, ma anche quelle della famiglia e della società private della possibilità di essere arricchite di un nuovo essere umano da amare e da accudire.
Va ricordato, anche per gli importanti contributi derivanti dalla ricerca, che la persona umana non è tale solo se “nasce e vive”, perché essa acquista lo status di persona fin dal momento del concepimento. Da allora essa risulta avere una propria carta di identità genetica (che possiamo chiamare anche psico-genetica in virtù della presenza della sua anima o psiche), che la rende riconoscibile da tutti gli altri esseri, essendo unica, originale e irripetibile, oltre che protagonista della sua esistenza, capace di interagire con l’ambiente nel quale si trova e dotata di un proprio progetto di vita. Per concludere possiamo dire che è tempo che l’uomo si risvegli dall’oblio nel quale è caduto, ma anche dalla grande illusione di credere che la sua vita sia solo vita esteriore e non interiore.
Il controllo dei beni materiali, accanto ad alcuni di quelli che sono ritenuti dei diritti civili, come l’aborto, l’eugenetica e l’eutanasia, che sembra offrirgli felicità e libertà, anche dalla sofferenza e dal dolore, a basso costo, in realtà non fa altro che alienarlo, allontanarlo da se stesso e dal bene più prezioso che è il dono della vita, della famiglia e dei figli: fonte di esistenza, di gioia e di speranza dell’intera umanità.

 

E’ ancora più facile abortire a New York (.pdf)