“Una riflessione sui veri Diritti Umani”. Intervista a Pino Morandini Elisabetta Pittino

Il 9 dicembre 2018, alla vigilia dell’anniversario della Dichiarazione Universale  dei  diritti  dell’uomo, Avvenire ha pubblicato il testo del Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo (10 dicembre 1948-10 dicembre 2018).
Il Manifesto promosso da Movimento per la Vita italiano, in collaborazione con Avvenire, che è stato sottoscritto subito da 43 associazioni e movimenti di ispirazione cattolica, ha ad oggi ottenuto l’adesione di 59 differenti realtà associative e numerosi singoli.

Identità umana del concepito, Meditazione sulla maternità e la gravidanza sono i temi di questo Manifesto che si può leggere per intero sul sito del Movimento a questo link http://www.mpv.org/2018/12/09/ dalla-parte-del-piu-indifeso/
Il Manifesto, al quale è possibile ancora aderire scrivendo all’email dirittiumani.vita@gmail.com, è il fondamento di una nuova consapevolezza sui diritti dell’uomo, con l’intento di sottrarli a derive individualistiche che ne stravolgono la funzione e il senso, e di ricondurli, partendo dal più piccolo, il concepito, uno di noi, al suo profondo fine unitivo. Ci spiega perché Pino Morandini, vice presidente vicario del MVI e già magistrato.

In un mondo dove i desideri si trasformano in diritti, dove ognuno ha diritto ad avere diritti, a parte i più deboli, perché un manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo?
Per contribuire a un’importante riflessione su cosa significhi davvero parlare di diritti umani, e quindi di diritto alla vita, e su chi ne siano i titolari. Può sembrare una cosa ovvia, in realtà, se si dice che quei diritti sono connaturati all’uomo, perché è stato necessario molto tempo per capirlo e dichiararli solennemente in una Dichiarazione Universale?
Detta Dichiarazione nasce all’indomani della seconda Guerra mondiale, nella quale l’innato desiderio del più forte di schiacciare il più debole quando questi intralcia la sua strada verso il bene “supremo” (di volta in volta, l’ideologia, la razza, il profitto, ecc.), era stato addirittura pianificato con metodi scientifici. Nasce come risposta universale a un problema universale, come un riscuotersi dell’uomo di fronte alla barbarie che lo aveva preceduto. Affida al riconoscimento della dignità umana la speranza di pace e critica l’idea che il diritto sia solo quello scritto, recuperando le dottrine del diritto naturale, fondate sull’idea che l’uomo non possa essere sottomesso al dominio di nessuno, in quanto è fine, non mezzo.
La dignità non è una qualità che si aggiunge all’esistenza, ma l’esistenza stessa. Per questo è sinonimo di persona e di diritto alla vita, che è la prima espressione della dignità umana. Non consente graduazioni e per questo è la ragione dell’ eguaglianza.
Sembra di essere giunti al traguardo, in realtà tutti i diritti dell’uomo, a partire dal diritto alla vita, perdono significato se non sappiamo chi è l’uomo, tanto più se è il diritto scritto a pretendere di definire chi sia l’uomo! Si pongono allora domande radicali sull’eguaglianza tra gli uomini: il malato in camera di rianimazione è eguale a ogni altro? E così il giovane tossicodipendente, il vecchio in fase di demenza senile, il barbone, il bimbo appena nato, sono uomini con pari dignità degli altri? E, infine, l’embrione nel seno materno o in una provetta di laboratorio è essere umano al pari degli altri?
La cultura dominante, immersa in un orizzonte materialista, per il quale nulla vi sarebbe oltre la morte e per l’altro c’è posto solo se può servire, fornisce risposte sovente disumane alle cennate domande. E così l’embrione umano è considerato dai più un grumo di sangue o un ammasso di cellule! E questo, nonostante la scienza e il diritto dicano il contrario, affermando l’identità umana del figlio concepito e non ancora nato.

Qual è la filosofia di questo manifesto?
A partire da quell’ultima affermazione è nato il cennato Manifesto.
Se, nel 1988, 400 Docenti universitari, tra cui ben 16 Rettori d’Università, hanno firmato la petizione rivolta al Parlamento Europeo che chiedeva il riconoscimento della dignità umana del concepito; se, nel 2016, 10 mila medici hanno testimoniato, dinanzi alla Commissione petizioni del Parlamento Europeo, che il concepito è un soggetto umano, il diritto deve trarne le conseguenze e “declinare” quelle affermazioni scientifiche, applicando in tal modo il principio d’eguaglianza senza eccezioni.
Dal principio d’eguaglianza al principio di solidarietà, come espressione di una attenzione privilegiata al più debole, a coloro – i bambini non ancora nati – che S. Teresa di Calcutta definiva “i più poveri dei poveri”. In effetti, altro non posseggono che la dignità umana, che i più intendono loro negare.
Modernamente, il timbro della giuridicità è l’essere umano debole, il forte non ha bisogno della forza del diritto. Per cui la legge non è il comando del più forte, ma la forza prestata al debole.
Il grado di civiltà di un popolo e delle Istituzioni che lo governano sta nell’atteggiamento che assume nei confronti dei più deboli e dei più indifesi. I bambini concepiti e non ancora nati sono tra costoro.
Sul versante giuridico, varie pronunce avvalorano il senso del Manifesto.
La Corte costituzionale, nella sentenza 35/97, ha dichiarato che all’art. 1 della legge 194/78 “è ribadito il diritto alla vita del concepito” e che la Costituzione “non permette di toccare quel nucleo di disposizioni che attengono alla protezione della vita del concepito”.
Il Comitato Nazionale di Bioetica, per ben tre volte – nel 1996, nel 2003 e nel 2006 – ha ribadito, in modo chiaro e argomentato, che il concepito è un essere umano a pieno titolo, è uno di noi. Nel Preambolo della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo i bambini non nati sono equiparati ai bimbi già nati (“il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita”). Quand’anche, ciò nonostante, si mettesse in forse l’identità umana del figlio concepito, soccorre il principio di precauzione, alla cui stregua nel dubbio si propende per la vita.
È molto richiamato nelle questioni ambientaliste, a maggior ragione quando in gioco è la vita umana.
Nessuno intende negare interessi reali della donna (al lavoro extradomestico, alla carriera, ecc.) e dell’uomo e nemmeno le condizioni drammatiche che talvolta accompagnano una gravidanza.
Ma non si possono far prevalere interessi reali di alcuni su diritti fondamentali di altri.
Il Manifesto si propone di dare un contributo in tal senso, ai fini di una giusta teoria dei diritti umani, il cui fondamento è il diritto alla vita, e della meraviglia dell’esperienza della gravidanza la quale, se vissuta in condizioni difficili, proprio per la sua natura particolare abbisogna di vicinanza e condivisione.

Il manifesto sul diritto alla vita, che riparte dal concepito e dalla maternità, può essere il punto di partenza della rinascita di un’età dei diritti?
Ringrazio di cuore il quotidiano “Avvenire” per essersi fatto autorevole portavoce e efficace diffusore del cennato Manifesto, al punto che sono sempre più numerose le adesioni di Movimenti, Associazioni, ecc. e di singole persone. A testimoniare le ragioni di giustizia sostanziale che lo animano e la convinzione che ripartire dal concepito e dalla maternità rappresenta davvero il punto di avvio di una nuova e limpida stagione dei diritti.
In effetti, è decisiva l’importanza dei diritti dell’uomo, tanto più nell’odierna epoca post-moderna. Essi sono fondati sul riconoscimento della dignità umana di tutti. A mo’ di esempio, rimando all’art. 2 dell’ultimo Trattato sull’Unione Europea, siglato a Lisbona ed entrato in vigore nel 2009; all’art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea; all’art. 1 della Costituzione tedesca; all’art. 1 della Costituzione greca. Tutti proclamanti il diritto alla vita, ma senza precisare quasi mai l’inizio della vita, cosicchè gli interpreti hanno potuto dimenticare il concepito. Al punto che S. Giovanni Paolo II parlò espressamente (E.V. p.18) di “sorprendente contraddizione” di fronte a solenni enunciazioni di diritti umani, da un lato, e a contestuali violazioni del diritto fondamentale alla vita dei piccoli e indifesi, d’altro lato.
Ne deriva l’esigenza di restituire verità ai diritti dell’uomo, identificandone il titolare in ogni essere umano fin dal concepimento. Senza siffatta chiarezza i diritti dell’uomo sono in balia del soggettivismo, possono rivoltarsi contro l’uomo, minare le basi di un’autentica democrazia, far perdere solidità allo stesso concetto di dignità. Da dove ripartire allora – per ridare speranza all’uomo d’oggi spesso accompagnato dal vuoto esistenziale, per ridare slancio alla politica, senso al diritto, significato autentico alla pace, responsabilità alla libertà – se non dal limpidissimo angolo visuale del più piccolo dei figli che, nella sua innocenza, conferisce autenticità e ideale all’impegno per lui e per la mamma che lo porta in grembo?
Questo è il contributo che intende portare umilmente, ma convintamente il cennato Manifesto.

A 70 anni dalla DUDU, che fu un traguardo, con l’introduzione di “diritto” di aborto, eutanasia, uteri in affitto… i diritti umani sono diventati disumani?
In effetti, il reclamare l’aborto, l’eutanasia, la pratica aberrante dell’utero in affitto come “diritti”, capovolge la missione del diritto, infrange la giustizia, porta a conseguenze disumane la convivenza sociale. Se diritto e legge possono ospitare qualsiasi contenuto, si va affermando il c.d. nichilismo giuridico, per cui il diritto non corrisponde più a un criterio di giustizia, ma si risolve in ciò che di volta in volta decidono le maggioranze in carica, indipendentemente dai diritti fondamentali propri di ogni essere umano in quanto tale e che preesistono agli Stati.
La posta in gioco è immensa, perché siamo noi stessi in gioco con tutto il nostro essere. È il senso di un’immensa peripezia, che va affrontata realisticamente con una posizione esistenziale adeguata e con la forza del pensiero, senza farsi conquistare dalla sfiducia, anzi pensando che la potenza del nichilismo non è insuperabile, come insegna la storia. Epperò richiede un di più di discernimento e di impegno da parte di ciascuno.
La temperie antipersonalistica del nichilismo coglie di traverso l’immenso rilievo della questione antropologica (chi è l’uomo? Che senso hanno la vita e la morte? Quale il significato della malattia e della sofferenza? Ecc.).
È solo una risposta pienamente umana a detti interrogativi che può far nascere la stagione dei diritti dal risvolto umano, interpreti delle più genuine esigenze di giustizia, difensori davvero dei più deboli. Diversamente prevarranno i c.d. diritti civili, che i mass media e la cultura dominante ci propinano nelle varie epoche (“diritto” di aborto, di eutanasia, al figlio, ecc.) e fanno sì che prevalgano sui diritti umani fondamentali: questi, duraturi, immutabili, inviolabili, perché attinenti all’essenza stessa dell’essere umano; quelli passeggeri, effimeri, spesso declinanti in diritti quelli che sono semplicemente desideri degli adulti, a scapito sovente dei bimbi o comunque dei più deboli.
Vi è allora urgente bisogno di una stabilizzazione antropologica, che introduca l’antropologia nella politica e nel diritto. Essa può provenire da un’immagine filosofica e religiosa dell’uomo.
La persona, annotava Rosmini, è il “diritto sussistente”. Il problema morale passa attraverso il cuore. La decisione tra il bene e il male comincia dallo sguardo. Il volto dell’altro è carico di un appello alla mia libertà, perché lo accolga e ne prenda cura, perché affermi il suo valore in se stesso e non per interesse. La verità morale, come verità del valore unico e irripetibile della persona, fatta a immagine di Dio, è una verità carica di esigenze per la mia libertà.

 

“Una riflessione sui veri Diritti Umani”. Intervista a Pino Morandini (.pdf)