Casa d’Accoglienza di Como Daniela Matarazzo

Il CAV di Como oltre a svolgere la sua attività in sede per accogliere e accompagnare le donne in stato di gravidanza “a rischio”, offre servizi concreti nelle sue tre Comunità mamma-bambino:

  • a Como “Casa Irene” (Comunità di semi-autonomia)
  • a Lipomo “Casa Lavinia” (Comunità Residenziale H24)
  • a Civello di Villaguardia “Corte della Vita” (Comunità per autonomia).

L’organico è composto da 15 persone: 3 Responsabili Educatrici (una per struttura), 9 Educatrici professionali e due OSS. Alcune di loro svolgono il loro servizio stabilmente in una delle tre Comunità, altri girano a seconda delle necessità e dei progetti attivati. Ma qual è la vera funzione della Comunità? Essa si pone l’obiettivo di sostenere la relazione tra la mamma e il suo bambino, attraverso interventi mirati a garantire il benessere del minore e delle mamme.
Questo passa attraverso una struttura che offre una possibilità nuova, un luogo dove sentirsi accolti e dove poter esprimere le proprie difficoltà e avviene mediante interventi quotidiani e progetti educativi mirati. I bambini godono di questa serenità ritrovata, trovando anche loro uno spazio accogliente in cui sentirsi liberi di parlare dei propri vissuti o di manifestarlo attraverso il gioco.
L’attività, il più delle volte, è molto pesante dal punto di vista emotivo e psicologico: le donne che arrivano sono spesso molto provate da un vissuto negativo e disperato e i servizi sociali spesso intervengono con tempi molto lunghi, lasciando precipitare le situazioni che diventano così ancora più complesse da recuperare. Quindi le educatrici si ritrovano a gestire persone fragili, instabili, compromesse dal punto di vista psicologico più o meno gravemente; alcune sono consapevoli di questo loro “stato” e quindi collaborano affinché il progetto in cui sono inserite possa dare risultati positivi, altre invece non riescono a comprendere quale sia e dove sia il problema e, di conseguenza, sono meno cooperanti. Nelle comunità si potrebbero scrivere molti libri di storie di vita vissuta: alcune con esito finale positivo; altre con esito inaspettato positivo o negativo; altre che sono entrate e uscite senza riuscire a cambiare nulla del loro comportamento e mettendo in seria discussione l’affidamento del/ dei figlio/i.
Ogni volta è una partita da “giocare” e non si è mai sicure che quello che viene fatto possa portare a qualcosa: nonostante questa incertezza, si mettono in campo tutti gli strumenti e le possibilità necessarie alla gestione delle varie situazioni: spesso le educatrici rilevano necessità di interventi particolari per il benessere delle ospiti e dei loro bambini, ma spesso i servizi sociali di riferimento non li ritengono importanti (più che altro per mancanza di mezzi economici) così il CAV, seguendo le indicazioni delle educatrici di cui ha piena fiducia, dà la disponibilità per affrontare in proprio i costi necessari per l’attivazione di tali progetti. Da ultimo, Regione Lombardia è molto severa sui requisiti che devono avere le strutture di accoglienza, sia per quanto riguarda gli immobili e il materiale a disposizione, sia per il personale (ore e rapporto di presenza, titolo di studio, ore di formazione), sia per tutte le questioni burocratiche (GDPR, DVR, iscrizione Agenzia delle Entrate/personalità giuridica, iscrizione Registro Regione Lombardia, vigilanza): tutto questo non facilita ovviamente il lavoro e rappresenta anche un peso economico maggiore rispetto ad altre realtà non potendo usufruire di personale volontario senza la qualifica richiesta e dovendo ricorrere a più figure professionali esterne per la gestione delle varie competenze.

 

Casa d’Accoglienza di Como (.pdf)