Lettera al popolo della Vita Marina Casini Bandini

Carissimi

il treno che porta verso la legittimazione nel nostro Paese dell’eutanasia e del suicido assistito sta procedendo ad alta velocità. Andando a ritroso vediamo che i primi motori sono stati accesi già nel 1984, durante la IX legislatura, con il DDL n. 2405 del parlamentare socialista e radicale Loris Fortuna (già estensore della legge che nel 1970 introdusse il divorzio in Italia): “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina dell’eutanasia passiva”, questo il titolo. Il testo della proposta fu poi ripreso nel corso della X legislatura, nel 1987 con il n. 72. Il dibattito è stato successivamente sonnacchioso, mentre prendeva piede in maniera forte il tema della c.d. “procreazione medicalmente assistita” con tutte le sue articolazioni, e si proponeva quello dell’aborto chimico e farmacologico. Sonnacchioso, ma non assente se pensiamo che la questione del testamento biologico, introdotta nel dibattito italiano negli anni ’90 è stato un potente veicolo per riproporre il tema del fine vita e dunque anche quello della “scelta di morire” quando la vita è solcata dalla malattia e/o dalla disabilità.
Chi non ricorda Eluana Englaro, la cui vicenda giudiziaria, conclusasi nell’ottobre 2008 (Eluana è morta il 9 febbraio 2009), è iniziata nel marzo 1999 in concomitanza con la presentazione del primo progetto di legge (n. 5673 del 10 febbraio 1999) sulle c.d. direttive anticipate (“Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”)?
Poi, intrecciato al caso Englaro e alla questione delle “volontà anticipate”, si è presentato il caso di Piergiorgio Welby che in una lettera aperta del 26 settembre 2006 al Presidente della Repubblica scrisse: «Il mio sogno […] la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi». Sappiamo come è andata a finire. Nel frattempo l’eutanasia legale è arrivata anche in Benelux, ampliandosi la possibilità di accesso anche ai minori in Olanda e Belgio; l’Europa è stata scossa dalle vicende di Charlie Gard e Alfie Evans, più recentemente di Noa Pathoven, mentre Vincent Lambert sta morendo di fame e di sete perché così hanno deciso medici e giudici.
Intanto, in Italia riprendeva quota il dibattito sulle  DAT e  arrivava la discutibilissima legge 219 del 2017 che ha aperto il varco alla Corte costituzionale per indicare la strada verso la morte procurata e organizzata dalla società nella forma dell’assistenza al suicidio, oggi vietato dall’art. 580 del codice penale.
Dall’autunno scorso, infatti, si è acceso il dibattito sull’intervento legislativo chiesto dalla Corte costituzionale – con l’ordinanza 207, contraddittoria e incoerente – al Parlamento per dare una soluzione giuridica ai casi come quello di dj Fabo. Il tempo stringe e una soluzione sembra lontana. Dopo un primo dibattito, inframmezzato da audizioni alla Camera e al Senato, adesso il tema non è più neanche nel calendario.
Il rischio è che in assenza di legge, la Consulta – passando per la breccia aperta dalla legge 219 e aprendo scenari inquietanti – consolidi quanto affermato nell’ordinanza  207/2018 e tolga ogni sanzione all’aiuto al suicidio nelle «ipotesi in cui il soggetto agevolato si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli»; con la conseguenza che il legislatore non potrà poi che adeguarsi anche allargando le maglie della legge 219/2017.
È invece necessario che il Legislatore, pur dovendo inevitabilmente tenere conto dell’ordinanza 207/2018, trovi una soluzione che escluda fermamente la liceità di ogni percorso di morte medicalmente procurata e si impegni a:

  • rifiutare con fermezza ogni percorso di morte medicalmente procurata;
  • a garantire il massimo impegno scientifico, tecnico, organizzativo per assicurare a tutti le cure palliative;
  • rafforzare l’assistenza sanitaria anche a domicilio; dare per certo il diritto alle cure adeguate e fruibili (compresa idratazione e nutrizione assistita);
  • supportare economicamente chi ha più bisogno; aiutare le famiglie;
  • migliorare le strutture ospedaliere sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della formazione umana e professionale degli

È poi ad un’autentica alleanza terapeutica che va riservata la ricerca delle soluzioni dei casi difficili e controversi e sempre senza scivolare in logiche eutanasiche.

 

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