Sgreccia e il ricordo di Paolo Marchionni. Intervista a Paolo Marchionni Massimo Magliocchetti

Continuano i contributi in ricordo del Card. Sgreccia, padre della bioetica personalista da poco salito al Cielo dopo una lunga vita spesa per la bioetica. Sempre a partire dal suo ultimo libro “Controvento. Una vita per la Bioetica” abbiamo intervistato Paolo Marchionni, medico, specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni, perfezionato in Bioetica alla scuola del card. Sgreccia, membro del Consiglio Direttivo della Associazione Donum vitae, che ha contribuito a fondare insieme alla moglie, Emanuela Lulli, anch’ella medico, specialista in Ostetricia e Ginecologia, perfezionata in Bioetica. Marchionni vive ed opera a Pesaro dove è Direttore della UOC Medicina Legale dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale delle Marche.
È attualmente vicepresidente della Associazione “Scienza&Vita”.
Dott. Marchionni, l’ultimo libro del Card. Sgreccia dal titolo “Controvento. Una vita per la Bioetica” è stato pubblicato pochi mesi prima della Sua salita al Cielo. Un testo prezioso e significativo: come dobbiamo porci per apprezzarlo appieno?
«Ho avuto il privilegio di seguire le ultime fasi della “redazione” del libro, un testo a metà tra autobiografia e testamento.
Don Elio – mi sia permesso di chiamarlo così, come ho sempre fatto nei 38 anni di frequentazione – aveva avuto qualche difficoltà con la collaboratrice cui aveva chiesto il supporto redazionale e sembrava che, per queste difficoltà, il progetto dovesse naufragare. Il testo infatti non nasce primitivamente come scritto ma come “intervista” registrata in più occasioni.
Nel dicembre 2017, nel corso di un ritiro spirituale della Associazione “Donum vitae” che avevamo fondato insieme quasi 30 anni prima, mi misi a sua disposizione per rivedere il testo e correggere il dattiloscritto, man mano che veniva tratto dalle conversazioni registrate. Alla mia disponibilità di aggiunse immediatamente quella dell’amica e collega Paola Pellicanò, co- fondatrice della stessa Associazione.
I mesi da febbraio a settembre 2018 ci hanno visti coinvolti nel lavoro redazionale di cucitura dei diversi capitoli, che periodicamente sottoponevamo alla sua attenzione e al suo vaglio.
Nel titolo è racchiusa la metafora che per don Elio ha a che fare con il cristiano e – certamente – per sé stesso: occorre saper andare contro vento, saper convogliare nella vela il vento contrario per riuscire ad andare nella direzione voluta. Non la bonaccia, ma il vento fa muovere la barca, anche quello contrario!
Certamente nella sua lunga vita non ha avuto né cercato situazioni di bonaccia, ma ha sempre indirizzato l’orientamento della propria vela verso una meta, verso un porto sicuro, anche quando si sono levati venti contrari.
Per andare contro vento occorre aggiustare continuamente l’orientamento delle vele, non c’è un solo modo per convogliare il vento contrario: ma la meta deve essere sempre chiara e ben presente sullo sfondo!
Il libro si snoda attraverso la sua lunga vita, toccando i temi centrali che, attraverso la sua persona, si sono snodati in oltre 70 anni di storia ecclesiale e culturale contemporanea. Ma il messaggio profondo del libro è affidato alla nota conclusiva, apparentemente ovvia quanto inedita: al termine della sua vita di sacerdote, di predicatore, di divulgatore delle cose della fede don Elio ci lascia quasi spiazzati con una lettura inedita della parabola del seminatore. Egli scrive: “Ai ministri della Chiesa e in generale agli evangelizzatori vorrei sottolineare il particolare dato esegetico della Parabola del Seminatore … che troviamo presentato nel Vangelo (cfr. Matteo, cap. 13) e che non mi pare esplicitato nei commenti che leggiamo. Infatti si trovano ricordate le verità dei terreni sui quali cade il seme ed anche le diverse percentuali del risultato della semina, ma non si commenta, si lascia solo pensare e sottintendere questo particolare, che voglio qui ricordare ed è questo: che la condizione di tutto è che il seminatore apra bene le mani quando semina e torni a casa con le mani vuote. Se il seminatore non tornasse a casa con le mani vuote e trattenesse il seme nel pugno non succederebbe nulla. Il significato di questo commento è che chi semina (oggi soprattutto) deve osservare il distacco e dare testimonianza di povertà. Seminiamo a braccia distese, ma torniamo a casa a mani vuote”.
Un invito – questo – deciso e preciso: non resti alcun seme nelle nostre mani, tutto venga sparso. Sarà la natura del terreno a decidere quanto fruttificherà, ma non deve restare neanche un chicco nella mano del seminatore».
Sgreccia è considerato a livello internazionale il padre della Bioetica personalista. Nel libro racconta eventi significativi dell’ultimo secolo che hanno contribuito a costruire pezzo dopo pezzo l’elaborazione culturale bioetica che oggi conosciamo. C’è un episodio che l’ha colpita in particolare?
«Gli episodi-chiave che hanno segnato l’elaborazione culturale della bioetica che poggia le sue radici sul cosiddetto personalismo ontologicamente fondato sono diversi, e tutti rintracciabili nel testo. Ma due sono quelli che qui voglio segnalare.
Il primo: nel 1983, dopo il servizio di natura pastorale reso all’Università Cattolica per 9 anni come assistente spirituale degli studenti e del personale della Facoltà di medicina a Roma, si profilava un suo rientro in diocesi, nelle Marche. Ed egli – obbediente al suo Vescovo– aveva già ricevuto indicazioni per rientrare nella “sua” Fossombrone, ovvero nella sua Diocesi originaria, ormai accorpata a quella di Fano. Ma poiché durante quei 9 anni aveva anche “servito” contemporaneamente la Santa Sede come esperto presso alcuni organismi europei, svolgendo una importante attività di conoscenza ed approfondimento sui temi etici che appunto si andavano profilando alla luce delle novità tecnologiche applicate alla biologia e alla medicina (genetica, fecondazione artificiale, solo per segnalarne alcuni), l’allora sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Gianbattista Re, divenuto poi vescovo e Cardinale, al quale era andato a rendere conto del lavoro svolto prima di prendere commiato e rientrare in diocesi, senza tanti giri di parole lo apostrofò dicendo: “Tu non vai da nessuna parte! Spiegherò io per bene al tuo vescovo e gli dirò che tu ci servi qui”.
E così gli venne affidato un insegnamento cosiddetto “complementare” (ovvero opzionale) all’Università Cattolica, insegnamento che gli studenti potevano scegliere o no, a cui – sulla scorta della esperienza dell’Università Cattolica di Lovanio – venne dato il nome di “Bioetica”.
Il secondo: dopo il primo anno di attività didattica (1983-84) il Rettore, prof. Adriano Bausola, nell’incontrarlo per ricevere per una relazione sulla attività svolta, lo spronò a scrivere un libro dove raccogliere gli argomenti delle sue lezioni, dicendo: “Ma lei che cosa lascia loro per studiare?” Io risposi: “Delle dispense che assemblo io” e gli spiegai il metodo che adottavo. “Le dispense non vanno bene per i medici” replicò. “I medici sono abituati ad avere un librone grande, a leggere e studiare i manuali, e applicano quello che trovano scritto lì, e lei deve stare attento a quello che scrive perché loro applicheranno quello che leggono. Piuttosto non vada in giro a fare conferenze che è tutto tempo perso, ma si dedichi a fare un volume, un manuale, magari piccolo per iniziare, di bioetica per i medici. Lei lo sa che in giro non ci sono manuali?” “Si, lo so”, risposi. “So che c’è un’opera americana di bioetica ma quella è semplicemente una raccolta di pareri”. “E mi raccomando: nello scrivere sia attento a quello che propone perché dietro di noi c’è la Santa Sede, che deve sapere quello che insegniamo!”
Ebbene nel mese di agosto successivo – nel suo buon ritiro marchigiano a Nidastore, suo paese natale – scrisse di getto il primo manuale di bioetica, intitolato appunto “Bioetica. Manuale per medici e biologi”.
La fatica – che già di per sé appare titanica – assume dimensioni ancora più rilevanti se pensiamo che non solo ha dovuto scrivere un libro intero in soli 30 giorni, ma ha dovuto “riflettere” e “pensare” a come fondare la nuova disciplina che di fatto andava a costruire! Di tale fatto gliene è stato reso ampio merito da parte un esponente della cosiddetta “bioetica laica”, il prof. Giovanni Fornero, allievo di Nicola Abbagnano, il quale ha definito il “Manuale di Bioetica” di Sgreccia – nella sua versione definitiva in 2 volumi, tradotti in molte lingue – una vera e propria “cattedrale”!»
La bioetica personalista possiamo dire che si fonda su tre astrazioni: vita, ragione, dialogo. È ancora possibile trovare una sintesi sui grandi temi etici, specialmente in questo momento dove sembra tutto in crisi?
«Questa domanda è decisamente problematica. È vero che tutto ‘è’ – e non soltanto ‘sembra’ – in crisi! È altrettanto vero che i “fondamenti” stanno via via venendo meno e una sorta di “relativismo” anche nel mondo cattolico sta pian piano cercando di prendere il sopravvento. Allora credo che le parole della domanda possano essere utilizzate in senso opposto alla formulazione: il dialogo deve essere, a maggior ragione oggi, il metodo da adottare per confrontare i diversi pensieri e i diversi orientamenti affinché attraverso di esso si possa determinare l’incontro di posizioni anche molto differenti; la ragione, quale strumento comune di analisi, senza arroccamenti fideistici o – peggio – interpretazioni avulse dal contesto di realtà in cui viviamo e ci muoviamo; la vita, quale obiettivo da perseguire, senza se e senza ma, avendo cura di promuoverla, valorizzarla, accoglierla e – perché no – accettarla anche quando non presenta le caratteristiche auspicate. Del resto se accettassimo solo ciò che auspichiamo o ci auguriamo rischieremmo di perderci molte delle occasioni di stupore e di meraviglia che quotidianamente ci accadono!!!»
Lei ha conosciuto da vicino Sgreccia. Cosa Le ha lasciato aver avuto questo privilegio?
«È difficile sintetizzare in poche righe cosa mi ha lasciato questa lunga – lunghissima, 38 anni – frequentazione. Ma provo a fare una selezione minimalista ma tale da rendere l’idea della portata del suo insegnamento e della sua attività nei miei confronti.
Anzitutto da lui ho imparato a studiare senza posa, ovvero ad essere sempre quanto più possibile “preparato”: quando devi affrontare argomenti complessi, non puoi improvvisare ma devi avere un bagaglio inattaccabile di conoscenze, che ti permettano di fronteggiare le obiezioni più severe. C’è un episodio che testimonia questo suo insegnamento: nell’agosto 1981 gli fui presentato da un altro don Elio, Franca, allora vicario generale della Diocesi di Pesaro, il quale – con una sorta di maldestro tentativo di captatio benevolentiae – nel presentarmi a lui in vista dell’esame di ammissione alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica a Roma, gli chiese qualche “suggerimento” affinché potessi prepararmi al meglio in vista del non facile esame: insomma, se anche non lo era esplicitamente, voleva essere una specie di raccomandazione! Ebbene, la risposta alla domanda: “dunque, Monsignore, come deve prepararsi questo giovane in vista dell’esame?” non l’ho più dimenticata, né la dimenticherò mai: don Elio Sgreccia mi guardò e mi rispose: “studia, studia, studia!”.
In secondo luogo ho imparato la dedizione al lavoro, faticoso ma di una fatica “sana”: non l’ho mai sentito lamentarsi per il lavoro, quando questo consisteva nel fare qualcosa che lo appassionava e che riteneva molto utile. Qualche volta – durante il periodo di lavoro con lui all’Istituto di Bioetica, nel 1990 e 1991 – ho avuto occasione di cenare a casa sua dopo una giornata di lavoro in università; nel congedarci, al mio augurio di “buonanotte” mi rispondeva: “no, prima di andare a dormire devo studiare un po’ le lingue, soprattutto il tedesco e l’inglese, che mi servono per le conferenze in giro per il mondo!”. Ed erano sempre almeno le 22.00 di sera!!! Ancora adesso quando mi trovo davanti alla necessità di dedicare qualche tempo dopo cena al lavoro e magari la stanchezza si fa sentire, ripenso al suo lavoro e alla sua costante dedizione, e mi sento spronato a vincere la fatica, pur presente, in vista di un obiettivo più alto!
In terzo luogo – ma al primo posto – un privilegio molto personale: don Elio è stato il padre spirituale della relazione tra me ed Emanuela, iniziata come fidanzamento nel marzo 1982, e giunta alle nozze nel giugno 1988. In tale circostanza don Elio tenne l’omelia e il ricordo delle sue parole di allora suona sempre attuale a distanza di 31 anni: “C’è questa compagnia di Gesù orante che vi accompagnerà nella vita, vi sosterrà, vi alimenterà in modo che i propositi che vi hanno condotto fin qui non vengano meno ma vadano verso quel ‘di più’: il meglio – ho avuto occasione di dirvelo tante volte in privato – è c che ancora deve venire, il meglio anche nell’ambito della fede, dell’unione con Dio, della maturazione cristiana: il tesoro più nascosto ancora si deve svelare!”.
Guardare avanti, verso “il meglio che deve venire” è un invito che abbiamo raccolto in questi anni, e davvero abbiamo constatato che è così!!!»
«Vorrei concludere con una piccola riflessione aggiuntiva.
La vita il ministero di don Elio ci lasciano stupiti e in parte senza parole. Ciò che colpisce è l’intensità del lavoro svolto, la capacità di spaziare in ambiti apparentemente diversi e che invece in Elio Sgreccia si sono sapientemente fusi: per don Elio essere sacerdote, studioso e formatore è stato un tutt’uno, un aspetto non ha messo in ombra l’altro, ma anzi tutti e tre si sono potenziati e vivificati.
Attraverso queste tre dimensioni ha portato nel nostro tempo – nel mondo ecclesiale e nel mondo accademico – una testimonianza autentica di fede e di dedizione alla vita umana, specie alla vita umana più fragile.
Ha attraversato un arco temporale che ha visto innovazioni rivoluzionarie sia in ambito ecclesiale che culturale.
Sul piano ecclesiale ha conosciuto e collaborato con un papa – Giovanni Paolo II – cui si deve indubbiamente il disfacimento dell’impero sovietico ed al tempo stesso è stato al suo capezzale durante le terribili ore dell’intervento chirurgico dopo l’attentato del 1981; ha collaborato strettamente con Benedetto XVI, dopo aver “dormito beatamente sopra la Dottrina della Fede”, così si è espresso più volte alludendo alla ubicazione del suo modesto appartamento, nel piano mansardato del Palazzo del Sant’Uffizio, appunto sopra gli uffici della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dall’allora cardinale Ratzinger; ha partecipato al Concistoro in cui – l’11 febbraio 2013 – lo stesso Benedetto ha annunciato al mondo la sua rinuncia al ministero petrino, annuncio che – fatto in latino – è stato compreso immediatamente da pochi, e tra questi appunto don Elio.
In ambito culturale – come già detto – ha conosciuto da vicino e studiato le incredibili novità legate al progresso tecnologico in ambito medico e biologico, ha visto l’evoluzione del biodiritto, che ha in realtà portato alla affermazione di “nuovi” diritti senza alcuna aderenza con la legge naturale.
In questa congerie culturale ed ecclesiale complessa ha saputo mantenere la barra del timone al centro, in asse con i valori-cardine su cui si è formato e sui quali ha fondato il suo ministero sacerdotale e la sua attività didattica e di ricerca, assumendo indubitabilmente il ruolo di testimone – scomodo ma coerente – fino in fondo.
Mi piace allora concludere con le parole di Paolo VI, ormai divenute famose*: “per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri … o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni»”.
Credo che possiamo certamente dire che don Elio è stato – ed è tuttora davvero un maestro: un maestro di fede, un maestro di scienza, un maestro di vita, e nello stesso tempo testimone credibile di quella vita nuova in Cristo alla cui realizzazione tutti siamo chiamati».

*Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 41

 

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