Sgreccia, una vita “controvento” per la bioetica. Intervista a Paola Pellicanò Massimo Magliocchetti

Da pochi mesi è stato pubblicato un libro prezioso. Si intitola “Controvento. Una Vita per la Bioetica”. L’autore è l’ormai compianto Elio Sgreccia, padre della bioetica personalità e Cardinale di fama mondiale. Per capire meglio i contenuti e lo spirito del libro abbiamo intervistato Paola Pellicanò, docente di bioetica, medico che lavora dal 1988 presso il Centro per la Regolazione Naturale della Fertilità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. In questo ambito professionale, si è particolarmente specializzata nella formazione dei giovani alla sessualità e all’amore, orientando tale servizio anche in ambito ecclesiale.
Dott.ssa Pellicanò, l’ultimo libro del Card. Sgreccia dal titolo “Controvento. Una vita per la Bioetica” è stato pubblicato pochi mesi prima della Sua salita al Cielo. Un testo prezioso e significativo: come dobbiamo porci per apprezzarlo appieno?
«Il Cardinal Sgreccia può vantare un numero e una varietà di pubblicazioni importanti come pochi. A partire dal “Manuale di Bioetica”, che lo ha reso noto in tutto il mondo, tradotto in tante lingue, fino al mastodontico lavoro in 12 volumi dell’”Enciclopedia di Bioetica e Scienza Giuridica”, di cui è stato co-curatore, presentato al pubblico esattamente un anno fa in occasione dei suoi 90 anni. Da studioso, da docente, da sacerdote, era consapevole di quante persone le pagine scritte siano in grado di raggiungere e di quanta cultura possano creare. Lui lo ha fatto. Le sue opere, studiate e apprezzate in ambienti accademici e in diversi contesti culturali, hanno contribuito al dibattito bioetico; hanno permesso di affrontare i casi concreti posti dai progressi della scienza, in particolare della medicina, che a volte anche la cronaca offre al pubblico; hanno aiutato la Chiesa cattolica a valorizzare il suo ricco patrimonio antropologico, filosofico, teologico, rendendolo più accessibile attraverso il linguaggio della ragione e della natura.
Credo però che con il suo ultimo libro, “Contro vento”, egli abbia desiderato arrivare al “cuore” di chi legge, svelando il cuore della sua esistenza, il segreto della sua vita, spesa per la bioetica ma radicata nella docile fiducia e nella speranza operosa di chi appartiene al Signore. Mi commuove ricordare con quanta “fretta”, negli ultimi mesi, egli stimolasse e attendesse questa pubblicazione, quasi con il timore di non poterne vedere la luce.
Il modo più adatto con cui accostarsi a questo testo, a mio parere, è accoglierlo come un vero e proprio “testamento spirituale”, una consegna e un mandato verso quel futuro che si può costruire solo riscoprendo le proprie radici. Sgreccia è stato sempre, fin nei suoi ultimi giorni, un uomo proiettato al futuro, al quale ha saputo andare incontro con intelligenza non comune, curiosità sempre giovane, spirito profetico, apertura al Mistero e dedizione incondizionata. Dentro una tale dedizione, ha voluto donarci anche i ricordi e la storia della sua vita, per esortarci a non sprecare l’esistenza ma a viverla nel dono di noi stessi, spargendo il buon seme del Vangelo con generosità, fino a rimanere “a mani vuote”».
Sgreccia è considerato a livello internazionale il Padre della Bioetica Personalista. Nel libro racconta eventi significativi dell’ultimo secolo che hanno contribuito a costruire pezzo dopo pezzo l’elaborazione culturale bioetica che oggi conosciamo. C’è un episodio che l’ha colpita in particolare?
«È straordinario il parallelo che si è stabilito tra la crescita della bioetica e la vicenda di vita di Elio Sgreccia. Il libro svela tale relazione e, tra le tante vicende che narra in proposito, non posso non sottolineare un episodio che riguarda il rapporto con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, istituzione che ha giocato un ruolo decisivo e ha operato una svolta nella sua vita, soprattutto nel momento in cui la sua collaborazione come assistente spirituale, presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, era giunta al termine. Fu in quel frangente che, provvidenzialmente, l’allora Monsignor Re, della Segreteria di Stato Vaticana, consapevole della portata della cultura e dell’esperienza di un uomo come Sgreccia, persuase la stessa Università Cattolica a ospitare, in accordo con la sua vocazione originaria, un centro di studio, ricerca e formazione per affrontare le problematiche etiche che già mettevano in pericolo l’intangibilità della vita e dell’integrità dell’uomo ed esigevano soluzioni che fossero in accordo con la salvaguardia e la promozione della dignità della persona. Iniziò così l’avventura del Centro di Bioetica, del successivo Istituto, della prima Cattedra di Bioetica in Italia – come l’autore racconta, finanziata grazie a una sorta di “intervento” di Padre Pio -… Una serie concatenata di eventi che hanno scritto un’unica storia, nata dalla cura pastorale di un sacerdote e dall’impegno di uno studioso e approdata infine, grazie alla Presidenza della Pontifica Accademia per la Vita, al servizio della Chiesa universale».
La bioetica personalista possiamo dire che si fonda su tre astrazioni: vita, ragione, dialogo. È ancora possibile trovare una sintesi sui grandi temi etici, specialmente in questo momento dove sembra tutto in crisi?
«È vero, oggi sono in crisi i valori fondanti la stessa esistenza umana, primo fra tutti il valore della vita. Ma proprio il libro esorta a non aver paura e indica la modalità con cui muoversi: esattamente “contro vento”, ovvero provando a posizionare in modo sempre nuovo le vele per sfruttare il vento contrario a favore di un viaggio che sia comunque diretto alla meta.
La sintesi per rispondere alle problematiche attuali non può essere trovata in un approccio integralista o aggressivo: nonostante il suo temperamento impulsivo e il rifiuto di venire a compromessi, soprattutto quando era in questione la difesa della vita, Sgreccia non si riconosceva nelle modalità e nei toni polemici e ha insegnato a evitarli.
Egli ha insegnato, in realtà, a trovare la sintesi bioetica offrendo il cosiddetto “metodo triangolare”, che parte dal dato scientifico, esposto con competenza e rigore, e lo esamina alla luce dell’irrinunciabile dimensione antropologica: l’etica è il risultato di una tale operazione e, in questa luce, il dialogo non è da temere, piuttosto va incoraggiato, in quanto offre occasione per proporre i valori in cui si crede non con atteggiamento normativo ma con la metodologia della scoperta del senso, nascosto soprattutto nel libro della natura.
Tale metodologia rimaneva per lui valida tanto nelle conferenze e nei grandi dibattiti quanto nei rapporti interpersonali, dove egli univa alla logica chiara e stringente del maestro la pazienza del pastore, alla chiarezza nello spiegare l’instancabile forza dell’accompagnare; nella certezza che accompagnare significa amare e sorreggere, lungo il percorso dei sentieri più impervi e nella scalata difficile delle montagne più alte, ma senza mai, per così dire, “abbassare la vetta”!
Infine, la sintesi, secondo quanto Sgreccia ha trasmesso, va trovata anche nella collaborazione tra i saperi, nell’interdisciplinarietà, che egli – umanista immerso in un mondo scientifico – aveva imparato e valorizzato e che era stato in grado di tradurre in collaborazioni feconde e in un capillare “lavoro di rete”. Pur avendo dato vita a tante importanti istituzioni, è stato ammirevole l’impegno da lui trasfuso nel creare l’Associazione Donum Vitae, sorta in seno all’Università Cattolica e oggi presente nella diocesi di Roma e in altre diocesi italiane, al cui mandato di formazione, servizio e preghiera ha affidato quel Vangelo della vita per il quale egli ha speso la sua esistenza, con il compito di infonderlo soprattutto nella pastorale viva della Chiesa».
Lei ha conosciuto da vicino Sgreccia. Cosa Le ha lasciato aver avuto questo privilegio?
«Confesso che questa è la risposta più difficile o forse, dopo soltanto un mese dal suo ritorno in Cielo, è troppo presto per darla, per rileggere i quasi 39 anni che, certamente come molti altri, ho avuto il dono di vivere accanto al nostro “don Elio” – come continuava a farsi chiamare -, gli ultimi con un rapporto quasi quotidiano.
Da tutta la sua eredità umana, scientifica e spirituale, dall’esempio luminoso del suo ministero, raccolgo in questo momento una testimonianza semplice ma costante, che attesta l’autenticità di quanto da lui insegnato e rappresenta per me una “consegna”: l’attenzione alla persona, a ogni persona, misura di ogni sua scelta; alla persona considerata fuori da classificazioni o discriminazioni di alcun genere e guardata nella sua globalità e nell’immensa dignità di creatura di Dio.
Gli occhi di “don Elio” si illuminavano di gioia per un bimbo da battezzare, per un matrimonio da celebrare, per un’anima da confessare più che per un prestigioso incarico conseguito o un prezioso premio ricevuto. E questo attesta l’attenzione a quello che il Cardinal Sgreccia chiamava il “fattore uomo”, la cui cura riteneva decisiva per annunciare il Vangelo e per cambiare le sorti dell’umanità.
Da una tale attenzione sgorgava la sua grande fiducia nella persona e nella storia, fondata sulla speranza cristiana, la cui cifra vorrei sintetizzare con alcune parole, ripetute con chiarezza nel Libro e da lui stesso usate in molte delle “dediche” che ha avuto il tempo di autografare: «Il meglio sta sempre davanti ed è sempre possibile!».

 

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