Ecco perché discutere in Parlamento Alberto Gambino

È probabile che dal 24 settembre avremo l’eutanasia in Italia attraverso una sentenza della Corte costituzionale a meno che il Parlamento, nei prossimi giorni, formuli una proposta di legge per giustificare un supplemento di riflessione.
Tocca fare un passo indietro e tornare al caso di Dj Fabo, tetraplegico sofferente che voleva morire. Egli poteva seguire il percorso dell’attuale legge italiana essendo in grado di esprimersi. La nostra legge prevede la possibilità di interrompere terapie e sostegni vitali e comunque, poi, essere accudito fino alla fine anche con le cure palliative. Invece, con i radicali al suo fianco, ha scelto di recarsi in Svizzera e sottoporsi alla pratica del suicidio assistito con la somministrazione di un farmaco letale. Marco Cappato, l’esponente radicale che lo ha accompagnato, è stato accusato del reato di aiuto al suicidio. Il caso è arrivato fino alla Corte costituzionale, che con una procedura davvero unica, ha scritto un’ordinanza in cui si è detta favorevole a non configurare in questa vicenda alcun reato, invitando il Parlamento a legiferare in proposito. Corte che, dunque, ha dato 10 mesi al Parlamento per fare una legge dicendo: «ci rivediamo il 24 settembre 2019, se una legge non ci sarà, allora depenalizzeremo noi, con una sentenza, le pratiche suicidarie/eutanasiche». Ma l’eutanasia annienta la solidarietà umana, perché azzera la libertà che ciascun essere umano ha di fare del bene all’altro.
Perché eutanasia vuol dire “armare” qualcuno di un diritto autodistruttivo e per di più da gestire proprio quando si è ammalati, si versa in una situazione di vulnerabilità. Il diritto all’eutanasia mina alla base in maniera irreversibile le relazioni umane e la solidarietà. «Io voglio essere ucciso»: se la richiesta diventa diritto, l’altro non può fare nulla, viene coattivamente impedita la solidarietà di chi vorrebbe dirti: «aspetta, andiamo avanti facciamo un pezzo di strada insieme». E poi, soprattutto, apre ad un’orizzonte di scelte di morire che, in tutti i Paesi che l’hanno recepita, è finita per diventare una prassi praticamente abituale davanti a certe patologie.
Non dimentichiamoci infatti che le norme incidono sulla cultura e le abitudini dei cittadini, facendo diventare regole sociali, ciò che si è concretamente previsto per disciplinare un caso estremo. E che siano casi estremi lo dimostra il fatto che negli ospedali italiani, davanti a situazioni inguaribili, si chiedano soprattutto più cure e terapie, non meno. Se cambia la prospettiva in forza di una sentenza, che, nel caso della Corte costituzionale, ha forza di legge, si finisce per accompagnare verso l’esito finale proprio le persone più sole e deboli.
Ecco allora l’esigenza che il Parlamento provi ad affrontare il tema in un’ottica diversa da quella di introdurre in Italia l’eutanasia, faccia almeno una proposta di legge per giustificare un supplemento di riflessione. Chiediamo al Sottosegretario Giorgetti, noto per la sua sensibilità umana e istituzionale, di farsi ambasciatore della richiesta. Il Parlamento, in leale e doverosa collaborazione con gli altri organi costituzionali dello Stato, non può rimanere silente. Altrimenti la Corte, come ha già detto, il 24 settembre introdurrà l’eutanasia in Italia. Sarebbe davvero imperdonabile per quanti siedono nelle istituzioni e hanno a cuore che la morte su richiesta non entri negli ospedali italiani.
Ci diamo perciò appuntamento tra due mesi, l’11 settembre prossimo, per un’assemblea di riflessione sul tema, così da valutare se sono stati fatti passi decisivi ed eventualmente manifestare la nostra posizione a favore della vita e contro l’eutanasia in vista della decisione della Corte costituzionale.

 

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