Il giuramento d’Ippocrate. Alle radici del buon senso di Simone E. Tropea

L’Occidente si è sviluppato attraversando delle fasi storiche e culturali che hanno visto alternarsi criteriologie e sistemi valoriali tra loro anche molto diversi. Ad ogni modo le radici di questo grande albero che è la cultura occidentale sono identificabili con quel momento peculiare che è l’esperienza secolare della grecità. La Grecia classica è, si dice a ragione, la culla della civiltà occidentale. La grande intuizione che spiega e giustifica la peculiarità del fenomeno greco, rendendolo assolutamente determinante nel quadro complesso e articolato della storia d’Occidente, è l’apparizione del pensiero critico.
Il pensiero critico, razionale, filosofico, che fonda e si manifesta nella forma della domanda etica sull’agire, cioè a dire, pensiero che interroga e scruta l’agire a partire dall’idea che le azioni debbano avere un senso.
Un senso che non si spiega e non si esaurisce nel mito, che non può trovare un fondamento esaustivo nella pura, astratta, logica del consenso; un senso che trascende il pensiero stesso perché lo precede e quindi lo orienta. In questa punto iniziale, in questo momento storico dal quale scaturisce il lungo processo della costituzione dell’identità occidentale, all’ombra di questa stessa logica del senso, si colloca l’esperienza di un uomo, di un medico, che fissa in un giuramento, quel senso che appare o che deve apparire nel contesto dello sforzo terapeutico, perché quest’ultimo, questa azione peculiare, possa ritenersi essa stessa, a buon diritto una azione sensata.
Ippocrate visse presumibilmente nel IV secolo a. C., e il giuramento che viene attribuito a lui, non è tanto un codice deontologico formulato da un idealista, o peggio, da un rigido moralista, ma è l’esperienza di senso di un greco, che nella sua arte, nella sua professione, fa e vuol far fare esperienza di senso, e pertanto rifiuta, e lo mette per iscritto, quegli atteggiamenti che renderebbero l’azione medica un’azione insensata, e il fare del medico un fare contradittorio. Il giuramento d’Ippocrate è ancora valido, e seppure rivisitato e adattatato alle circostanze socio- culturali radicalmente nuove della contemporaneità, continua ad essere importante e necessario per salvaguardare e custodire nella logica del senso, l’intero sforzo terapeutico. Al margine della logica del senso, infatti, solo resterebbe la possibilità di fondare l’azione terapeutica nella logica della qualità, che è la logica del mercato.
In questo paradigma culturale alieno al fondamento stesso dell’Occidente, che è la deriva latente dell’Occidente e pertanto il sintomo piú evidente del suo collasso, il medico non agisce secondo un senso, ma secondo un interesse, che non è mai, veramente, quello del malato.
Ecco perché riflettere, oggi, sul giuramento d’Ippocrate, significa domandarsi se ancora l’azione terapeutica è disposta a qualificarsi rispetto alla logica del senso, o se piuttosto si è già impantanata nel perimetro pericoloso della logica della qualità.
La riflessione etica deve urgentemente recuperare la categoria fondamentale del pensiero etico-filosofico, che non è affatto quella kantiana del dovere, ma è appunto quella apollinea e ippocratica, per non dire, “socratica”, del senso.
La grande sfida e il grande cammino della riflessione etica e deontologica inizia da qui, dalla riscoperta di un fondamento empirico e teleologico che rompa con gli stereotipi moralistici degli ultimi tre secoli.
Solo così, forse, qualcosa potrà essere più chiaro, e anche per i medici, il fare avrà la possibilità di calibrarsi, ancora, rispetto all’orizzonte nitido di un ritrovato “buon-senso”.

 

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