Intervento seppellimento bambini non nati a cura di Emiliano Ferri

Fin dal primo istante in cui la vita si annida nel ventre materno, si instaura una relazione simbiotica tra la mamma e il bambino; una relazione che, pur iniziando biologicamente, si tramuta potremmo dire contemporaneamente in una relazione d’amore unica.
Nonostante, per vari motivi, parte della società civile tenda a non riconoscere questa relazione agli albori del concepimento, così come anche alcuni interventi giurisprudenziali (intervenuti, a onor del vero, per decidere su richieste variamente risarcitorie), questi sentimenti di profondo amore, dell’amore genitoriale, dell’amore materno, sono veri e riscontrabili nella realtà quotidiana.
E questa realtà la si vive certamente quando la gravidanza arriva al suo termine con la nascita di quel frutto d’amore dell’uomo e della donna, che rappresenta un unicum, un dono prezioso non solo per quella famiglia in particolare, ma per tutta la società. Forse, ancor di più, lo si comprende nei non rari casi in cui la gravidanza non termina con il lieto evento della nascita, ma con la morte in grembo del feto. E, per inciso, chi scrive non fa distinzione tra aborto volontario e aborto spontaneo, poiché sia nell’uno che nell’altro caso esiste una sofferenza, ancorchè diversa nelle motivazioni.
La scienza psichiatrica è oramai pressoché unanimemente concorde nel definire tale sofferenza come stress per trauma post aborto; trauma che necessita, evidentemente, di essere curato e trattato, almeno inizialmente, con le tecniche dell’elaborazione del lutto. Infatti, comunque lo si voglia ideologizzare, non può essere negato il fatto che l’aborto produce come conseguenza la morte di un individuo. E questo bisogna aver bene in mente, se veramente si vogliono aiutare le donne che soffrono per il lutto post-aborto. Così che, mentre il legislatore presidenziale nell’art.7 del DPR n.285/1990 prevedeva ( e tutt’ora prevede) la possibilità di richiedere i resti dell’aborto per dare degna sepoltura, mosso anche dalla riflessione dell’allora Ministro della Sanità Donat Cattin, che con nota ministeriale osservava come “urti con il senso civile l’idea di smaltire attraverso la rete fognaria i resti dei bimbi abortiti” (oggi smaltiti come rifiuti speciali ospedalieri), anticipava, nella sua lungimiranza, il primo atto per l’elaborazione del lutto: ossia il seppellimento.
L’art.7, tuttavia, e la normativa regionale là dove intervenuta, non hanno previsto e, dunque, nemmeno regolamentato, un caso che non di rado accade: l’espulsione del feto in luoghi diversi dalle strutture sanitarie. Così che, a causa di questa lacuna normativa, le famiglie, e quanti si occupano di questo, non sanno cosa fare e a chi rivolgersi.
Nel 2017 su un giornale locale della Provincia di Latina leggevamo di una famiglia indagata per il reato penale di “occultamento di cadavere”: un vicino di casa aveva visto che marito e moglie stavano sotterrando “qualcosa” nel giardino condominiale, avvisava così il comando dei carabinieri del luogo che intervenivano e riportavano alla luce i resti di un feto abortito spontaneamente ed espulso nel bagno di casa. Ci fu un non luogo a procedere, per ovvi motivi, purtroppo. Purtroppo perché se si fosse sollevato un caso giudiziario, si sarebbe potuto dare una risposta, che ad oggi ancora è assente, anche in vista di una proposta de jure condendo.
Tant’è che spesso capita che al numero verde dell’Ass. Difendere la Vita con Maria, Fede e Terapia ( numero creato per l’ascolto del trauma post aborto), veniamo contattati per dare informazioni e risolvere questi casi. E il tutto è demandato alla sensibilità sicuramente, ma molto più all’intelligenza, degli operatori sanitari.
Una soluzione pratica che è stata elaborata è quella di recarsi, subito dopo l’espulsione del feto, anche perché spesso segue la necessità di cure mediche, al Pronto Soccorso e lì portare i resti e presentare immediatamente domanda ex art.7 DPR n.285/90. Una soluzione agile e giuridicamente plausibile, ma sempre deferita alla “buona volontà” degli operatori sanitari; i quali a volte per non avere problemi rifiutano addirittura di prendere in carico i resti del corpicino, demandando alle famiglie, già traumatizzate dall’accaduto, di trovare loro una soluzione.
Come? Quale?
Con questa domanda chiudo questo breve intervento, nella certezza che con tutti coloro che operano nella pastorale della vita si continuerà a cercare una soluzione; ma anche nella speranza che chi è al servizio della politica possa presto intervenire per colmare questa lacuna normativa.

 

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