Lettera al popolo della Vita

Carissimi,
qualche giorno fa ho ritrovato la breve e famosa preghiera di San Tommaso Moro: «Signore, che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saper distinguere le une dalle altre». Nel momento in cui la politica italiana mostra evidenti segni di decadenza, la preghiera di San Tommaso Moro è stato lo spunto per riflettere sulla vita e sull’esempio di questo santo inglese, vissuto tra il quattrocento e il cinquecento.
Ma cosa c’entra San Tommaso Moro e l’Inghilterra di oltre 500 anni fa con i tempi che corrono in Italia e che dal punto di vista politico sono demoralizzanti? Non si preannuncia nulla di buono per quanto riguarda i temi della vita e della famiglia; anzi, si prospetta il peggio.
La risposta l’ha data San Giovanni Paolo II che il 31 ottobre del 2000 ha dichiarato Thomas More, patrono dei governanti e dei politici. «Giova riandare all’esempio di san Tommaso Moro – disse Giovanni Paolo II – il quale si distinse per la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime proprio perché, in esse, intendeva servire non il potere, ma l’ideale supremo della giustizia. La sua vita ci insegna che il governo è anzitutto esercizio di virtù. Forte di tale rigoroso impianto morale, lo Statista inglese pose la propria attività pubblica al servizio della persona, specialmente se debole o povera; gestì le controversie sociali con squisito senso d’equità; tutelò la famiglia e la difese con strenuo impegno; promosse l’educazione integrale della gioventù. Il profondo distacco dagli onori e dalle ricchezze, l’umiltà serena e gioviale, l’equilibrata conoscenza della natura umana e della vanità del successo, la sicurezza di giudizio radicata nella fede, gli dettero quella fiduciosa fortezza interiore che lo sostenne nelle avversità e di fronte alla morte. La sua santità rifulse nel martirio, ma fu preparata da un’intera vita di lavoro nella dedizione a Dio e al prossimo».
Egli, quindi, – che pure visse in tempi difficili – può essere un fulgido punto di riferimento e un esempio confortante per i governanti e i politici del nostro tempo.
Thomas More fu un umanista a tutto tondo: erudito dall’ingegno acuto, conoscitore del greco e del latino, compositore per organo, scrittore, filosofo e conoscitore della storia, ma soprattutto egli fu fine giurista e famoso avvocato, giudice prestigioso e membro del Parlamento. Entrò al servizio diretto del Re Enrico VIII e le sue responsabilità crebbero, fino ad essere nominato Lord Cancelliere del Regno (primo laico a ricoprire questa carica). Come giurista, finalizzò la formulazione e l’interpretazione delle leggi alla tutela di un’autentica giustizia sociale e alla costruzione della pace. La politica fu per lui lo spazio per un servizio talvolta difficile in cui la verità e il bene devono prevalere sul potere e sull’utile; mai il luogo per soddisfare i propri interessi personali. La grande passione civile non lo distolse dalla cura della famiglia e dall’educazione religiosa e culturale dei figli. Generoso e ospitale, dal carattere aperto e scherzoso, More era uomo di fede profonda e solida nella Provvidenza, di grande zelo per la preghiera e la penitenza. Di qui la forza che lo sostenne nel rifiutare ogni compromesso con la propria coscienza, quando Re Enrico VIII per unirsi a nuove nozze con Anna Bolena, pretese di divorziare dalla moglie Caterina d’Aragona manipolando il Parlamento e l’Assemblea del Clero allo scopo di assumere il controllo sulla Chiesa in Inghilterra. More dapprima si dimise dalle funzioni di Cancelliere e poi si sottrasse al giuramento di fedeltà al Re che presupponeva il disconoscimento dell’autorità del Pontefice della Chiesa di Roma. «Certi credono che, se parlano in un modo e pensano in un altro, Dio presterà maggior attenzione al loro cuore che alle loro labbra», scrive alla figlia Margherita. «Quanto a me, non posso agire come loro in una materia tanto importante: non rifiuterei di giurare, se la mia coscienza mi dettasse di farlo, anche se gli altri rifiutassero; e, del pari, non presterei giuramento contro la mia coscienza, anche se tutti vi sottoscrivessero».
Egli è universalmente riconosciuto come simbolo di integrità ed eroico testimone del primato della coscienza al di là dei confini nazionali e delle confessioni religiose.
Tommaso Moro fu imprigionato nella Torre di Londra e condannato a morte. Durante la prigionia si dedicò alla preghiera, alla meditazione e alla scrittura sempre caratterizzata dalla profondità dell’analisi dell’animo umano, accompagnata dal lieve tocco dell’umorista.
Un grande ideale per tutti coloro che dedicano la propria vita al servizio della vita e della famiglia. Un martire, dunque, «martire della libertà nel senso più moderno del termine, perché si oppose alla pretesa del potere di comandare sulle coscienze: tentazione perenne — e tragicamente attestata dalla storia del XX secolo — di ordinamenti politici che non riconoscono nulla al di sopra di sé» (Dall’istanza inviata al Papa per la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei governanti e dei politici). Molti cari saluti a tutti.

 

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