Alla vigilia della sentenza della Consulta sul suicidio assistito dell' Avv. Emiliano Ferri

Lunedì 23 settembre, alla vigilia dell’udienza della Corte Costituzionale chiamata a decidere se legalizzare o meno l’eutanasia, l’Ass.ne “Avvocatura in Missione” ha promosso una tavola rotonda presso l’aula avvocati del COA di Roma in Corte di Cassazione.
Ad introdurre le relazioni, l’avv.to Luigi Ferrara che sintetizzando il contenuto dell’ordinanza 207/2018, ha posto l’attenzione da subito su come in realtà si stia modificando (o forse già si è modificato) il pensiero antropologico occidentale permeato precedentemente dall’idea di una solidarietà generale sulla scia della cultura cristiana, ed oggi palesemente ridotto ad una serie di calcoli economici, che pongono al centro dell’interesse il profitto. Pensiero che trasforma la nostra in una società giuspositivista e materialista, introducendo di fatto un concetto di falsa che libertà, che comprime e svilisce le libertà delle professioni intellettuali e scientifiche. Nel merito del modus operandi della Corte Costituzionale, il prof. Cesare Mirabelli, Presidente emerito della Corte Costituzionale, ha osservato come sarebbe stato più opportuno affrontare una tematica come questa, in un periodo di maggiore tranquillità politica, non di certo all’indomani di una crisi di Governo risolta alla mal’e peggio. Sarebbe stato auspicabile un intervento in senso, si potrebbe dire, dilatorio dei termini, rinviando così anche all’altro ramo del parlamento (il Senato) di promuovere la sua azione legislativa.
Tant’è che, invece, usando uno strumento endoprocessuale, come è l’ordinanza in questione, ha sviluppato un ragionamento che più carattere normativo/legislativo, che non giudiziario ed ha, per di più, spostato l’oggetto dell’ordinanza di rimessione del Giudice di Milano, che promuoveva, in realtà, un giudizio di illegittimità costituzionale dell’art.580 c.p. nella parte in cui prevede la stessa pena edittale tanto per l’istigazione quanto per l’aiuto al suicidio, ad un giudizio tout court sulla possibilità di prevedere un diritto al suicidio, un diritto ad una legge di liberalizzazione dell’eutanasia. Il prof Mirabelli ha avuto modo anche di sottolineare come sia irragionevolmente pericoloso introdurre criteri soggettivi, come fa il Giudice delle Leggi, quando tra i punti da valutare indica quelle situazioni in cui la persona affetta da patologie irreversibili, sopporti (o meglio non sopporti) sofferenze fisiche e psicologiche che la persona stessa ritiene assolutamente intollerabili.
Il dubbio è che questa scelta così invasiva sia stata presa dall’attuale presidente della Corte Costituzionale, il cui mandato è prossimo alla scadenza e che solamente in quest’ultima udienza poteva presiedere (pre prassi costituzionale), e che non ha mai nascosto il suo parere positivo a favore dell’eutanasia.
Terminava sottolineando come, in realtà, ci troviamo di fronte ad un cambiamento paradigmatico del principio di umana solidarietà.
Ed in questo senso è intervenuto il prof. Pierantonio Muzzetto, Presidente dell’Ordine dei Medici di Parma e Presidente della Consulta Deontologica Nazionale del FNMCeO. I medici sono messi con le spalle al muro, non potendo più prestare la loro professione nel rapporto deontologico tra medico e paziente. Rapporto che subisce un cambio di rotta a causa della giuridicalizzazione del codice deontologico, che imbastardito dall’assenza dell’obiezione di coscienza, si piega all’arbitrio del momento.
Il medico non è, e non potrà mai essere. un dispensatore di morte; non deve, certamente, neanche intestardirsi per la guarigione a tutti i costi, che porterebbe a prassi di accanimento terapeutico con cure sproporzionate e inutili.
Ma egli, il medico, ha il dovere di curare a 360°, accompagnando il malato terminale senza anticipare nè posticipare il suo naturale trapasso e senza troppe sofferenze.
Ed in tal senso ha ammesso il suo sconcerto nell’apprendere come via sia un limitatissimo accesso alle cure palliative per i malati terminali pediatrici. Solo il 5% dei bambini in stato terminale ha accesso alle terapie del dolore. Invece di promuovere una legge sull’eutanasia, il prof. Muzzetto ha invitato ad un rafforzamento, anche dal punto di vista economico, delle leggi 38/2010 e 219/2017 sulle cure palliative.
La sensazione è che ci siano finzioni e tante, a partire dall’idea di libertà, di autodeterminazione, un senso di finta compassione.
E di finzione ha parlato il dott. Rocchi, Consigliere della VI Sez Penale della Corte di Cassazione, rivolgendosi all’ordinanza della Corte Costituzionale, che ha di fatto falsificato sia il diritto sostanziale che il diritto processuale.
In particolare vi è una falsa lettura del co.2 dell’art. 32 della Costituzione, che giunge ad una giuridicizzazione del rapporto medico-paziente; giuridicizzazione che trasforma la medicina da ARTE a mero esercizio tecnico di prestazione.
Ma a farla da padrone è la grande falsificazione del concetto di autodeterminazione, perché bisogna realisticamente porsi una domanda: in questi casi, che spesso  sono  casi di solitudine, forse anche di abbandono, può parlarsi veramente di scelta autodeterminata? Il malato e la sua famiglia, lasciati a loro stessi, anche, ma non solo, dal punto di vista economico, sono veramente liberi di scegliere di morire? o forse non accade che il malato venga inteso, ed esso stesso si intenda come un peso? È sempre più evidente come, in realtà, una legge sul fine vita andrebbe inevitabilmente a determinare quale vita sia degna di essere vissuta e quale no. Sottolineava, ancora, il dott. Rocchi questa situazione della modalità operativa del tutto simile a quella usata per la Sentenza n.27/1975 che avrebbe portato da lì a tre anni alla legge omicida dell’aborto.
Concludeva le relazioni mons. Andrea Manto il quale, trattando degli aspetti etici sul fine vita, si soffermava nel rilevare come sia l’arte medica, un’arte del prendersi cura, dell’accompagnamento, dell’accudimento, in particolare nelle situazioni di solitudine del malato.
Ma a noi fa paura prendercene cura: la persona malata ci mette sbatte in faccia la nostra debolezza, la nostra fragilità, il non essere eternamente sani; la malattia ci mette in faccia la realtà della morte che tocca a tutti. Così che in una società come la nostra, dove vige la logica del profitto, una società che poiché si basa sul consumo deve avere solamente persone abili al consumo e alla produzione, l’idea della morte deve essere rimossa.
E allora la si medicalizza, la si rende “innocua”.
A concludere i lavori l’avv.to Anna Egidia Catenaro, presidente di Avvocatura in Missione, la quale sottolineava come “quando una norma positiva è sganciata da una norma morale si rischia la propria umanità”.

 

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