La deriva antropologica dell’eutanasia di Simone E. Tropea

L’eutanasia è una contraddizione in termini. Perché la vera questione in gioco nel dibattito che riguarda la moralità o l’immoralità di questa pratica, non è innanzitutto di natura etica, ma antropologica. Si parla di una valutazione di senso sulla vita umana, sulla sua finalità ultima, sulla sua oggettiva possibilità di pienezza. L’eutanasia è una contraddizione in termini perché con questo nome si pretende di accostare, nell’universo simbolico di una qualsiasi cultura, l’esperienza paradigmatica della morte a quella del bene.
È innegabilmente una forzatura logico-concettuale, ma è soprattutto una menzogna antropologica.
Nell’esperienza di chi, infatti, la morte può essere considerata come un bene assoluto, o anche solo relativo? L’esperienza limite della morte è sempre e comunque quel trauma che segna la nostra vita e la inscrive nel perimetro della finitudine, facendoci sperimentare la precarietà di un’esistenza unica ma circoscritta. La constatazione che conviene alla vita, che è immediatamente correlata al nascere, è l’esperienza della gratuità e della possibilità riuscita senza meriti, senza garanzie, senza l’esperienza previa di una decisione o di un controllo sulle circostanze che definiscono la peculiarità della nostra esperienza del tempo.
Il paradosso dell’eutanasia, che è poi quello del suicidio, è il rifiuto di questa gratuità e di questa possibilità di esiti ed esperienze imprevedibili a priori, offerte in un tempo circoscritto, dove la chiusura del cerchio però, esattamente come la sua apertura, resta fuori dalla nostra possibilità di controllo: ma è un fatto che accade e ci sorprende. La paura della morte e la paura della vita sono la stessa medesima paura, la paura di essere sorpresi. La paura che il centro del raggio, il punto in cui la vita e la morte si toccano, non sia poi dove noi stessi decidiamo di collocarlo.
Questo è il rifiuto della logica iscritta nell’esperienza del venire al mondo, che è appunto la logica dell’imprevedibile che accade. L’uomo è quell’animale che ha contezza del mistero, cioè che sente se stesso come mistero, come continua e assoluta possibilità. Nell’esperienza della sofferenza, la stanchezza, la solitudine, la mancanza di vie di fuga o di anestetici sufficientemente efficaci, possono renderci questa consapevolezza una sorta di nemica da combattere, anticipando le mosse della vita, negando all’imprevedibile la possibilità di portare avanti il suo gioco. Il suicido è la rottura di quell’equilibrio peculiare che esiste tra l’uomo e l’Essere. Per questo l’eutanasia è una  deriva antropologica, perché rappresenta il movimento statico di un individuo che decide dove e quando fermarsi, riducendo tutto il cerchio al punto in cui si trova in un momento preciso, cioè esaltando la sofferenza riconoscendo come il Tutto  l’ora  del  dolore.  Ma  se il dolore viene concepito come l’assoluto, e si asseconda la sua pretesa di pronunciare l’ultima parola sulla vita umana, ecco che l’intera vita umana, implode nell’eco rumoroso di un’infinta negazione. Negazione di quell’essere peculiare che è l’uomo, ovvero l’ospite grato dell’imprevedibile. La legalizzazione dell’Eutanasia, è la cifra di un’umanità che perde se stessa, perché rifiuta il suo essere, che è un essere in relazione con un accadere che non si è mai in grado di decidere, ma al quale, se si vuol vivere da uomini, si può liberamente rispondere.
La nostra società, la nostra cultura, si sta disumanizzando, perché ha deciso di etichettare come male, non più la morte, ma il fatto che la morte accada, e quindi, in fondo, di ritenere inutile il gioco che la vita fa e che la vita è per l’uomo: il gioco della possibilità compiuta, e la possibilità della compiutezza.

 

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