Suicidio assistito, eutanasia e libertà di Assuntina Morresi, Avvenire 20.9.2019

È la libertà di scelta il terreno su cui si gioca la partita dei cosiddetti nuovi diritti, e in questo senso l’eutanasia è quello per eccellenza, perché riguarda solo chi la chiede per sé, e non altri. E se la morte on demand si realizza con il suicidio assistito, dove il medico non fa iniezioni né stacca macchinari (come avviene per l’eutanasia), ma deve solo fornire il prodotto letale da bere, la presunta libertà personale sembra ancora più evidente: io chiedo la morte e me la dò da solo. Quando, come e dove voglio. Mi basta un aiuto (anche se in realtà questo ‘aiuto’ comporta comunque la rimozione del principio dell’inviolabilità della vita altrui).
Ma che cosa è la libertà di scelta? Facciamo un esempio. Se vedo una persona che sta per gettarsi da una finestra al quinto piano, penso che si voglia uccidere. Ma se allargando lo sguardo vedo che dietro ci sono fumo e fiamme, allora capisco che invece vuole vivere, e pensa che la finestra sia l’unica via d’uscita: la sua è una decisione personale, ma determinata dalle circostanze, e quelle non le ha volute. Parlare di libera scelta senza considerare le circostanze è un’astrazione, perché possiamo decidere molto della nostra esistenza, ma a indirizzare le scelte sono le condizioni della vita, e quelle non le stabiliamo noi.
Possiamo però lavorare per renderle più favorevoli – continuando l’esempio, dotando il palazzo di scale antincendio. Tornando all’eutanasia: una malattia inguaribile, la solitudine, la vecchiaia, sono circostanze che non controlliamo. Come affrontarle? Malattie letali, ma anche patologie croniche invalidanti come l’Alzheimer e le forme di demenza con cui convivere decenni: condizioni molto costose economicamente e anche dal punto di vista del tempo impegnato nella assistenza, il tutto senza alcuna prospettiva di miglioramento.
È a questo punto che scatta quel ‘tendere la mano’ a chi ha bisogno, l’umana solidarietà che inventa soluzioni, che ha fatto nascere tante nuove professionalità non solo mediche, e poi reti di relazioni umane e quindi opere di volontariato e servizi in sostegno alle vulnerabilità e la politica che ne segue, intesa come progettualità del vivere comune: quanta vita si organizza per accompagnare la vita fragile!
Una legge che consenta di morire su richiesta cambia radicalmente questo panorama perché apre una scorciatoia per eliminare la sofferenza, una apparente via di fuga più diretta, per tutti. Saremo noi per primi a volere farla finita, se ci sentiremo un peso insostenibile per i nostri familiari, o, peggio ancora, se la solitudine dell’inverno demografico, privandoci di figli e parenti, ci condannerà a vivere la parte finale della vita in residenze apposite, decise dall’entità della nostra pensione: perché trascinare così la propria esistenza se lo Stato offre anche una soluzione veloce, definitiva, tutto sommano economica e indolore?
Nei Paesi in cui queste leggi sono approvate, infatti, le richieste di morire aumentano costantemente, perché si indebolisce quel profondo sentire solidale che cerca le risposte alla sofferenza e al disagio. Per capirlo è sufficiente leggere le storie delle persone che hanno ‘scelto liberamente’ di morire: sono vicende drammatiche ma comuni, situazioni problematiche ma non eccezionali, per cui però è stata offerta una nuova, veloce alternativa.
Con l’eutanasia è l’umana solidarietà a morire, e le leggi che la consentono sono come il fumo che copre la salvezza delle scale antincendio: sono circostanze che favoriscono la richiesta di morte, spacciandola come soluzione possibile alla sofferenza umana.