Suicidio assistito: le reazioni del mondo pro-life di Massimo Magliocchetti

È arrivata in serata la notizia dalla camera di consiglio della Corte Costituzionale, da due giorni impegnata a valutare la questione di legittimità Costituzionale sollevata dalla Corte di Assise di Milano sul caso che ha visto coinvolto Marco Cappato per l’aiuto al suicidio di Dj Fabo.
Una notizia che ci si aspettava. E che il mondo prolife con il Comitato Polis Pro Persona ha denunciato durante l’anno che la Consulta aveva dato, il 24 settembre 2018, al Parlamento per legiferare sul tema. Il Comitato Polis Pro Persona, con le oltre settanta associazioni che ne fanno parte, aveva proposto la proposta di legge Pagano, l’unica di stampo non eutanasico pendente alla Camera dei Deputati, che però avrebbe offerto un argine ad una sentenza costituzionale che ora pesa come un macigno. E ora il peso lo sentiamo tutti quanti, forse anche più di quello che avevamo previsto. Lo scenario è inquietante.

La decisione della Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale, con un comunicato stampa a margine della camera di consiglio, ha fatto sapere il verdetto: «La Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».

Le reazioni del mondo pro-life
L’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana ha diffuso una nota in cui ha precisato con fermezza che “si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia”. I Vescovi italiani si sono trovati unanimi nel rilanciare queste parole di Papa Francesco. In questa luce hanno espresso il loro sconcerto e la loro distanza da quanto comunicato dalla Corte Costituzionale. “La preoccupazione maggiore – si legge nella nota – è relativa soprattutto alla spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità. I Vescovi confermano e rilanciano l’impegno di prossimità e di accompagnamento della Chiesa nei confronti di tutti i malati. Si attendono che il passaggio parlamentare riconosca nel massimo grado possibile tali valori, anche tutelando gli operatori sanitari con la libertà di scelta”.
“Una brutta pagina con pessime conseguenze”, ha commentato a caldo la senatrice Paola Binetti, medico e docente universitario, che non ha nascosto l’amarezza per la sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito che di fatto “rende molto facile in Italia l’accesso al suicidio medicalmente assistito”.
“Questa decisione infausta apre oggi la possibilità concreta che, come già succede in altri Paesi che l’hanno introdotto, la possibilità legale di uccidere i malati diventi non il fatto eccezionale di situazioni particolarmente drammatiche ma la banalità quotidiana per “risolvere” i problemi delle persone più fragili, sia dal punto di vista fisico che psicologico”, ha precisato Emmanuele Di Leo, presidente di Steadfast Onlus. “Con l’introduzione dell’eutanasia da parte della Consulta, che sembra aver dato vita a una vera propria norma sostituendosi al Parlamento, si manifestano  prepotentemente la decadenza della democrazia parlamentare e lo squilibrio fra i poteri dello Stato, sbilanciando ulteriormente la Repubblica sul potere giudiziario”. Lo riferisce Domenico Menorello, coordinatore Osservatorio parlamentare “Vera lex?”, tra i leader del Comitato Polis Pro Persona, che durante questo anno ha eroicamente mediato e coagulato intorno a sé un gruppo di parlamentari con i quali ha provato a far calendarizzare la discussione sul tema in Parlamento. “Molti hanno concorso a questo esito, specie fra i principali gruppi parlamentari e a partire da un presidente del consiglio che, dopo aver affermato il primato del parlamento sulla materia, non ha nemmeno incaricato l’avvocatura dello stato di chiedere quel rinvio che avrebbe consentito alle Camere di provare a esercitare la loro insostituibile funzione. L’ipocrisia – prosegue Menorello – è stata peraltro più estesa perché il ruolo sostitutivo della Corte ha fatto comodo a molti. Almeno molti 5 Stelle e il presidente della Camera hanno giocato ad arrivare sin qui a carte (quasi) scoperte”. “Ora – conclude con determinazione il coordinatore di Vera Lex? – proseguirà con più baldanza e determinazione il nostro impegno civile, affinché nei fatti si affermi la cultura della vita nei luoghi di cura e nella società, contro il tentativo di far nascere un servizio sanitario a scartamento ridotto per nascondere e abbandonare i più deboli”.
Una obiezione secca è arrivata da Tonino Cantelmi, sul controverso punto indicato dalla Corte Costituzionale in merito al passaggio “purché il paziente sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevole”. Lo psichiatra ha ammonito: “sfido la Corte a trovare uno psichiatra che certifichi nelle condizioni di sofferenze ‘intollerabili,’ questa condizione. L’esultanza di Cappato è macabra”.
Il neurologo Massimo Gandolfini, presidente dell’Associazione Family Day, ha bollato come “irricevibile il pronunciamento della Corte Costituzionale che rischia di far diventare l’Italia uno dei pochissimi Paesi al mondo che consente il suicidio assistito. Viene affermata infatti la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi, anche qualora questa non sia in uno stato terminale della malattia e reputi intollerabili le sue sofferenze psicologiche. Definizioni che rischiano di allargare le maglie dell’eutanasia attiva a tutti soggetti più fragili della società”.
“Con la decisione di non punire alcune situazioni di assistenza al suicidio, la Corte costituzionale italiana cede ad una visione utilitaristica della vita umana ribaltando la lettura dell’articolo della nostra Carta che mette al centro la persona umana e non la sua mera volontà, richiedendo a tutti i consociati doveri inderogabili di solidarietà: da oggi non sarà più un dovere sociale impedire sempre e ovunque l’uccisione di un essere umano”, ha dichiarato in una nota Alberto Gambino, presidente di Scienza & Vita. “Partendo da un caso di grave disabilità – il dj Fabiano Antoniani – e non da una situazione di malattia terminale, dove invece già era intervenuta la legge sul fine-vita del 2017, la Corte – prosegue Gambino – ha ceduto a una lettura ideologica dei radicali italiani che hanno dato origine al caso, sradicando la solidarietà che da sempre mira a impedire gesti estremi a chi versa in situazioni di fragilità, per aprire ad ipotesi di loro uccisione”. “Dispiace – continua il presidente di Scienza & Vita – che la riconosciuta saggezza del nostro supremo organo di garanzia sulle leggi non abbia colto l’impatto culturale che l’apertura al suicidio assistito potrà comportare sulle prassi sanitario- assistenziali anche, purtroppo, per motivi di costi e risparmi di spesa”. “Ora compito di quanti hanno a cuore la cura delle persone che versano in condizioni vulnerabili – aggiunge Gambino – dovrà indirizzarsi verso la riduzione al massimo dell’impatto sociale di questa cruciale sentenza della Consulta”. “C’è però anche un altro aspetto da considerare – ribadisce Gambino – la Corte infatti lascia aperto uno spiraglio che permette al Parlamento di intervenire.
È un invito forte al mondo della politica a riportare in aula la discussione di un tema così importante e delicato e a valutare bene la situazione. Per questo richiama il parlamento a valutare bene le ricadute della legge le cui ricadute potrebbero di fatto penalizzare e non poco i più fragili. Solo dopo che avremo letto la sentenza – conclude Gambino -, potremo effettivamente capire se vi siano altri requisiti oltre quelli già presenti nell’ordinanza”.
Anche il Mpv ha fatto sentire la sua voce: “Il Movimento per la Vita Italiano condivide lo sdegno e l’amarezza di tanti per questa grave sconfitta civile di cui si è fatta responsabile la Corte Costituzionale. Una sconfitta per tutta la società. La Corte, dalle scarne informazioni appena ricevute, ha calpestato le regole della democrazia arrogandosi un potere  che  non le compete. Gravissimo anche il fatto che non siano stati ascoltati i forti inviti e i richiami a portare il dibattito in seno alle istituzioni che rappresentano i cittadini. Una prepotenza che avrà purtroppo i suoi effetti nefasti sulla solidarietà. Verranno meno le ragioni profonde della prossimità e dell’assistenza. Con tutte le drammatiche conseguenze sul SSN. La sofferenza non si combatte con il farmaco letale, ma con la terapia del dolore e le cure palliative. È chiaro che dietro l’introduzione sociale del suicidio assistito come dell’eutanasia c’è una cultura che non sa riconoscere la dignità umana nei malati, nei disabili, negli anziani e strumentalizza il tema della libertà. È la cultura dello scarto. È necessario reagire e non soccombere. Che il Parlamento intervenga almeno per evitare le peggiori derive, che la coscienza dei medici si rifiuti di collaborare ad atti che cagionano la morte, che la medicina palliativa e la terapia del dolore sia davvero diffusa su tutto il territorio nazionale, che si rinforzino autentici legami e relazioni di autentica solidarietà, perché come abbiamo detto tante volte la morte si accetta e non si cagiona. Questa è civiltà”, ha commentato la triste notizia Marina Casini.

 

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