American horror story di Giovanna Sedda

L’orrore, solo l’orrore, quasi come un contemporaneo Kurtz, è quello che si è lasciato dietro Ulrich Klopfer, medico abortista morto all’inizio di settembre in un piccolo paese cinquanta km a sud di Chicago. Stando a una nota rilasciata dal medico legale della Contea, i parenti del medico, esaminandone l’abitazione dopo la morte, hanno trovato più di 2000 corpicini di bambini abortiti, tutti scrupolosamente conservati. La nota riferisce anche che la famiglia del medico sta attivamente collaborando alle indagini, mentre non vi pare ci siano prove dell’effettiva esecuzione degli aborti nella proprietà incriminata.
Klopfer, un medico osteopata che si era votato alla causa abortista, era attivo nello stato dell’Indiana, e poi anche in Illinois. Un giornale locale lo indicava come “il più prolifico medico abortista nella storia dello stato, con numeri che sfiorano le decine di migliaia di interventi eseguiti”. La sua licenza per la professione medica era stata sospesa nel 2016 dall’ordine dei medici locale, l’Indiana Medical Lincensing Board, dopo una indagine su un aborto eseguito su una bambina di dieci anni rimasta incinta dopo una violenza avvenuta in famiglia. In quell’occasione il medico aveva omesso di denunciare la violenza alle autorità di polizia, assecondando le richieste della famiglia. La sospensione era comunque arrivata ad un anno dal suo ritiro, Klopfer aveva infatti smesso di praticare aborti già nel 2015, dopo oltre quarant’anni di attività.
Ora le autorità locali stanno cercando il modo migliore di gestire la sconcertante eredità di Klopfer. Nel frattempo, molte delle donne passate per la Women’s Pavillon, la clinica in cui operava il medico chiusa anch’essa nel 2016, hanno iniziato a chiedersi se tra i resti rinvenuti possano esserci anche quelli dei loro bambini. Un dubbio atroce e inquietante, come ha raccontato una di loro, Serena Dyksen: “come una donna che ha sofferto per e a causa del proprio aborto, io domando che ci sia una indagine approfondita, comprensiva di test del DNA. Io voglio sapere se mia figlia è una di loro e io voglio i suoi resti e avere un posto dove poterla onorare. Forse saprà che sua madre la desiderava e la ama. […] Abbiamo il dovere di dare a tutti questi bambini un posto dignitoso dove poter essere ricordati”.
Ma la testimonianza di Serena vuole essere anche una sfida perché simili casi non accadano mai più, un invito a chiudere le cliniche abortive e a prendersi cura di quanti soffrono per colpa di un aborto.
Un invito rivolto in prima persona: “io voglio incoraggiare le donne e gli uomini che hanno affrontato un aborto a non tenersi dentro questo tormento un istante in più. Per favore chiedete aiuto. Ci sono molte persone pronte ad aiutarvi. Solo perché avete fatto una scelta, o perché qualcuno ha scelto per voi, non vuol dire che dovete continuare a soffrire”.
Ancora una volta, di fronte all’orrore di quanti l’hanno calpestato e nascosto la dignità della vita, sono le donne, le mamme, a cercare di riportare un po’ di umanità e a indicare una via di uscita, di guarigione e di speranza.

 

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