Caso Tadifa: intervista all’Avv. Filippo Martini di Massimo Magliocchetti

Una storia a lieto fine. Stavolta ha vinto la Vita. La piccola Tafida Raqeeb, è arrivata in Italia. Il Royal London Hospital, ospedale inglese in cui era in cura, ha rinunciato al ricorso con cui avrebbe potuto tentare di rovesciare la sentenza con cui, a metà ottobre l’Alta Corte britannica ha concesso alla bambina, 5 anni, in stato di minima coscienza da otto mesi, di essere trasferita all’istituto “Giannina Gaslini” di Genova. Oggi Tafida, accompagnata dai genitori, Shelina Begum e Mohammed Raqeeb, continuerà a ricevere i sostegni vitali che l’ospedale londinese avrebbe voluto sospendergli.
Abbiamo incontrato l’Avv. Filippo Martini, Segretario dei Giuristi per la Vita, che ha seguito la vicenda insieme ai colleghi inglesi.

Avvocato, lei è il legale della famiglia della piccola Tafida. In sintesi, perché una bambina si è trovata al centro di una vicenda giudiziaria di rilevanza internazionale?
«Vi si è trovata perché sempre più spesso capita che è i è genitori che non si uniformano alle scelte ospedaliere in Inghilterra, decidano di esplorare e ricercare alternativa al di fuori del proprio  territorio  ove poter continuare a curare e assistere i propri figli. Di fronte all’opposizione a che ciò avvenga da parte dell’Ospedale, non resta che rivolgersi alle autorità giudiziarie competenti. Pensi che, durante le fase concitate del procedimento concernente Tafida, abbiamo avuto altre due segnalazioni di casi simili nell’ambito del medesimo nosocomio ma che, fortunatamente, non hanno avuto un seguito giudiziale».

L’Alta Corte Britannica stavolta ha preso una decisione inaspettata, rispetto al caso del piccolo Charlie Gard. Come se lo spiega?
«La sentenza, di 70 pagine, è strutturata e davvero completa in ogni elemento. Ha compiuto un’istruttoria assolutamente approfondita e non ha trascurato nemmeno elementi come le perizie dei medici del Gaslini, il parere pro veritate sullo stato del “fine vita” in Italia stilato dal dott. Giacomo Rocchi, giudice della Cassazione.
È così riuscita anche a superare un precedente pericoloso quale quello di Charlie Gard (ed Alfie Evans, ricordiamo pure).  Probabilmente le condizioni cliniche dei bambini erano differenti, ma in sintesi quanto afferma la Corte è che, laddove il best interest del bambino sia dimostrato come “pienamente tutelato”, anche al di fuori del contesto ospedaliero ove la famiglia si trova in quel momento, allora nulla osta a che si tenga conto di altri fattori tra cui pure le idee dei genitori sul fine vita, la loro appartenenza religiosa ecc».

Ormai in questi casi giudiziari che vedono coinvolti bambini con disabilità e condizioni di cure salvavita è diventata fondamentale la pressione mediatica. Crede che il grande aiuto offerto dai mass media abbia avuto un ruolo decisivo?
«Credo che il ruolo dei mass media abbia, più che altro, un ruolo strategico. Vi è un adagio, una regola nei buoni negoziati: quando una “minaccia” viene realizzata, allora perde tutta la sua forza e capacità persuasiva. Come dire: l’ospedale, in queste vicende, sa molto bene che da un momento all’altro i riflettori potrebbero accendersi sulla vicenda. E per “accendersi”, non intendo qualche chiacchiera da social. Intendo la BBC, The Sun, il Times, Sky che piazzano i cronisti e le telecamere fuori dall’ospedale pronti a reperire le prime info da parte dei protagonisti. Occorre quindi gestire con estrema cautela l’uso (mi si consenta l’espressione “uso”) dei media. I comunicati stampa, i bollettini medici e quant’altro vanno dati nel momento opportuno in base al risultato che si vuole realizzare. Diciamo che in tali contesti, quando la famiglia, la difesa legale, l’impianto mediatico viaggiano compatti e ben coordinati, allora in questo caso l’ospedale deve temere, e molto».

Ci faccia un esempio.
«Le farò un esempio molto pratico che, in un qualche modo anticipa l’evolversi dei fatti come dispiegato nella presente intervista. Ora Tafida è in Italia a Genova. Bene, lei non ha idea di che ressa di giornalisti e telecamere vi fosse all’aeroporto. E non ha idea di che ressa, e bagarre per le prime posizioni, vi fosse presso il Gaslini in conferenza stampa. Un’aula piena stipata – ed era un’aula conferenze grande – con fotografi che mitragliavano di foto, telecamere e giornalisti dall’Italia, dall’Inghilterra, dalla Germania e dalla Spagna. I cronisti, con il sottoscritto, hanno insistito moltissimo sul tema della cittadinanza chiesta per Tafida. E io rispondevo che la domanda era stata presentata da oltre un mese ma senza esiti. Bene: il giorno dopo, guarda caso, ricevevo la telefonata del prefetto competente per le cittadinanze al Ministero Interni che mi confermava che la nostra istanza era in istruttoria. Capite l’importanza della pressione mediatica?».

Tafida ora è al Gaslini di Genova. Da pochi giorni è stata trasportata dal Royal London Hospital a cura di un’equipe dedicata della Terapia Intensiva Pediatrica dell’Istituto. Come ha vissuto quei momenti?
«Con grande emozione e trepidazione, ma al tempo stesso con la fredda certezza che si stava facendo la cosa giusta. L’ho capito da due fattori in particolare, che sono  sfuggiti a fotografi e telecamere. Quando eravamo in pista d’atterraggio vicino all’aereo Jet, ho visto l’assessore alla famiglia e servizi sociali di Genova, che abbracciava commossa (incredibilmente commossa, io ho visto le lacrime) sia la mamma, che il primario di rianimazione che era sul volo, dott. Moscatelli. Dopo ho conferito con questa Assessore e ho capito appieno il significato profondo di quegli abbracci accorati. Avevo davanti una persona (l’Assessore) per la quale la vita è vita, e va tutelata sempre e comunque. Oltre ai genitori ho avuto il privilegio di entrare nella stanza della piccola Tafida, in rianimazione e di vederla da vicino. Ho assistito a scene incredibili e che sarebbe troppo lungo raccontare qui. Ma crediate al fatto che, tutto, tutte le circostanze, dalle piccole mosse con le manine e gambine di Tafida fino agli sguardi del personale infermieristico e altri eventi ivi occorsi, portavano a far comprendere come Tafida stesse e potesse stare bene solo in un tipo di ospedale come quello. Che definirlo ospedale, è davvero riduttivo: è una grande famiglia».

Ultima domanda, cosa significa per un giurista prolife farsi carico della difesa in giudizio di casi così delicati?
«In realtà noi non svolgiamo attività difensiva processuale in quanto non abilitati a gestire casi simili avanti alle Corti Inglesi (servono i barrister per questo). Significa sottrarre energie a tutto (finanche al “lavoro normale”) pur di valorizzare l’incontro fatto con delle persone. Per noi Giuristi per la Vita, Tom e Kate, così come Shelina e Mohammed non sono solo genitori di un bimbo o una bambina sofferente, o “assistiti”, ma sono persone che meritano un’occasione grande e questa passa solo attraverso un incontro. L’incontro con noi Giuristi per la Vita e con la comunità tutta in cui si stabiliranno è la nostra priorità. In tutto questo la maggiore difficoltà (non le nascondo) sono anche le risorse. Mancano. Non abbiamo “lobby” o gente che ci sostenga salvo alcune sporadiche offerte. Occorre una vera campagna strutturata e di sensibilizzazione perché l’alternativa potrebbe essere la nostra estinzione (e non so chi ne gioverebbe).

 

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