Domenico Airoma: “Vita, bene indisponibile. In gioco c’è la dignità” di Massimo Magliocchetti

Continuano le riflessioni sul tema del suicidio assistito, dopo la sentenza della Corte Costituzionale nel caso Cappato. In questo numero abbiamo incontrato il Cons. Domenico Airoma, procuratore della Repubblica aggiunto al Tribunale di Napoli Nord, esponente del Centro studi Livatino, audito su richiesta delle Commissioni riunite della Camera Giustizia e Affari sociali, impegnate nell’esame delle proposte di legge in materia di eutanasia.

Dottor Airoma, da meno di un mese la Corte Costituzionale si è espressa sul reato di aiuto al suicidio. In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, già è possibile tracciare un primo commento. Si aspettava questa apertura dalla Consulta?
«Non sono sorpreso. Per due ragioni. Una, di carattere, per così dire, storico: già nel 1975 la Corte Costituzionale intervenne, sostituendosi al legislatore ed anticipandone l’intervento, introducendo la libertà d’aborto nel nostro ordinamento giuridico. Ed un’altra ragione, direi, epocale: già da qualche tempo i sostenitori del cosiddetto diritto mite, versione giuridica del pensiero debole (quanti termini seducenti!), vanno auspicando l’assunzione da parte dei giudici di un ruolo guida nel riconoscimento dei nuovi diritti. E la sventurata ha risposto! Verrebbe di dire utilizzando la famosa frase manzoniana. Ha risposto in modo assolutamente innovativo e, per molti aspetti, contraddittorio. Innovativo, perché è andata al di là del sindacato di costituzionalità sulla norma oggetto di scrutinio; limitandosi, in un primo momento, ad avanzare un mero sospetto di incostituzionalità ed invitando il Parlamento ad intervenire. Contraddittorio, perché pur avendo chiamato in causa il Parlamento, ha poi, dinanzi all’inerzia –giustificata o meno dello stesso- ritenuto ugualmente di intervenire. La motivazione della sentenza ci spiegherà, forse, questa marcia indietro. Resta il fatto che la Corte ha, per un verso, lasciato in piedi una norma, quella che incrimina l’aiuto al suicidio, l’art. 580 c.p., e, per altro verso, ha “promulgato” una sorta di legge-delega, dettando al Parlamento i principi ai quali deve attenersi nel disciplinare le “richieste” di suicidio».
In un suo articolo, durante la corsa contro il tempo che molte associazioni pro-life hanno provato a correre durante l’estate, Lei ha parlato di un “referendum sulla vita” in merito alla necessaria presa di posizione del Parlamento.

Quanto ha pesato sulla decisione della Corte il silenzio del legislatore?
«Molto. Probabilmente non c’erano i tempi. Di certo, il Senato non poteva trattare la questione essendo stata incardinata alla Camera.
Tuttavia, il non aver fatto il possibile perché almeno un ramo del Parlamento arrivasse ad una legge che, mantenendo ferma la rilevanza penale dell’aiuto al suicidio, introducesse una rimodulazione delle pene. Si trattava del bene possibile, da fare qui ed ora. Ciò avrebbe impedito, molto probabilmente, alla Corte di pronunciarsi. La sentenza della Consulta, invece, è una pietra quasi tombale perché è come se avesse modificato una parte, e non delle più irrilevanti, della nostra carta costituzionale».

Tecnicamente, la Vita è un bene disponibile?
«La vita è come la libertà. Sono beni che sono talmente coessenziali alla dignità dell’uomo che non possono essere oggetto di disposizione perché altrimenti ad essere in gioco è la stessa dignità. Il fatto che possiamo disporre di questi beni, rendendoci schiavi di un altro uomo, prostituendoci, suicidandoci, è, appunto, un fatto, di cui il diritto prende atto; è il dramma dell’uomo e del suo libero arbitrio. Altro è il piano del diritto»

Da giurista, ritiene fondata la pretesa di alcuni di riconoscere un “diritto alla morte”?
«Se rivendico un diritto, è perché ritengo che quel mio desiderio sia un bene in sé, tale da meritare tutela e azionabilità; vale a dire, che ad esso deve corrispondere il dovere dell’altro di non ostacolarlo, anzi di cooperare – se richiesto- alla sua attuazione; vale a dire che la mia pretesa, se ostacolata, deve trovare nel giudice protezione e sanzione. Ora, può essere la morte qualcosa che corrisponde al bene dell’uomo tanto da farne un diritto?
Ancora una volta, è bene chiarirlo: non c’entra nulla la libertà.
E neppure la fede. Qui si tratta di diritti, cioè di pretese che vengono avanzate nei confronti della comunità sociale e politica. E di pretese che attengono ai fondamenti stessi del vivere sociale perché riguardano la visione dell’uomo. C’è chi ritiene che l’uomo e la sua dignità si esaurisca nella capacità di autodeterminarsi, senza limite alcuno. E chi vede l’uomo così com’è: una persona, che va riconosciuta e protetta, perché uomo, e soprattutto quando è debole. Non è una guerra di religione; è, forse molto di più: è un conflitto sull’umano».

 

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