Suicidio assistito di Ubaldo Camilotti

Come annunciato, il 25 settembre la Corte Costituzionale ha reso nota, con un comunicato stampa, la sua decisione in merito alle questioni sollevate dalla Corte d’ Assise di Milano riguardanti il suicidio di Fabiano Antoniani (Dj Fabo) assistito da Marco Cappato. In sostanza la Consulta era chiamata a giudicare se fosse o meno legittimo il divieto di aiuto al suicidio previsto dall’ art. 580 del Codice Penale.
In attesa di poter leggere nel dettaglio il testo della sentenza non ancora depositata, dalla lettura del comunicato, emerge che la Corte andando oltre le sue competenze, si è sostituita al legislatore nell’ indicare le condizioni specifiche nella quali non è punibile il suicidio assistito. Questa decisione potrebbe aprire la strada a pericolose derive.
Le soluzioni alla sofferenza umana sono ben altre, senza cedere ad una visione utilitaristica della vita. Alla sofferenza si deve rispondere prendendosi cura del malato alleviandogli le sofferenze senza inutili accanimenti terapeutici. Le cure palliative sono soccorso alla persona e alla vita sul limitare della morte e possono in alcuni casi includere, se necessario, la sedazione profonda. Ora però non è più tempo di sterili critiche e lamentele. È ora di rimboccarsi le maniche e collaborare con il Parlamento perché legiferi, integrando dove necessario la legge n.219/2017 (“Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” [DAT]), tenendo conto che – da quanto emerge dal comunicato stampa -, la Corte non riconosce alcun “diritto alla morte” (e cioè un diritto soggettivo) con il conseguente diritto ad ottenere dallo Stato (o da terzi) un aiuto direttamente finalizzato a morire. Infatti la Corte si è pronunciata solo in campo penale e limitatamente all’ipotesi di aiuto al suicidio realizzato attraverso l’intervento materiale di terzi nell’esecuzione dell’atto suicidiario e, solo nel caso che il richiedente stesso sia:
• tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (che dovranno intendersi, per tali, macchinari e/o apparecchiature elettromedicali),
• affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psichiche intollerabili,
• pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (e quindi mai minore o incapace).
Inoltre, il proposito di suicidarsi dovrà essersi formato autonomamente e liberamente senza pressioni, condizionamenti o interventi esterni e dovranno essere state intraprese adeguate azioni di sostegno e prospettate le possibili alternative.
Non solo ma la non punibilità (che, si badi bene, non è un diritto e che dovrà essere dichiarata da un Giudice) dovrà essere subordinata al rispetto delle condizioni/modalità di cui agli art. 1 e 2 della recente legge n.219/2017 ed alle necessarie verifiche del SSN.
In questi limiti, al di là di ogni valutazione di merito sulla pronuncia della Corte – necessariamente rinviata alla lettura del testo integrale della sentenza -, dal comunicato sembra si possa sicuramente escludere che il suicidio assistito sia qualificabile come un diritto soggettivo e che lo Stato (o terzi) assuma alcun obbligo di garantirlo. In ogni caso l’assistenza al suicidio configura un illecito oggettivo, pur quando non sia penalmente sanzionato e può esser mantenuta la responsabilità deontologica e/o disciplinare per chi ne agevoli l’esecuzione. Su queste premesse appare del tutto superflua ogni discussione sull’applicabilità dell’obiezione di coscienza.
Inoltre è esclusa l’applicabilità delle DAT (art. 4 della l.219/2017) al suicidio assistito e la possibilità che esso possa rientrare in una qualsiasi “pianificazione condivisa delle cure” (art. 5 della legge).
Ma, ricordando “ i doveri inderogabili di solidarietà” sanciti all’ art. 2 della nostra Costituzione, servirà soprattutto l’ impegno di tutti per creare un clima culturale nel quale vi sia il più assoluto rispetto della persona nelle frontiere estreme della sua esistenza.
Servirà coordinare ed integrare i servizi di assistenza ai malati, ai sofferenti ed alle loro famiglie affinché nessuno si senta di peso nelle nostre comunità.
Solo così, il grido di aiuto delle persone che pensano di porre fine alla loro vita risveglierà la nostra responsabilità a fare di più, a mettere in atto quella che Mario Melazzini chiama “terapia della Speranza”, speranza dell’ incontro con “un altro”, speranza che al dolore si risponda con la solidarietà.

 

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