Giovannino siamo tutti noi di Claudio Larocca

Ha colpito tutti il caso di Giovannino, bimbo abbandonato alla nascita presso l’ospedale Sant’Anna di Torino perché affetto da Ittiosi Arlecchino, grave disfunzione della pelle. Questa notizia ha generato reazioni opposte. Da una parte il solito “dottor morte” che si è augurato la morte del piccolo. Dall’altra la reazione più incisiva e diffusa è stata quella di una comunità che si è messa in moto a vari livelli per offrire aiuto e assistenza. Molte le telefonate di cittadini disponibili ad adottarlo o ad aiutare in tutti i modi possibili. La Città di Torino ha aperto un conto corrente per le donazioni.
La Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino ha offerto da subito ospitalità con una stupenda lettera aperta, indirizzata dal padre generale don Carmine Arice direttamente al piccolo Giovannino: «caro Giovannino, vorremmo pensare un’accoglienza degna del valore infinito della tua esistenza».
Il rischio è quello di una spinta emotiva generata dalla costernazione per l’abbandono, più che dal riconoscimento di questo “valore infinito” di ogni esistenza, anche se affetta da gravi patologie.
Per questo motivo non ha senso limitarsi a condannare la scelta dei genitori, certamente non condivisibile, ma che almeno, non ricorrendo all’aborto, gli hanno permesso di nascere.
«È un bimbo sveglio – ha dichiarato il Dott. Daniele Farina (Direttore della Neonatologia dell’ospedale Sant’Anna di Torino) – gli piace essere portato in giro, ama sentire la musica ed è un po’ il figlio di tutto il reparto: ha 40 mamme e 10 papà». Ciò che più stranisce del caso in questione è che, pur essendo passato dall’iter della fecondazione artificiale (eterologa o no poco importa), Giovannino sia sopravvissuto ai numerosi passaggi selettivi pre e post impianto.
Ormai anche per una gravidanza naturale tutta la gestazione è divenuta un periodo di verifica della “qualità del prodotto”. Per tale ragione non dovremmo stupirci che si possa arrivare a non accogliere il proprio figlio perché malato e “imperfetto”, dato che in forma diversa questo già avviene legalmente nei nostri ospedali con l’aborto terapeutico che consente di sopprimere un feto fino alla 25ma settimana di gestazione.
Forse la vita di Giovannino in quella fase della gravidanza e sin da quella embrionale valeva meno?
Perché nessuno osa più scandalizzarsi per i troppi “Giovannino” sacrificati in nome di una disumana e utopica ricerca di perfezione all’inizio o alla fine della loro vita?
In questo quadro drammatico ci dona speranza e fiducia nell’umanità vedere che c’è ancora chi conserva la capacità di riconoscere piena dignità e valore anche nel malato, anche in Giovannino, che non vale meno dei nostri figli e che, come tutti, ha diritto di vivere, di essere riconosciuto e amato perché Giovannino è uno di noi e siamo tutti Giovannino.

 

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