Intervista al Prof. Alberto Carrara di Massimo Magliocchetti

Documento religioni fine vita, Carrara “Vita bene primario”

Ebrei, musulmani e cattolici uniti contro l’eutanasia. Lo scorso 28 ottobre i tre leader delle tre religioni abramitiche hanno firmato un documento congiunto sul tema del fine vita. Per approfondire il contenuto e il senso profondo del documento abbiamo incontrato il Prof. Alberto Carrara, bioeticista, docente dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e Membro della Pontificia Accademia per la Vita.

Professore, in una sua recente intervista ha parlato di “documento storico”.
Il testo firmato lo scorso 28 ottobre alla Casina Pio IV in Vaticano ed intitolato “Dichiarazione Congiunta delle Religioni Monoteiste Abramitiche sulle problematiche del fine-vita”, e frutto del lavoro che da diversi anni sta portando avanti la Pontificia Accademia per la Vita, è realmente un testo “storico”. In primo luogo, perché costituisce un grande “si” alla vita, alla personalizzazione della medicina e all’umanizzazione degli ambienti del morire. In secondo luogo, questa dichiarazione congiunta tra Cristiani, Ebrei e Musulmani ha coinvolto lo stesso Papa Francesco che ha ricevuto in udienza nel Palazzo Apostolico i tre principali firmatari, ai quali si sono uniti i rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli, del Patriarcato di Mosca, del Primate Anglicano, insieme ad altri rappresentanti Islamici e dell’Ebraismo tra cui il Rabbino Capo di Roma. Insomma, una sinfonia di autorevoli rappresentati religiosi che uniti hanno voluto siglare un patto in favore di ogni vita e di tutte le vite umane, perché anche quando non è possibile evitare la morte, resterà sempre aperta la scelta e l’impegno all’accompagnamento, al conforto, al sollievo del dolore, alle cure palliative, alla vicinanza umana e spirituale nei confronti della persona morente e della sua famiglia.
Questo testo è “storico” per la sua valenza e per il suo potenziale verso risoluzioni, leggi e politiche pubbliche che proteggano il diritto e la dignità del paziente in prossimità della morte, per evitare l’eutanasia e promuovere le Cure Palliative. Che ad affermarlo siano le guide religiose delle tre grandi fedi abramitiche è un grande segno di speranza.

La grande sfida moderna è quella di umanizzare la morte per dare senso alla sofferenza e respingere la cultura dello scarto. È d’accordo?
Certamente, la grande sfida, l’urgenza del nostro tempo è quella di riscoprirci umani. Il tema del fine-vita, l’acuirsi di proposte che vanno dall’eutanasia al suicidio assistito, oppure dall’accompagnamento del paziente alle cure palliative, manifesta quasi sintomatologicamente un desiderio tutto umano: quello di vivere per sempre. Tale anelito che dinanzi alla morte si esprime come l’incredulità a che tutto possa finire così, che il nulla possa avere l’ultima parola sulla vita, tale scintilla la portiamo tutti dentro. Due sono le letture possibili del fenomeno “morte”. Coloro che leggono la vita sartrianamente, come se il nostro vivere si realizzasse in una parentesi tra due nulla, il nulla della nostra origine e il nulla della nostra destinazione, considerano la morte come il nemico da sconfiggere, come l’antagonista da ritardare attraverso lo sviluppo medico e tecnologico, sino ai miti transumanistici di una panacea di immortalità immanente. Esiste una possibile e altra lettura: sono un essere creato, cioè dipendente, provengo da un Dio che è amore e mi ha pensato, voluto e mi ama e per questo esisto; e il mio destino non è l’annientamento della morte, bensì la vita nuova in Dio. Non è indifferente la lettura che scegliamo. La prima ci condurrà alla disperazione o all’indifferenza e ci chiuderà in noi stessi nella cosiddetta “cultura dello scarto”, la seconda ci motiverà a scoprire il senso del vivere, del soffrire e del morire e ci aprirà alla compassione, all’empatia, allo scoprirsi tutti fratelli di uno stesso Padre-Dio. Gli effetti pratici di questa scelta saranno altrettanto deleteri per la prima opzione, umanizzanti e compassionevoli per la seconda.

Questo documento prova che la difesa della Vita non è appannaggio solo dei cattolici. Può diventare un autorevole punto di partenza per costruire una società più inclusiva, anche nella dinamica del fine vita?
Il riconoscimento della vita e la sua promozione sono valori umani e perciò riguardano non solo i cattolici, ma tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tutti siamo chiamati alla scoperta della verità su noi stessi, sulla nostra origine e sul nostro destino ultimo. Nessuno può esserne escluso, ne può restarne indifferente. Prima o poi, nel nostro vivere, dobbiamo prenderne coscienza.
Il valore “vita” è quello primario, fondante, iniziale: la riceviamo, non ce la siamo data noi, e la custodiamo lungo questo cammino terreno in attesa della “chiamata”, dell’invito del Padre alla grande sorpresa: quella di incontrare e di restare per sempre con Colui che sogna con noi e di noi dall’eternità. Una società si misura su questo: sul grado di valore che è in grado di attribuire alla vita, a questo bene fondamentale che poi diviene un diritto inalienabile.

La tecnologia è nemica dell’uomo nel fine vita?
Assolutamente no! La tecnologia, quale prodotto razionale dell’uomo, sempre è soggetta al discernimento, alla valutazione, alla dimensione etica. Uno strumento viene progettato, costruito, implementato sempre con un fine o con diverse finalità. Ecco, qui sta il potenziale positivo o negativo: posso pianificare, ad esempio, un robot per iniettare una soluzione letale, oppure per svolgere alcuni compiti assistenziali che cooperano a rendere meno gravosa la condizione di alcuni pazienti che si approssimano al momento della morte. La scienza, la medicina, la tecnologia offrono oggi enormi potenziali verso una concreta umanizzazione dell’accompagnamento al morire e questa dovrebbe essere la scelta che la società, i governi, ma in primis, le grandi compagnie multinazionali e transnazionali dovrebbero sposare.
È la soluzione che nel futuro avrà i migliori ritorni, anche economici.

Il documento parla di “approccio olistico”. Cosa significa?
Abbiamo vissuto decenni in cui, uno dietro l’altro, si alternavano sul podio dei vincitori i diversi “riduzionismi”: quelli materialistici, fisicalistici, psicologici, economici, eccetera. Ne continuiamo a fare esperienza, ma con gli odierni sviluppi della medicina, della biologia, persino della fisica quantistica e delle neuroscienze, stiamo comprendendo sempre meglio che non c’è spazio per abbracciare alcun riduzionismo, bensì che la realtà, e in particolare, la condizione umana è di per sé stessa complessa, multiforme e multi-dimensionale. Non la possiamo appiattire e ridurre su una sola dimensione anche se vera e buona come quella scientifica. L’essere umano è biologia, ma è anche biografia! Ecco allora che da diversi anni, in ambito clinico e neuroscientifico si è sviluppata una visione detta “olistica” che considera la persona umana come un tutto unificato, un organismo che a sua volta si compone di diverse dimensioni. Siamo cervello, ma anche cuore! In ambito medico si parla di integrazione tra sistemi, ad esempio cresce la comprensione che le patologie psichiatriche non sono malattie del solo cervello, ma dell’interno corpo umano vivente e interagente con sé stesso, con gli altri simili a sé e con il suo ambiente. Questa complessità, che è la nostra realtà, origina un conseguente approccio “olistico” al nascere, al vivere e al morire.

Il documento viene pubblicato a pochi giorni dalla delicatissima sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto, seppur con condizioni apparentemente stringenti, alla pratica del suicidio assistito in Pensa che questo documento possa guidare i Parlamentari cattolici nel difficile compito di mediare sulle posizioni eutanasiche che stanno spingendo dentro le istituzioni?
Certamente è auspicabile che tutti, cattolici e uomini e donne di buona volontà, cioè razionali, riescano a dare il passo verso la sfida del presente: quella, a mio avviso, dell’identificare pregiudizi, spesso di ordine emotivo, che possano vincolarci a posizioni ideologiche che rischiano di non promuovere per tutti la giustizia e l’uguaglianza. Il tema del fine-vita è emblematico e sintomatico di ciò che pensiamo su noi stessi, sul nostro prossimo e sulla società. La nostra contemporaneità è attraversata da due tendenze che Papa Francesco ha spesso ricordato sin dal 2015: la prima è un individualismo centrato sul soggetto autonomo, la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze, che può persino vede Cristo come modello che ispira azioni generose, ma non come Colui che trasforma la condizione umana, incorporandoci in una nuova esistenza riconciliata con il Padre e tra noi mediante lo Spirito. È il cosiddetto neo-pelagianesimo.
La seconda tendenza punta ad una salvezza meramente interiore che suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato. Una prospettiva che non coglie il senso dell’Incarnazione del Verbo. È la deviazione del neo- gnosticismo. Entrambe, falsando l’immagine dell’essere umano, possono condurre ad alimentare la cultura dello scarto e della morte che, invece di aprirci all’incontro, alla compassione verso gli altri e a edificare ponti, ci isola come monadi chiuse in se stesse, tristi e, spesso, amareggiate. L’antidoto è uno: l’amore.

 

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