La natalità e il dramma dell’indifferenza di Gino Soldera, Presidente dell'ANPEP e docente di psicologia prenatale allo IUSVE

“Togliere di mezzo i bambini e il loro futuro significa togliere di mezzo l’umanità dalla faccia della terra”

Viviamo in una società dove ognuno pensa al suo tornaconto personale, mentre la fiaccola della vita si sta spegnendo lentamente nell’indifferenza generale. I dati sono ben noti: nel nostro Paese le nascite sono in costante diminuzione. Lo scorso anno sono nati 439.747 bambini, oltre 18 mila unità in meno rispetto al 2017, ciò corrisponde ad una diminuzione delle nascite del 4%. Nell’arco del triennio 2015-2018 le nascite sono calate di 46 mila unità che corrispondono, in totale, a quasi 137 mila neonati in meno rispetto al 2008.
Gli ultimi dati forniti dall’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica, mostrano che il dato negativo è in costante calo e confermano un’inflessione pari al -2% anche per il 2019. Le cause, come in tutte le situazioni complesse, non possono che essere di varia natura e dipendere da molti fattori.
Sul piano strutturale si osserva una continua riduzione del numero delle donne in età fertile – fra i 15 e 49 anni – quantificabile in circa un milione di donne in meno nel decennio 2008- 2018. A ciò va aggiunta la sempre più scarsa propensione delle donne a fare figli, rispetto a quanto avveniva in passato.
Attualmente, in Europa, ci attestiamo fra gli ultimi posti della classifica per quanto riguarda il numero di bambini nati ogni mille donne e l’età del primo parto e si è alzata a trentuno anni, con riflessi, non secondari, che ricadono sulla fertilità. In questo quadro di continua contrazione delle nascite non è difficile ipotizzare delle drammatiche conseguenze future, quali: l’aumento dell’età media della popolazione, la riduzione della domanda interna oltre che l’aumento di difficoltà nell’apparato produttivo e finanziario, nel sistema sociosanitario e assistenziale e nella gestione del sistema pensionistico.
La questione non è di facile soluzione, quello che attualmente sappiamo dalle indagini eseguite su 103 province, nell’ultimo decennio, è che non esiste alcuna correlazione positiva tra nascita e offerta dell’asilo nido, vale a dire: all’aumento di asili nido nel territorio non corrisponde automaticamente un aumento delle nascite. Ciò che sappiamo invece è che, nelle zone di guerra o di calamità naturali, alla perdita di vite umane corrisponde, quasi per reazione, una ripresa della natalità, come è accaduto di recente nella zona del terremoto dell’Aquila.
Inoltre nelle 49 province, dove l’occupazione è cresciuta maggior- mente rispetto alla media nazionale, 23 di queste hanno avuto un crollo delle nascite che si attesta al di sotto della media.
È possibile ipotizzare che l’aumento dei servizi offerti da altri Paesi come, ad esempio, quelli scandinavi e lo sforzo che attualmente il governo italiano sta tentando di attuare per allinearsi ad essi, potrebbe dimostrarsi poco efficace e poco capace di incidere sui veri problemi sociali. Ciò è legato al fatto che, e non dobbiamo dimenticarlo, la questione della natalità è riconducibile alle difficoltà della famiglia, al calo dei matrimoni e all’aumento delle separazioni, oltre che al crescente disagio esistenziale, che sta colpendo la popolazione, con le sue vaste implicazioni socio-culturali. Ne sono un esempio le politiche di controllo delle nascite a senso unico portate avanti in questi anni, come la scelta di programmare il concepimento, senza considerare l’importanza della sua preparazione, come suggerito dalla moderna epigenetica.
La sessualità continua ad essere proposta quasi esclusivamente come diritto e fonte di piacere e non come una delle forme più elevate per esprimere la fecondità del proprio amore verso la vita. Poco o niente viene fatto per i genitori e le famiglie emergenti che stanno affrontando, spesso in solitudine, le sfide della nostra epoca, essendo loro richiesta una più elevata integrazione ed intesa di coppia, nonché una maggiore disponibilità e comprensione verso i figli.
Per questo andrebbero studiate serie iniziative e misure atte a favorire l’autonomia economica e il miglioramento delle condizioni di lavoro delle giovani generazioni, accanto ad una adeguata preparazione e formazione dei futuri genitori e ad una più ampia partecipazione dei padri alla vita della famiglia, concedendo, ad esempio, dei permessi retribuiti a partire dal periodo dall’attesa del figlio.
Dovrebbe essere favorita, inoltre, la realizzazione di reti di solidarietà tra famiglie e andrebbero garantite maggiori risorse ed agevolazioni alle famiglie con più figli, per scongiurare conseguenti rischi di povertà. In realtà la questione della natalità, nella sua essenza, può essere affrontata e gradualmente risolta solo passando attraverso un riconoscimento autentico del valore della donna e del bambino.
Perché è dalla donna, e non da altri, dalla sua disponibilità e capacità generativa che dipende il futuro del figlio e, di conseguenza, il futuro della società. Nei fatti siamo ancora molto lontani da questa logica. Ad esempio, nella finanziaria del 2018, è stata inserita la norma che permette alla donna gravida di posticipare il congedo di maternità a dopo la nascita del figlio, svalutando, in questo modo, il periodo della gravidanza.
Diventa, però, difficile conciliare questa normativa con quanto nella realtà dovrebbe, automaticamente, aver luogo nel rispetto del bambino. Sappiamo che il periodo della vita prenatale è il periodo più importante per la vita di un essere umano e che l’ideale per la donna gravida è quello di poter vivere, libera da incombenze o interferenze, nella serenità e nel più completo benessere, la sua esperienza di madre, affiancata e supportata da un’assistenza attenta alle sue esigenze umane e personali. Una ricerca della Doxa del 2017 delinea una realtà ancora troppo lontana dalle aspettative attese: il 21% delle donne dichiara di aver subito violenza ostetrica durante il parto nella loro prima esperienza di maternità, tanto che, il 6% di queste risulta aver scelto di non affrontare una seconda gravidanza provocando, di fatto, la mancata nascita di circa 20.000 bambini all’anno.
La vera rivoluzione della natalità, dunque, si avrà solo quando la società, nel suo insieme, e, in particolare, i genitori stessi comprenderanno a pieno il valore del bambino. Il quale, difatti, non arriva a questo mondo solo, come direbbero i membri del movimento “child-free”, a rovinare la vita e i piani dei suoi genitori, a togliere loro la libertà e a renderli più stressati e più poveri, ma, al contrario, egli viene a riempire il vuoto della loro esistenza, viene a renderli più vitali e felici, ad aiutarli nella loro crescita e maturazione personale, dando loro la possibilità di trasformare l’odio rimosso in una nuova energia d’amore e di riparazione verso sé stessi e verso l’intera umanità.